Memorie storiche intorno alla vita di Armaciotto De’ Ramazzotti raccolte da Giovanni Gozzadini – Undicesima parte

Giovanni GozzadiniGiacchè ora di gurisdizioni si tiene discorso non mi sembra fuor di proposito il narrare cosa, che però volendo serbare l’ordine cronologico ad altro luogo apparterebbe.
Era da Leone X stato concesso ad Armaciotto ed a’ suoi successori in perpetuo il feudo di Sassiglione e della Bastia, per certe cause espresse nell’investitura, e pel credito di ottomila ducati d’oro ch’egli avea colla Camera di Bologna. Ma siccome Clemente VII ad istanza del senato Bolognese con suo Breve annullate avea le separazioni e gli smembramenti fatti al Comune di Bologna nell’erigere Contee, e rimesso quei luoghi nello stato in cui erano al tempo di Sisto IV, Armaciotto inviò una supplica a Clemente addimostrandogli che quelle Lettere rivocatorie non poco danno gli avrebbero arrecato, tanto più che nel tempo in cui il Pontefice ordinava che vi si desse esecuzione, il Cardinale Innocenzio Cibo, Legato di Bologna, e due Ambasciatori della stessa Città alla Corte di Roma venivano con esso lui ad una transazione, per la quale era convenuto che la Camera Bolognese ad un prefisso tempo gli restituisse seimila ducati, ricuperando il Castello di Sassiglione, e che quello della Bastia a lui rimanesse per la somma di duemila. Il Papa approvato tale accordo avea persuaso il Vescovo Altobello Governatore di Bologna, ed il Senato, ad ultimarlo, ma siccome i XL nol fecero, Armaciotto ebbe di nuovo ricorso a Clemente sicchè fosse provvisto alla sua indennità. Con Bolla data in Roma il 30 Aprile dell’anno 1532 dichiarò il Pontefice che non aveva inteso nell’annullare le concessioni feudali derogare alla stabilita transazione, e che per le continue prove di fedeltà e divozione date dal Ramazzotto, pe’ suoi preclari servigii, avendo ancora mantenuto buon numero di fanti senz’alcuno stipendio al tempo di Leone X, di Adriano VI, e di Sede Vacante, ogni qualvolta le circostanze il richiesero, massimamente allorchè in assenza del Pontefice Adriano difese e liberò la Città di Bologna dall’invasione dei Bentivogli, che l’aveano assalita con grande apparato di forze, coll’affrontare e sconfiggerne l’esercito, loro togliendo le piccole e grosse artiglierie, giudicava esser degno di ricompensa, e perciò concesse di nuovo il feudo di Sassiglione e della Bastia, come avea avuto da Leone X, nonostante l’annullazione menzionata, a lui ed a’ suoi figli fino alla quarta generazione inclusive, volendo che ad Armaciotto dovessero immediatamente succedere i di lui nepoti Ramazzotto ed Alessandro (94).
Allorquando Clemente VII si trovava in tremende angustie dopo il sacco di Roma nel 1527 (95), Lorenzo de’ Malvezzi ebbe segrete pratiche con Annibale Bentivoglio per appianargli la via di rientrare in Bologna. Non potè esser tanto celata la trama che alcun poco non ne trapelasse all’occhio dei sospettosi nemici di quell’espulsa famiglia. Bastò un sospetto perchè il Conte Ugo de’ Pepoli radunata la parte Ecclesiastica, movesse in cerca di Lorenzo per togliergli la vita. Armaciotto però che bene scorgeva come il ricorrere a siffatti estremi poteva esser causa di riaccendere la sopita e non mai spenta fazione Bentivolesca, si oppose al disegno del Pepoli. In questo mentre si era divulgata la notizia della scoperta congiura, ed Ermete Marsili, ed Agamennone Marescotti, che in un col Malvezzi l’aveano ordita, giovandosi del tumulto con buona mano d’armati corsero al Palazzo, per occuparlo a nome dei Bentivogli. Ma le truppe d’Armaciotto che lo custodivano, rendettero valli i loro sforzi, fintanto che giunse il loro Duce da cui tosto fu dispersa la turba degli aggressori. Annibale Bentivoglio convinto allora che troppo debole era il suo partito nella Città, e stanco di vedere andare a vuoto tutto che imprendeva per ricuperare l’avita Signoria, depose ogni pensiero a questo riguardo, nè più si partì da Ferrara (96).
