La Futa, un arcobaleno di pace tra Bologna e Firenze (seconda parte)

Cimitero germanico della FutaAnche se il territorio non sembra variato ora vi trovate in Toscana, precisamente nell’Alto Mugello. Non ci credete? Fermatevi a chiacchierare con qualcuno del posto e noterete subito l’accento fiorentino e la caratteristica “c” aspirata. Eppure avete appena lasciato l’antica frontiera che separava lo Stato Pontificio dal Granducato di Toscana e la traccia più notevole è ancora assai evidente nella prima frazione del comune di Firenzuola dove, prendendo in prestito le parole del Dizionario pubblicato nella prima metà del XIX secolo dal geografo Emanuele Repetti, il vasto e veramente regio edifizio della dogana delle Filigare, stato recentemente costruito da capo a fondo di pietra lavorata, con portici e magazzini grandiosi sorprende per la sua magnificenza il passeggere, nel vedere tanta grandezza all’ingresso della Toscana nella parte più alpestre e poco abitata dell’Appennino.

Proseguite verso il passo della Raticosa, in mezzo a cerri, castagni e foreste di abeti. Ci arrivate dopo aver percorso un considerevole numero di curve, controcurve e salite, tra le sorgenti del Diaterna e quelle dell’Idice, dopo le borgate di Montalbano e de La Posta. Questo valico si trova a 968 metri sul livello del mare e, soprattutto nei fine settimana dei mesi più caldi, è molto apprezzato dai motociclisti che, nell’ampio piazzale davanti allo chalet, si danno ritrovo a migliaia. La Raticosa è anche il traguardo della famosa cronoscalata di auto storiche, giunta alla sua 26ma edizione il 1° giugno di quest’anno. Le gare motoristiche suggeriscono un tocco di modernità a queste contrade nelle quali il tempo pare essersi fermato all’epoca remota delle giostre medievali. In effetti l’Alpe degli Ubaldini – così veniva chiamato il Mugello quando era un feudo dell’omonima famiglia ghibellina – costituiva un potente caposaldo costellato di rocche, fortificazioni e castelli, di cui oggi rimangono purtroppo scarse tracce, anche se è ancora possibile immaginarne l’antico splendore.

“Vestiti di tutti gli indumenti di lana in nostro possesso, ci infilammo nei letti duri come pietra. Fuori il vento continuava a ululare fra i monti. Fra lenzuola che non volevano scongelarsi, inutile sperare di prendere sonno. Rimasi sveglio ad ascoltare il rumore del vento, chiedendomi quale effetto potesse avere la bufera su quei getti violenti di gas naturale che fanno la fama di Pietramala. Quei giganteschi fuochi fatui sarebbero stati spenti dal vento? Oppure avrebbero continuato ad ardere nonostante la sua furia? Il pensiero delle fiamme era confortante; vi indugiai con un certo compiacimento”. Così lo scrittore inglese Aldous Huxley descriveva il suo passaggio nel 1925 e le sue parole non avrebbero potuto raccontare meglio la caratteristica peculiare dei cosiddetti “terreni ardenti”, dei quali oggi rimane soltanto un prosaico distributore di metano. Ormai le fiamme non sono più visibili da molto tempo, eppure in passato Pietra Mala (così si chiamava allora) richiamava per la sua misteriosa curiosità naturalistica, attorno alla quale fiorirono spaventose leggende, eminenti studiosi e illustri viaggiatori da tutta Europa.

La bellezza dei panorami e della natura, qui selvaggia più che mai, vi avrà forse fatto dimenticare gli orrori dell’ultimo conflitto, ma il passo della Futa, dall’alto dei suoi 903 metri, ve li riporterà alla memoria. Qui si trova l’impressionante cimitero militare germanico. A forma di spirale e culminante in una cuspide triangolare, venne progettato negli anni Sessanta dall’architetto Dieter Oesterlen e con la sua superficie di circa dodici ettari è il più grande dei tre sacrari tedeschi esistenti in Italia. Le sue sedicimila lapidi di granito grigio, tutte disposte in rigoroso ordine teutonico, raccolgono le spoglie di oltre trentamila caduti. Passeggiando tra le tombe e guardando le date dei tanti Friedrich, Hans e Gunter, è assai facile calcolare che avevano poco più di vent’anni quando rimasero uccisi, la maggior parte negli ultimi giorni di guerra. Nessuno potrà mai dimenticare i tanti massacri compiuti dai nazisti (e dai loro volenterosi complici nei vari Paesi occupati) in quegli anni atroci, ma di certo non si riuscirà a restare indifferenti davanti al triste spettacolo di quella gioventù sacrificata e ingannata dall’odio di un’ideologia mostruosa.

