Le suggestioni della Val di Zena, la Terra di Mezzo bolognese

Val di ZenaI film fantasy tratti dai romanzi di J.R.R. Tolkien piacciono molto perché interpretati da nani simpatici ed elfi affascinanti, ma anche grazie alle location in cui vengono girati, spesso misteriose ed incantate. La Val di Zena, una delle vallate meno note della provincia di Bologna, sarebbe senza dubbio perfetta per ambientarci le imprese di hobbit, troll e stregoni.

Gli ingredienti ci sono tutti: il corso d’acqua che scorre lento lungo i suoi tortuosi meandri, l’alta cascata che potrebbe nascondere un passaggio segreto, torri e castelli di un medioevo dimenticato e forse immaginario, pietre dalle forme bizzarre che non sembrano appartenere a questi mondi, borghi nascosti, strade sterrate, lupi e altri animali selvaggi.

Cominciamo dal corso d’acqua, un piccolo torrente di 40 chilometri che possiede ben due sorgenti nel territorio comunale di Loiano: una nei pressi del monte Bastia, cima che negli ultimi mesi dell’ultima guerra gli orchi, cioè i tedeschi asserragliati lungo la Linea Gotica, utilizzarono come potente baluardo difensivo per rallentare l’avanzata degli alleati, l’altra vicino alla frazione di Quinzano, dove una spettacolare cascata alta trenta metri fa venire in mente agli amanti di Tolkien quella che Elrond vedeva dalla finestra della sua casa a Gran Burrone. « La sua casa era perfetta, che vi piacesse il cibo, o il sonno, o il lavoro, o i racconti, o il canto, o che preferiste soltanto star seduti a pensare, o anche se amaste una piacevole combinazione di tutte queste cose. In quella valle il male non era mai penetrato ». Così lo scrittore britannico descriveva la forra abitata dagli elfi ed è chiaro che aveva visto la Val di Zena.

A poco più di un chilometro dal borgo rurale di Quinzano troviamo il segnale che indica l’ingresso della zona archeologica di Monte Bibele, una delle più importanti in Italia per quanto concerne la civiltà dei Celti. Su questo rilievo ricco di acque sorgive – da qui ha origine il toponimo, che significa proprio “montagna potabile” – sono stati ritrovati i resti di un abitato, di alcune aree sacre e una necropoli a culto misto. I corredi funerari e le armi dei guerrieri sono oggi visibili nel Museo Fantini di Monterenzio, che organizza visite didattiche e ricostruisce interessanti spaccati di vita quotidiana nel villaggio etrusco-celtico del IV-III secolo a.C. Quello di Monte Bibele è un caso più unico che raro di convivenza pacifica e integrazione culturale tra due popolazioni completamente diverse, quella dei Galli Boi, fiero popolo guerriero di origine celtica, e quella dei raffinati Etruschi, che abitavano il territorio già da prima dell’arrivo dei conquistatori cisalpini e che li ammaliarono a tal punto da concludere un’alleanza duratura fra le loro genti. Nell’universo immaginario tolkeniano nani ed elfi furono sempre in grado di trarre grandi profitti dalla reciproca alleanza e lo stesso riuscì per ben due secoli anche ai Boi e agli Etruschi, fino a quando le legioni della Roma repubblicana non misero fine a quel felice connubio con il fuoco.

Procedendo verso nord la vegetazione diventa meno fitta e gli spazi più ampi. All’orizzonte si staglia l’inconfondibile profilo del Monte delle Formiche,  un alto sperone roccioso sulla cui vetta sorge il santuario dedicato alla beata Vergine. Sotto limmagine della Madonna è inciso un distico latino che recita centatim volitant formicae ad Virginis aram quo que illam voliant vistmae tatque cadunt (ansiose volano le formiche allaltare della Vergine, pur sapendo che ai suoi piedi moriranno) e che spiega la curiosa origine del nome del luogo, il quale già nel 1400 veniva citato nei documenti come Santa Maria Formicarum. Ebbene, qui non troveremo i ragni di bosco Atro, ma se ci ricorderemo di raggiungere la cima del monte l’8 settembre, guarda caso proprio il giorno della festa mariana, avremo modo di vedere con i nostri occhi il curioso fenomeno al quale alludeva l’iscrizione latina: sciami di formiche alate provenienti dai luoghi più lontani dell’Europa vengono ogni anno a morire qui, al termine di un lungo viaggio nuziale, per rendere omaggio – così almeno ritengono i più devoti – alla Madre di Cristo.