Avea Armaciotto adunate considerevoli ricchezze, parte delle quali con pio divisamento volle impiegate per onorare il Dator d’ogni bene. Erasi già da lui fatta edificare a Scaricalasino, ov’ebbe culla, una Chiesa sacra all’Arcangelo Michele, e di questa ideò farne un Monastero. Il Pontefice Clemente VII secondando le sue brame gl’inviò una bolla (97), in vigore della quale potesse Armaciotto fondare quel Cenobio, sotto il titolo di San Michele ad Alpes. Altre pure ne ottenne che univano a questa le Chiese di Monghidore, di S. Margherita di Frassincò (98), di S. Pietro di Val di Sambro, e di S. Giovan Batista di Tavernola (99). Allora della Chiesa ch’egli avea eretta, e d’un sontuoso Palazzo con alta Torre già da lui innalzato, poi ridotto a Monastero col dispendio di ottomila ducati d’oro, somma in quei tempi assai rilevante (100), fece dono ai Monaci Olivetani , coll’obbligo che un Priore, e dodici individui della Famiglia Benedettina, vi risedessero ad esercitarvi il culto divino (101).
Ma tralasciamo ormai di parlare di solitudine e di vita tranquilla, poichè il nostro guerriero ne invita a seguirlo fra lo strepito delle battaglie, ed a narrare com’ egli trovossi nel 1529 al memorando assedio di Firenze. Chi fosse desioso di conoscerne i particolari non ha che a volgersi agli Storici Fiorentini, o agli Scrittori delle cose italiane. Accenneremo qui soltanto di volo ch’esso fu intrapreso da Clemente VII bramoso di rimettere in Firenze nella sua prima grandezza la Casa de’ Medici, o piuttosto per far della sua patria un retaggio a questa, siccome avvenne. Quel Principe d’Oranges che due anni prima era entrato in Roma alla testa di uno stormo di masnadieri, e l’avea orribilmente saccheggiata, guidando ottomila fanti tra Tedeschi e Spagnuoli, e diecimila pedoni assoldati dal Pontefice, sul finir dell’Ottobre pose il suo campo a Pian di Ripoli, sotto Firenze (102). I Fiorentini con gran valore, con generosi sforzi dieci mesi si sostennero contro gli assedianti, che vi operarono grandi prodezze: ma finalmente dopo la sconfitta di Gavinana dovettero scendere ad un accordo (103). Le conseguenze di questa lotta in cui ebbero a cedere i Fiorentini furono per essi terribili. Le proscrizioni, le confische, il sangue di molti dei primarii Cittadini segnarono con marchio indelebile quell’epoca fatale; la fiorentissima Repubblica di Firenze più non fu: e a quello Stato si diede qual Capo e Principe un Alessandro de’Medici ! ! ! – Armaciotto, siccome dicemmo, ebbe parte in questa guerra. Capitanava egli tremila pedoni coi quali occupò Firenzuola e Scarperia, che furono da lui fortificate alla meglio, e custodite. Essendo le truppe ch’egli conduceva più adatte a battersi alla spezzata che a cimentarsi in un’azione generale, scorreva con queste pel territorio Fiorentino per impedire agli assediati di procacciarsi vettovaglie: e Gagliano, e Barberino con tutte le altre Castella del Mugello furono da lui saccheggiate (104). Secondo il Varchi Armaciotto non uscì mai dal Mugello, ma da ciò che racconta il Segni sembra potersi dedurre ch’egli avesse un’azione più immediata nell’assedio di Firenze (105).
