Monghidoro e l’Appennino, un pezzo meraviglioso del creato

La Cisterna di MonghidoroCos’hanno in comune Stendhal, il Principe Lodovico di Anhalt e Casanova? E Montaigne, il Duca Carlo I di Borbone e Maria Teresa d’Austria? Apparentemente nulla, eppure non è così; se in questo elenco di personaggi avessimo trovato anche il nome di Gianni Morandi sarebbe stato più semplice rispondere a queste due strane domande. Ebbene, ciò che unisce imperatori, letterati e seduttori al cantante che più di cinquant’anni fa arrivò al successo col singolo Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte è un piccolo paesino di nemmeno quattromila abitanti arroccato a più di ottocento metri d’altitudine nel cuore dell’Appennino Tosco-Emiliano. Morandi ci nacque quasi settant’anni fa, mentre gli altri illustrissimi personaggi ci passarono molto tempo prima seguendo l’antico tracciato della Futa che, fino all’inaugurazione dell’Autostrada del Sole avvenuta nella prima metà degli anni Sessanta, collegava come una cerniera il nord Europa all’Italia centro-meridionale.

Oggi non c’è più nessuno che si ricordi del “Grand Tour” e il turismo di massa ha mutato i gusti e le mete dei viaggiatori, ma sono ancora tanti i motivi che possono attirare a Monghidoro curiosi di ogni età, sfidando strade serpeggianti e salendo sulle verdi montagne bolognesi, assai meno note di quelle che dal versante toscano del Mugello vi sono contrapposte, ma di certo non meno affascinanti.

Innanzitutto la felice posizione geografica, sullo spartiacque che separa i due torrenti dell’Idice e del Savena, e strategicamente tra i limiti amministrativi delle province di Bologna e di Firenze, un tempo confini di Stato. Dell’altitudine si è già accennato: come chiarisce il segnale stradale che si incontra prima di raggiungere il paese Monghidoro, il cui nome pare significhi “monte dei Goti” dal latino Mons Gothorum, si trova a 841 metri sul livello del mare, un’altezza non trascurabile per l’orografia dell’appennino bolognese.

Monghidoro, già Scaricalasino, come precisa lo stesso cartello. L’origine di questo buffo toponimo risale al XIII secolo, allorché i bolognesi decisero di costruire un avamposto fortificato con funzione difensiva e doganale, dove i viandanti e i mercanti che viaggiavano accompagnati dai loro animali da soma erano costretti a scaricare le merci per i necessari controlli di frontiera. Oggi dell’antico castello non rimane più nulla che rimandi alla sua poderosa struttura militare, soltanto una cerchia di grosse pietre nel punto più elevato del paese denominato “Castellaccio”, e una stele che ne ricorda i trascorsi ormai perduti nelle nebbie del tempo.

Un secondo segnale ricorda al visitatore attento l’importante fenomeno migratorio che soprattutto nella prima metà del secolo scorso vide molti nativi espatriare in Belgio in cerca di fortuna, in particolare nel centro abitato di Rebecq, dal 2002 gemellato con Monghidoro. Nella vicina frazione di Piamaggio una lapide riccamente illustrata ricorda i tanti che lasciarono le loro umili case per un durissimo lavoro nelle cave di porfido del Brabante vallone.

Gli orrori e le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale hanno in gran parte modificato la struttura urbana del piccolo centro montano. Quando il 2 ottobre 1944 la Quinta Armata del generale americano Mark W. Clark liberò il paese dalle temibilissime truppe tedesche annettendola simbolicamente a Los Angeles vi trovò perlopiù ruderi e case sventrate: la grande offensiva della Linea Gotica aveva ridotto in macerie Monghidoro e la vicina Firenzuola. Del suo illustre passato rimangono tuttavia alcune ragguardevoli testimonianze: in particolare il chiostro del monastero olivetano dedicato a San Michele ad Alpes, che gli abitanti chiamano familiarmente la Cisterna, fatto costruire all’inizio del XVI secolo da Armaciotto de’ Ramazzotti. Questo valoroso capitano di ventura nacque proprio nel contado di Scaricalasino e i monghidoresi hanno voluto omaggiare il loro più illustre concittadino dedicandogli la piazza centrale del paese, all’imboccatura della quale sorgeva l’antica chiesa distrutta durante l’ultima guerra e di cui resta soltanto una traccia perimetrale in selciato. La nuova chiesa di Santa Maria Assunta, costruita negli anni Cinquanta in posizione più periferica, è rimasta priva di campanile fino all’inizio degli anni Novanta, quando i valenti scalpellini locali lo ultimarono e ne resero visibile la caratteristica architettura ottagonale da tutte le frazioni circostanti.

Monghidoro è oggi, soprattutto nei mesi estivi, un’apprezzabile destinazione per chi ricerca il turismo d’altri tempi, ama la gastronomia slow-food e non ha una particolare simpatia per la chiassosa frenesia delle località balneari. In luglio e agosto, lungo le tre principali strade del centro abitato, ogni venerdì sera le bancarelle dei mercatini dell’usato e dell’antiquariato richiamano una moltitudine di persone appassionate di shopping o semplicemente attratte da oggetti provenienti da epoche ormai remote.

Ma il vero punto di forza di Monghidoro è probabilmente un mix di paesaggi bucolici o innevati, monti boscosi, cieli stellati, profumati silenzi estivi interrotti soltanto dal frinire dei grilli. L’Alpe e il parco La Martina sono due splendide aree naturalistiche perfette per chi desidera immergersi nella natura incontaminata e adora circondarsi di lepri, caprioli, tassi, ghiri e innumerevoli altri mammiferi. Inerpicandosi per il reticolo di sentieri che ricoprono l’Alpe e arrivando fino alla cima Oggioli, alta 1290 metri, nelle giornate meteorologicamente più favorevoli si potrà ammirare un panorama mozzafiato che dalla catena alpina attraversa tutta la pianura padana e arriva al mare Adriatico. E sarà proprio in quel momento che si potranno comprendere appieno le parole che il grande scrittore tedesco Goethe – un altro famoso visitatore di Monghidoro – usò per descrivere questi luoghi nel suo celebre Viaggio in Italia: “Gli Appennini sono per me un pezzo meraviglioso del creato”.

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