Seguendo la Linea Gotica – Il Museo Memoriale della Libertà

Ingresso del museoNella parte più orientale del quartiere bolognese Savena, alle porte di San Lazzaro, un grosso comune dell’hinterland bolognese che molti conoscono soprattutto per il casello dell’Autostrada del Sole e per la fiera della canzone goliardica resa celebre da Francesco Guccini, si trova il Museo Memoriale della Libertà di Edo Ansaloni, una tappa irrinunciabile per gli appassionati di Storia e per tutti quelli che sono interessati ad approfondire le vicende drammatiche della Seconda Guerra Mondiale.

Il museo si trova sulla via Emilia Levante in via Giuseppe Dozza 24, lungo la sponda sinistra del Savena, ed è proprio dietro al cimitero militare polacco, il maggiore dei quattro sacrari in cui sono sepolti i soldati polacchi caduti in Italia durante l’ultimo conflitto globale. Non va infatti dimenticato che furono proprio i polacchi del generale Władysław Anders i primi ad entrare a Bologna il 21 aprile 1945, il giorno della Liberazione, e in questo importante luogo della memoria vi furono seppelliti oltre 1.400 caduti.

La visita del museo inizia dalla segreteria, dove l’efficientissima signora Carla vi accoglierà previo appuntamento telefonico (051-461100) e vi darà ogni informazione utile con l’entusiasmo di chi svolge un lavoro con passione. Un’altra persona assolutamente fondamentale, senza la quale la visita sarebbe assai meno preziosa, è il signor Giorgio, un ex paracadutista che porta i suoi 81 anni con la baldanzosa freschezza di un adolescente e che con le sue spiegazioni accurate vi accompagnerà lungo tutto il percorso museale, rispondendo ad ogni vostra curiosità ed arricchendo ciò che vedrete con i suoi ricordi personali.

Il memoriale si snoda in una serie di cinque diorami che ricostruiscono alcune scene rievocative della costruzione della cosiddetta Linea Gotica, il potente sistema difensivo che avrebbe dovuto arrestare l’avanzata degli Alleati impedendo loro di arrivare alla Pianura Padana, e del suo sfondamento. I diorami, che sono stati realizzati utilizzando manichini estremamente realistici, sofisticate tecniche cinematografiche e facendo ricorso a impianti sonori di ultima generazione, offrono al visitatore un’esperienza sensoriale a tutto tondo e con effetti speciali, rumori e situazioni visivamente impressionanti creano un’atmosfera di forte coinvolgimento psicologico.

La prima scena è ambientata in un borgo appenninico perfettamente ricostruito in ogni dettaglio architettonico ed illustra il rastrellamento di civili da parte dell’Organizzazione Todt, la grande impresa del genio che in tutti i Paesi occupati dai nazisti utilizzava il lavoro coatto per l’edificazione di ponti, strade e opere difensive, come per l’appunto quelle che costituirono nel loro insieme le fortificazioni della Linea Gotica. Sentirete il canto di un gallo, l’appello di un soldato tedesco, le parole in dialetto di un’anziana madre preoccupata per la sorte del figlio.

Le due scene seguenti sono molto toccanti ed in qualche modo autobiografiche. Con esse il dottor Ansaloni ha voluto ricostruire, sulla base dei suoi ricordi di diciannovenne, l’angoscia e la durezza della vita sotto i bombardamenti alleati durante il freddo inverno di fine ‘44. In una cantina claustrofobica e poco illuminata noterete un uomo intento nell’ascolto di Radio Londra e una bambina terrorizzata stesa su un angusto letto a castello, nel frastuono delle esplosioni che devastarono il capoluogo emiliano. L’inconfondibile sibilo delle bombe sganciate dai B24 Liberator americani precederà un boato che farà persino tremare il pavimento sotto i vostri piedi. Una volta usciti dalla cantina noterete il triste spettacolo della parte superiore della casa, con il tetto sfondato e la cucina gravemente danneggiata.

La battaglia di Porta Lame è il soggetto storico rappresentato nel quarto diorama. Il sanguinoso scontro che i partigiani bolognesi del GAP combatterono il 7 novembre 1944 contro tedeschi e repubblichini – e che oggi è ricordato da due statue di giovani combattenti collocate davanti alla Porta e forgiate con il bronzo fuso dal monumento equestre di Mussolini che adornava lo stadio comunale è qui descritto nelle ore preserali, quando i partigiani riuscirono a sfuggire all’accerchiamento grazie all’uso di fumogeni e all’oscurità. Nel canale del Cavaticcio è possibile notare gli uomini delle brigate Garibaldi armati di mitragliatori Sten a pochi passi da un reparto tedesco composto di ufficiali e mitraglieri dotati di MG e da alcuni repubblichini delle brigate nere. Il fatto che uniformi, armi e mezzi militari siano assolutamente originali – tra i tedeschi e i fascisti è addirittura presente un vero Kettenkraftrad, un piccolo mezzo semicingolato della Wehrmacht rende le scenografie ancora più autentiche.