Per lungo tratto di tempo le storie più non parlano d’Armaciotto, per cui è a credersi ch’egli tranquillamente menasse suoi giorni in Bologna, sempre però attendendo alle sue cariche militari. Ma le sue ricchezze che di giorno in giorno si accrescevano, e la possanza che bilanciava ormai quella del Senato (106), ridestarono viemaggiormente l’invidia, che con gelosa rabbia s’armò contro di lui, e fece nuovi e più fortunati maneggi alla Corte Pontificia onde perderlo. Fu egli chiamato a Roma a fine di scolparsi di aver condannato ingiustamente alcuni suoi sudditi all’estremo supplizio, e di non aver restituito agl’Imolesi le Castella da lui possedute nel loro territorio, siccome il Pontefice aveva ordinato (107). Portossi Armaciotto a Roma per far valere le proprie ragioni, ma appena presentatosi a Paolo III, che avea dimenticato, o non volea rammentare quanto egli fosse benemerito della Santa Sede, conobbe che ben poco avea a sperare dall’animo mal prevenuto di lui. Vedeva ognora peggiorare le sue sorti, allorquando gli fu susurrato all’orecchio che una più lunga dimora poteva essere funesta alla sua libertà. Di più non vi volle per deciderlo ad abbandonar celatamente quella Corte, ed avviarsi a Tossignano. Appena seppe il Pontefice la sua partenza che lo fece capitalmente esiliare dagli stati della Chiesa, con bando pubblicato in Bologna nel di 26 dì Giugno 1536, e comandò a Monsignor Gregorio Magalotti, Vescovo di Chiusi e Presidente della Romagna, che con poderosa schiera d’ armati andasse ad espugnare Tossignano e le altre Castella, e cercasse di averne prigione il ribelle Feudatario, per fargli provare il rigor delle leggi. Armaciotto, ben prevedendo ciò che sarebbe accaduto, non sì tosto giunse a Tossignano lo munì di numeroso presidio, ne fortificò la Rocca, ed afforzato il Castello cogli opportuni ripari, seppe tanto coll’arte aggiungere alla posizione già forte per sua natura, da farne un luogo inespugnabile. Riposto ivi quanto di più prezioso si avesse , ed affidatane la difesa a Cornelio di Michelino suo amico, andò ad assoldare nuove genti, seco conducendo alcuni figli di Cornelio qual guarentigia della sua fedeltà. Non tardò molto Monsignor Magalotti ad arrivare co’ suoi soldati sotto le mura di Tossignano, che tosto furono minacciate, e difese. Scorgeva il Presidente quanto difficil fosse l’impresa di superarle, laonde intimò al Castellano che s’egli non s’arrendeva entro sei giorni, tolto avrebbe di vita il suo genitore, ed un suo fratello, che per proprio comando erano già in ceppi in Bologna. Cornelio atterrito a tale minaccia, dimentico della dovuta fede, dei figli i quali erano in ostaggio, diede il Castello e la Rocca al Magalotti, che avute in suo potere anco Fontana, Codronco, Belvedere , Valmaggiore, Cantagallo, Valsalva , e Paventa, tutte restituì agli Imolesi (108), obbligandoli però a pagare alla Camera Apostolica cinquemila ducati, e a demolire la Rocca di Tossignano (109). Armaciotto allor che seppe i disastri dai quali era stato colpito, udito il decreto di confisca contro di lui pronunziato d’ordine di Paolo III, che lo privava non solo de’ molti feudi (110), ma per fino de’ suoi allodiali, e vedendosi privo di tutto fuorchè del suo braccio che tanti onori e ricchezze aveagli procacciato, sebbene oramai logoro dagli anni e dalle fatiche, cercò asilo presso Alessandro Duca di Fiorenza, e l’ottenne, per la devozione ch’ egli avea sempre professato alla Casa Medicea (111). Ma quest’ ultimo appoggio ancora fu tolto ad Armaciotto , giacchè Lorenzino de’ Medici volendo liberare Firenze dall’oppressione in cui tenevala Alessandro, nel sesto giorno di Gennaio dell’anno 1537 lo trucidò a tradimento. Ad Alessandro fu dato successore in quel Principato Cosimo de’ Medici (112): ma gli emigrati Fiorentini avvalorati da Filippo Strozzi, il più ricco privato d’Italia de’ suoi tempi, e da Bartolommeo Valori , nutrivano la speranza di rovesciare colla forza il governo del nuovo Duca. Avendo questi raunato un