Dopo il passo della Futa la strada storica comincia a scendere rapidamente, tra tortuose giravolte e sconfinate distese di conifere. Mano a mano che la montagna cede il passo alla collina i profumi diventano sempre più agresti, i contorni dei rilievi si addolciscono, i colori assumono tonalità più sfumate. L’antica tenuta di Panna, vicino al piccolo abitato di Santa Lucia, nell’Ottocento era celebre per l’allevamento di razze bovine, mentre oggi è rinomata per le sue acque minerali. Più avanti, dopo la borgata di Monte di Fo, il villaggio di Montecarelli vi tenterà con le sue antiche osterie e la cucina tradizionale toscana, qui particolarmente allettante e genuina.

Un’altra tappa obbligata è quella in località Le Maschere, nei pressi del lago di Bilancino e non troppo distante da Barberino di Mugello, dove un tempo i viaggiatori cambiavano i cavalli alla stazione di posta e dove dal Seicento sorge una sontuosa villa con un parco alberato di circa diciannove ettari. Questa magnifica residenza, la cui facciata occidentale decorata da ventidue mascheroni teatrali spiega l’insolito toponimo, nel Settecento ospitò papi e sovrani e divenne meta prediletta di una sempre più esclusiva élite per le sue straordinarie feste alle quali tutti ambivano partecipare. Occupata durante la seconda guerra mondiale prima dai tedeschi e poi dagli americani, nel 1963 fu abbandonata e da quel momento iniziò un inesorabile degrado che portò al crollo del tetto e al grave danneggiamento dei decori interni. Restaurata negli anni Duemila, oggi è diventata una struttura alberghiera di lusso e la villa e il parco sono divenuti monumenti nazionali.

Da quando siete partiti avete già visto molti splendidi luoghi, ma la Futa ha ancora in serbo per voi alcune emozionanti sorprese. Attraversato il lago, a soli quattro chilometri dalle Maschere in direzione sud-est, si incontra infatti la villa medicea di Cafaggiolo, edificata dall’architetto fiorentino Michelozzo nel 1454. In questo magnifico castello dotato di giardini, fontane e torri merlate, che nel 2013 è stato dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità, Lorenzo il Magnifico vi trascorse la sua adolescenza e vi compose il poemetto “Nencia da Barberino” dopo aver perso la testa per un’affascinante campagnola della zona. Cafaggiolo è anche famosa per le maioliche che nel suo secolo d’oro, il Cinquecento, venivano fabbricate per nobili e regnanti. Poco distante, prima del bivio di Novoli, un secondo castello, progettato anch’esso da Michelozzo, vi attenderà in cima ad un poggio in località Trebbio, al termine di una strada sterrata di un paio di chilometri.

Continuando a scendere arriverete nel comune di Vaglia dove troverete, in località Pratolino, la cinquecentesca villa Demidoff con il suo immenso parco, uno dei più amati della Toscana. Questo luogo, di cui Montaigne disse che la bellezza e la ricchezza non si potevano rappresentare con la scrittura, è celebre soprattutto per il Colosso dell’Appennino, un’imponente fontana di quattordici metri di altezza che in qualche modo vi riporterà all’origine di questo viaggio, dato che l’artista che la realizzò è lo stesso Giambologna della fontana del Nettuno, vero e proprio simbolo della città di Bologna.

Arrivati nell’etrusca Fiesole, da dove i suoi antichi abitanti videro sorgere, a soli sei chilometri di distanza, il villaggio italico di capanne che sarebbe poi diventato Firenze, potrete finalmente godervi uno splendido panorama della tanto agognata destinazione. L’antica Vipsul, poi Faesulae in epoca romana, con le sue tante testimonianze storiche è ricchissima di monumenti e di storie eroiche, come quella dei tre carabinieri che il 12 agosto 1944 – ecco di nuovo la guerra che si riaffaccia con tutto il suo orrore – si consegnarono ai tedeschi per salvare dieci ostaggi e subito dopo vennero fucilati.

“Nel curvare attorno a una collina, scoprimmo Firenze in distanza, circondata da giardini e terrazze che si levavano gli uni sugli altri; la luna piena sembrava brillare con un fascino particolare su questa regione favorita dalla sorte. La sua luce serena sul grigio pallido dell’olivo conferiva un aspetto visionario al paesaggio, quasi si trattasse d’un Elisio, e mi dispiacque che le porte di Firenze mi escludessero da tutto questo”. Così scriverà il politico inglese William Beckford, uno dei tanti viaggiatori del passato che ebbe la fortuna di non conoscere le immani tragedie dell’ultimo conflitto mondiale e che ebbe il privilegio di percorrere la Futa come avete appena fatto voi.

 

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