L’ultimo diorama illustra la scalata del Costone Riva, sede di un osservatorio tedesco strategicamente molto importante, da parte di un reparto d’elite della 10th Mountain division USA, momento fondamentale per lo sfondamento della Linea Gotica. Da questa cima un gruppo di dieci soldati della Wehrmacht riuscì a bloccare l’avanzata di 32 mila fanti alleati per 10 mesi. In una notte di luna piena, tra il 18 e il 19 febbraio 1945, i rocciatori che avevano completato il loro addestramento sulle montagne del Colorado riuscirono ad arrampicarsi silenziosamente sulle pareti ripide della Riva, nei pressi di Lizzano in Belvedere, e a sorprendere i tedeschi, dando inizio all’inarrestabile offensiva alleata che sarebbe poi sfociata nella Pianura Padana provocando la rotta definitiva delle truppe germaniche.

All’aperto il museo di Edo Ansaloni ha ancora in serbo moltissime sorprese per il visitatore. Per le imponenti dimensioni balza subito all’occhio un bimotore Piaggio P166M risalente agli anni Settanta. Nelle vicinanze sono presenti alcuni pezzi d’artiglieria: un obice italiano, un cannoncino tedesco e tre di fabbricazione britannica. Nel piazzale si possono notare anche un paio di monumenti, uno dedicato ai carristi e l’altro ai caduti di tutti gli schieramenti. Un carro ferroviario blindato utilizzato per le deportazioni verso i campi di sterminio ospita oggi una mostra fotografica sugli indescrivibili orrori della Shoah.

Gli appassionati di veicoli militari potranno trovare di particolare interesse la grande tettoia che ne accoglie un paio di dozzine, sulla destra quelli degli alleati e sulla sinistra quelli dell’Asse. Il primo non può che essere lo Sherman M4, il famoso carro armato americano qui visibile con le insegne della Prima Divisione corazzata e verniciato in verde e giallo sabbia, che molti ricorderanno nella scena finale dello splendido film di Benigni “La vita è bella”. Dopo vari modelli di Jeep, un’autoblindo semicingolata White M3 e diversi autocarri pesanti impiegati nel trasporto di tank e munizioni si può persino trovare un esemplare del celebre mezzo anfibio DUKW, meglio conosciuto come “duck” (anatra) e ampiamente utilizzato durante l’operazione Husky in Sicilia e ad Anzio. Sull’altro lato, di particolare rilievo, una preziosa Alfa Romeo 2500 che fu adoperata in Africa dal maresciallo Graziani e un autocarro Phanomen Granit color giallo sabbia dalle inconfondibili insegne dell’Afrika Korps del generale Erwin Rommel, la volpe del deserto.

Al visitatore paziente e scrupoloso si segnala infine un video della durata di circa tre quarti d’ora contenente materiale inedito girato dal giovane Edo Ansaloni nell’ultimo anno di guerra. Nelle riprese iniziali di questo filmato si vedono una squadriglia di quadrimotori B24 Liberator che sorvola il cielo di Bologna prima del bombardamento di un ospedale e l’ingresso degli Alleati nella città appena liberata, con le avanguardie polacche che in uniforme inglese avanzano circospette temendo il fuoco di qualche cecchino.

La seconda parte del video è piuttosto cruda e documenta il processo, la condanna e la successiva fucilazione del famigerato capitano Renato Tartarotti, fascista repubblichino capo di un’efferata squadra speciale di polizia e responsabile della morte di centinaia di civili, torturati a morte e agganciati alla facciata di palazzo d’Accursio, che con crudele sarcasmo chiamava “il posto di ristoro dei partigiani”. Nella parte finale il dottor Ansaloni racconta in un’intervista televisiva di quando, durante un coprifuoco, fu fermato dai tedeschi e, vistosi ormai perduto, fu invece lasciato andare.

Mai pensare che la guerra, anche se giustificata, non sia un crimine”. Così diceva Ernest Hemingway, lui che, come Edo Ansaloni, la guerra l’aveva vista e documentata. Tutti quelli che hanno avuto la fortuna di non viverla hanno il dovere morale, visitando luoghi come il Museo della Libertà, di conservare la memoria di ciò che è stato e che non dovrà mai più ripetersi.

 

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