esercito sotto il comando di Pietro Strozzi, entrarono sul declinare del Luglio in Toscana, e posero gli alloggiamenti a Montemurlo. Cosimo nella notte del 31 Luglio mandò un grosso corpo di truppe Spagnuole, Tedesche, e Italiane capitanate da Alessandro Vitelli ad assalire i nemici. Armaciotto, abbenchè grave d’anni, seguì queste insegne, e nel conflitto che accadde snudò per l’ultima volta quel brando che tante volte scintillò nei più sanguinosi cimenti. Michele suo nipote, Capitano valoroso, accompagnavalo, lasciato avendo il Piemonte ove militava, per voler dello Zio, che il chiamò a difesa dei Medici. Venute a tenzone le due armate sotto la Rocca di Montemurlo, dopo lungo e sanguinoso combattimento gli emigrati furono vinti, e lo stesso Filippo Strozzi rimase prigioniere del Vitelli (113). Ritirossi di poi Armaciotto a Pietramala , forse perchè non curato dal Duca Cosimo, e per due anni là visse nella più dura indigenza, avendo la morte posto fine a’ suoi mali nel giorno 14 d’Agosto dell’ anno 1539, settantesimoquinto di sua vita, e non nel decimonono lustro siccome si legge nell’ inscrizione sepolcrale (114). Senz’alcuna pompa le sue spoglie mortali furono riposte in una Chiesuola alle Vaglie, poco lungi dal confine che separa il Fiorentino dal Bolognese territorio. L’Alberti così ci descrive le forme d’Armaciotto che facilmente egli avrà vedute, poichè gli era contemporaneo. Fu Ramazzotto di mediocre statura, piuttosto picciolo che grande, di bruto aspetto, di naso acquilino, di colore bruno, colli capelli negri, nel parlar balbutiente et impedito (115).

NOTE

(94) In Dei nomine amen. Hoc est exemplar authenticum  quarundam litherarum apostolicarum fe. re. Clementis Pape VII tenoris sequentis videlicet. (…)
(95) Vedasi nel Sismondi e nel Muratori a quali eccessi  giunse la sfrenata soldatesca che consumò sì luttuoso avvenimento cominciato nel giorno 27 di Maggio, e continuato sette  giorni consecutivi.
(96) Negri VoI. XXII an 1524, e Litta Famiglia Bentivogli parte prima Tavola V.
(97) Clemens Episcopus Servus servarum Dei ad perpetuam  rei memoriam. Exigit iniunctum nobis desuper apostolice servitutis officium, ut ad ea, per quo divinus cultus augmentum, et relligio propagationem ubique cum animarum salute suscipiant, et persone sub eiusdem relligionis observantia Domino famulantes, valeant eidem in illius beneplacitis commodius deservire diligenter intendimus, ac in hiis, prout in Domino conspicimus salubriter expedire, eiusdem officii partes favorabiliter impendamus, sane pro  parte dillecti filii Ramazotti de Ramazottis civis Bononiensis custodie nostre capitanei nobis exhibita peticio continebat, quod ipse pie ductus cupiens terrena in celestia, et transitoria in eterna felici comercio commutare pro anime sue salute, et Religionis propagatione, et divini cultus augmento in villa de Scargalasino nuncupata comittatus Bononiensis edificia cum officinis necessariis pro erigendo uno monasterio sub invocatione Sancti Michaelis pro usu, et habitatione perpetuis unius prioris et duodecium monachorum  Ordinis Sancti Benedicti Congregationis Montis Oliveti ex Monasterio S. Michaelis in Buscho Bononiensis Ordinis, et Congregatione predictorum assumendorum suis sumptibus, et expensis rite construi, et edifficari fecit, et in eiusmodi constructionesummam Octo millium Ducatorum, vel circa,exposuit, quare pro parte dicti Ramazotti fuit humiliter supplicatum, utinibi unum monasterium sub dicta invocatione pro uno Priore, et duodecim monacis Ordinis et Congregationis huiusmodi erigere, et instituere, et alias in premissisopportune providere debegnitate Apostolica dignaremur. (…)
(98) La Parrocchia di S. Maria di Monghidore ed il Benefizio di S. Margherita di Frassincò furono unite al Monastero di S. Michele ad Alpes, a tenore di una bolla del 24 Gennaio 1529, dal Canonico Cammillo Dolfi Commissario e Delegato  Apostolico nel dì 20 Agosto dell’anno stesso. Arch. di S. Mich. di Scar. Instrum. e Scritt. dal 1430 al 1549 T.1 N.20.