La nostra strada scende ora repentinamente e dopo un’ampia curva e una controcurva ci ritroviamo in località Fornace, una zona dove d’inverno la conformazione della valle e le fredde correnti d’aria che la attraversano fanno scendere di molti gradi la temperatura. Da questo punto fino al villaggio che dà il nome alla nostra valle sono circa cinque chilometri da percorrere in mezzo alla natura più incontaminata, tra le rocce eterne dei contrafforti pliocenici, dove i gheppi sospesi controvento osservano dall’alto i guardinghi scoiattoli e gli impensieriti ghiri e dove non è affatto raro che caprioli, volpi e tassi ci attraversino la via. Poche case, probabilmente abitate da qualche hobbit solitario, e arriviamo a Zena, dove nascosto in mezzo alla boscaglia al termine di una stradina sterrata si trova un vero castello medievale, del quale nel dopoguerra si era quasi persa la memoria.

Difficile dire quando fu costruito, ma è certo che la struttura fortificata originaria sia antichissima, dato che su una pietra crepata, purtroppo andata distrutta durante l’ultima guerra, c’era un’iscrizione che ricordava una certa Zenobia appartenente al castello, morta suicida nel 1081. La leggenda di Zenobia si è tramandata nei secoli e ancora oggi, a distanza di quasi mille anni, gli anziani del luogo parlano della triste storia di questa fanciulla promessa sposa ad una persona che non amava. Il castello di Zena non è certo maestoso come la fortezza di Minas Tirith de Il Signore degli Anelli, ma non è meno affascinante, con il suo aspetto decadente e al tempo stesso dignitoso e quella magia misteriosa che solo i luoghi incantati sanno trasmettere.

Vicino a Zena, precisamente a Gorgognano, su un’altura dalla quale si gode un magnifico panorama appenninico incontriamo una balena spiaggiata. Proprio così, un cetaceo latteo in un luogo dove non ci aspetteremmo mai di vederne uno, se non sotto l’effetto di qualche incantesimo malefico di Saruman il Bianco. D’accordo, non è una vera balena, ma un monumento davvero originale inaugurato nel 2008 nel punto esatto dove due milioni di anni fa, in quello che allora era un ambiente marino costiero, andò a spiaggiarsi una balenottera della quale negli anni Sessanta vennero rinvenuti i resti fossili.

Torniamo sulla fondovalle e continuiamo il nostro percorso verso settentrione, tra ripide pareti di arenaria che incombono minacciose sulla strada serpeggiante dalle quali sporgono strane pietre arrotondate, i “cogoli”, formatisi dallo scioglimento di ammassi di conchiglie. Non dimentichiamo infatti che stiamo attraversando il fondale di un antichissimo mare interno le cui calde acque erano l’habitat ideale di molluschi, coralli e dugonghi, grossi mammiferi oggi quasi estinti. In questa zona l’illustre studioso Luigi Fantini, al quale è dedicato il sopraccitato museo di Monterenzio, raccolse centinaia di “botroidi”, insolite concrezioni di calcare e di sedimenti di carbonato che evocano persone, animali e soprattutto madonnine col bambino (nel museo della civiltà villanoviana di Castenaso è addirittura presente un presepe di botroidi). Ricordano anche i troll pietrificati de L’Hobbit, pur essendo assai più piccoli.

Prima di raggiungere Botteghino di Zocca, il primo vero paese da quando siamo partiti, notiamo sulla destra il Lago dei Castori, un invaso artificiale paradiso di pescatori e altri ozianti. Poco più avanti incontreremo la grotta del Farneto, nel cuore del parco dei Gessi  Bolognesi e dei Calanchi dell’Abbadessa, un complesso carsico di estremo interesse comprendente rupi, doline, inghiottitoi e grotte dove in epoca preistorica abitarono i nostri progenitori. La grotta del Farneto, dove il grande speleologo Fantini di cui abbiamo già parlato e in onore del quale è stata organizzata una bella mostra itinerante rinvenne negli anni Sessanta alcune tombe risalenti all’Età del Rame, è oggi meta di visite guidate, che possono essere effettuate senza timore di incontrare orchi ed altre creature maligne nascoste nelle profondità della terra.

Siamo ormai arrivati alla fine del nostro fantastico viaggio. Pulce è la frazione di San Lazzaro di Savena dove terminano sia la val di Zena sia la provinciale n. 36 che la percorre nel suo tratto finale. A Pizzocalvo il torrente Zena andrà ad immettersi nell’Idice, uno dei principali affluenti del Reno, e sarà tutta un’altra storia. Qui non c’è più traccia dei colori e dei profumi che ci hanno accompagnato lungo lintero cammino e la fredda urbanizzazione dell’hinterland bolognese diventa da questo momento la nuova protagonista. Ma basta voltarsi indietro e la magia della vallata è ancora lì davanti agli occhi della nostra mente, con tutte le sue invisibili creature immaginarie sempre pronte a trasformare la realtà in mito.

 

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