(99) Il Delegato Apostolico Canonico Marcantonio Marescotti nel dì 19 Settembre 1531 unì al suddetto Monastero, a tenore di due Brevi di Clemente VII del 1528, e del 1531, le  Pievi di S. Pietro di Valle di Sambro, e di S. Giovanni Battista di Tavernola. Arch. di S. Mich. di Scar. Repertorio pag. 762.
(100) Secondo il Zanetti, Monete e Zecche d’Italia, il Ducato d’oro Papale presso a poco corrispondeva all’odierno zecchino Romano effettivo, in quanto al peso ed alla bontà del metallo: laonde ottomila ducati d’oro equivarrebbero a scudi Romani diciasettemila e seicento, ma se vogliasi riflettere alla scarsezza di numerario che v’era in quei tempi in paragone a’ nostri, giacchè la scoperta delle Indie Occidentali, che poco prima era stata fatta, somministrò sì gran copia di metalli preziosi all’Europa che rendendoli meno rari ne diminuì per conseguenga il valore, diciasettemila e seicento scudi nel 1528 ponno ragguagliarsi a settantamila e quattrocento scudi circa de’ giorni nostri sulla testimonianza dello stesso Zanetti , che ne avvisa il valore delle cose essere accresciuto il quadruplo.
(101) In Cristi nomine amen, Anno Nativitatis eiusdem millesimo quingentesimo trigesimo primo indictione quarta die autem XV Mensis Octobris, tempore Pontificatus SS. in Cristo Patris, et Domini nostri Domini Clementis Divina providentia Pape septimi.
(102) Muratori VoI. XIV p. 374. La sua armata durante le ostilità crebbe assai di numero, giacchè il Sismondi (VoI. XVI p. 27) ne avvisa che avanti che terminasse l’assedio ne contò più di quarantamila.
(103) Fu conchiuso nel di 12 Agosto 1530. Muratori VoI. XlV p. 388 .
(104) Il Varchi, Storia Fiorentina, ediz. dei Class. Ital. Mil. 1804 Lib. III p. 131, dopo averci narrato le suddette cose, si  adira contro Armaciotto perchè toglieva le comunicazioni al nemico, e bottinava nel suo territorio, quasi che così non facessero tutte le truppe ostili; ….. faceva un gran danno alle strade, ed era di grandissimo impedimento alle vettovaglie, non curando di perdere vergognosamente nella sua vecchiaia in una guerra sola tutta quella fama e riputazione ch’egli onoratamente  in molte nella sua giovinezza acquistato s’avea.
(105) Dopo aver detto che già era incominciato l’assedio, ed aveano avuto luogo alcune scaramucce, narra il Segni, Storie  Fiorentine ediz. dei Class. Ital lib. III p. 21, che il Principe d’Oranges dalla banda di tramontana fece scendere Ramazzotto capo di parte che infestava tutto il Mugello, e impediva di quivi  tutta la vettovaglia che poteva entrare in Città.
(106) Racconta l’Alberti che Armaciotto giunse a tantaltezza ch’ era quasi come Signore di Bologna, (Historie di Bologna VoI. IV p. 454.)
(107) Paolo III successo a Clemente VII nella notte susseguente al di 12 Ottobre 1534, ad istanza deI Senato Imolese, con  Breve deI 25 Gennaio 1535, annullò le concessioni fatte da’ suoi predecessori di qualunque Terra, Castello, o Rocca del Contado  d’Imola, coll’ obbligo però di soddisfarne i possessori con dovuto  compenso. Ma gl’Imolensi invano aveano atteso che Armaciotto ed i Campeggi restituissero quanto doveano, e senza frutto fino allora aveano inviate due Ambascerie al Papa. Alberghetti Storia d’Imola p. 299. 300.
(108) I Deputati di Tossignano prestarono giuramento di  fedeltà al Consiglio d’lmola nel dì 18 di Maggio 1537, ed i Rappresentanti delle altre Castella cinque giorni prima fatto aveano lo stesso. Alberghetti p. 300.
(109) Negri VoI. XXIII an. 1536. Vizzani lib. XI p. 12 Alberti VoI. IV p. 437. 438.
(110) Sembra che parte almeno dei feudi tolti ad Armaciotto fossero restituiti a’ suoi nepoti, giacchè nel 1560 Don Federico Borromei acquistò da Alessandro e da Ramazzotto Ramazzotti le giurisdizioni di Belvedere, Coderonco, Sassiglione e Bastia peI prezzo di cinque mila scudi d’oro. (Calindri Vol. V p. 66) Di tal  compra si fa menzione ancora nei Vacchettini deII’Alidosi, che sono nel grand’Archivio.
(111) Alberti luogo citato. Negri luogo citato.
(112) Alli 9 di Gennaio.
(113) Discorso dei fatti di Ramazzotto. Sismondi Vol. XVI p. 126. e seg.
(114) L’Alberti VoI. IV p. 455, il Negri Vol. XXIII an. 1539, il Vizzani li. XI p. 13, un Diario originale del secolo XVI nella Biblioteca della Università dal 1535 al 1539, p. 55, ed il Rinieri Cronaca MS. nella Libreria Malvezzi p. 18 sono di bastante autorità per non porre in dubbio che Armaciotto morì nel 1539. Ora se egli fosse vissuto fino all’ anno novantesimo quinto, siccome si ha dall’iscrizione, sarebbe nato nel 1444: e nel 1464 se non ebbe di vita che settantacinque anni. Nel primo caso Armaciotto abbandonato avrebbe Scaricalasino (giacchè a quel tempo contava poco più del diciottesim’anno) nel 1462, o anche tutto al più nel 1464: nel secondo vent’anni dopo, cioè al più tardi nel 1484. Nella prima ipotesi egli non potea portarsi poco dopo al servigio militare di Lorenzo il Magnifico, il quale soltanto nel 1469 successe a Pietro suo padre nel governo della Repubblica Fiorentina; ma ciò pur sappiamo ch’ei fece, ed è verisimile, circa nel 1484. Corse voce, siccome vedemmo, che nel 1511 Armaciotto non sapesse por freno ad una turpe impudica brama: e crederem noi ch’egli allora contasse l’anno sessantesimo settimo? Chi potrà supporre che nel 1537 quando  combatteva nella giornata di Montemurlo, fosse giunto alla decrepita età di novantatre anni? Le suddette cose a mio parere potrebbero essere sufficienti per non aver dubbio dell’errore ch’è nella iscrizione, se prove anche più certe non ne avessimo. Il Calindri VoI. III p. 263, ed il Vizzani lib. XI. p. 13, concordemente raccontano che Armaciotto finì suoi giorni di settantacinque anni. Ma ciò che può togliere qualunque dubbiezza sono  le seguenti parole dell’Alberti, che viveva, e probabilmente scriveva in quel tempo, siccome altrove abbiamo osservato: essendo d’anni settantacinque, toltogli ciò che avea da Paolo terzo  Papa, quivi a Pietramala pieno di affanni se ne morì, e così fornì il circolo di sua vita congiungendo il fine con il principio. VoI. IV  p. 455. Acciò tanto strano non sembri che nella iscrizione più volte mentovata si trovi così grave fallo, è da osservarsi che questa come il Sepolcro, fu scolpita mentre Armaciotto vivea, e ne fa fede il vedervi collocate le linee che la compongono verso la sommità, lasciando in tal guisa uno spazio per aggiungervi alcuna cosa. Il numero degli anni adunque che allora non vi si potè incidere, è a credersi molto tempo dopo il 1539 vi fosse apposto, quando cioè la memoria del dichiarato ribelle si andava raffreddando; il perchè o per ignoranza di chi ne commise l’esecuzione, o per isbaglio di chi la eseguì, quattro lustri si  aggiunsero ai vissuti da Armaciotto.
(115) Vol. IV p. 455. Se ne veda il ritratto al principio di queste memorie, tratto dalla sua statua che adorna il monumento di cui fra breve terremo parola.

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