La guerra di Piero (di Fabrizio Monari) – Di assenze, e di poveri ritorni

Ci troviamo a parlare, tante volte, di cose più grandi di noi, senza sapere che raccontare, in qualche modo, è portare via qualcosa, o pretendere di sapere qualcosa che non si può sapere, perché non è nostro. La maggior parte delle parole o dei racconti, se non sono fatti con prudenza e un poco di amore, sono inutili, o peggio dannosi. I nostri vecchi lo sapevano e di quella immensa tragedia che fu la guerra parlavano così poco, e poco volentieri. Quando sentivano qualcuno che si dilungava, scuotevano il capo e abbassavano gli oc­ chi: di quei fatti, ci concedevano solo qualche accenno. Udivamo così i nomi delle persone e poche notizie sulle vicende che di esse si potevano raccontare: di altre, che pure avevano conosciuto, su nei campi o al fronte, ci hanno solo fatto intendere di sapere.
Io ricordo di quelle che ascoltavo in casa e che ora rievoco e accolgo con una tenerezza che allora non avevo. Mi sono fatto un’idea dei mille fili spezzati dalla guerra, quella guerra le cui ceneri erano ancora tiepide quando nascemmo, ma non saprei come farne partecipi i miei figli. Da piccoli, quando uscivamo di casa per andare a giocare nel bosco, le buche delle cannonate erano ancora fresche. Le postazioni dei tedeschi sembravano abbandonate da pochi mesi e i colpi di mortaio disegnavano ancora l’orlo dei campi: ovunque affioravano schegge e bossoli. Che dietro a quei luoghi e a quegli oggetti ci fossero tante vite andate a male, l’abbiamo imparato dopo, tanti anni dopo. Di una di queste storie ho scritto per il numero di Natale del 2002 della nostra rivista: era la storia di Giuseppe e di sua moglie, i genitori di un ragazzo partito per il fronte e disperso in Russia, atteso per anni, fino all’ultimo dei loro giorni.
Eppure è passato così poco tempo, a pensarci bene, e sono ancora così in tanti a ricordare. Ma andiamo con ordine, almeno un poco. Il 26 giugno 1941, pochi giorni dopo l’invasione della Russia da parte delle armate naziste, Benito Mussolini scriveva ad Hitler, e con queste parole “Sono pronto a contribuire con forze terrestri ed aeree e voi sapete quanto lo desideri. Vi prego di darmi una risposta  così che mi sia possibile passa­ re alla fase esecutiva” preparava l’invio in Russia dei nostri solda­ ti. Che follia. Quante sofferenze, e quanta morte, solo per lasciar­ ci la narrazione della carica del Savoia Cavalleria a Isbucenskij, o l’epica ritirata del sergente nel­la neve. La scena di un film, le narrazioni dei pochi superstiti. Chissà come stavano davvero i nostri soldati, lassù, e chissà cosa pensavano i loro capi. Secondo i diari di Ciano, nonostante tanti segnali negativi (compresi quelli che provengono da Hitler), l’euforia di Mussolini in quel periodo era incontenibile, anche se lo stesso uomo, tre anni dopo, darà un’altra immagine di sé, come ostaggio umiliato e sconfitto, nel­ le lettere alla Petacci. Ma che importanza ha, a fronte delle migliaia di ragazzi che si avviano verso il nord, armati di moschetto e zaino, per non tornare più?
La storia ci narra dei treni che partirono: chiudiamo gli occhi, per rivedere quei 225 convogli. Viaggiano di giorno e di notte, attraverso la pianura. Scavalcano le Alpi Giulie, superano la Drava e il Danubio fino alle grigie chine dei Carpazi, per portare in Ungheria i primi settantamila uomini. Quel trasporto durò un mese. Da quel momento in poi, tutto diventa semplice e crudele: agosto e settembre, le traversate del Bug e del Dniepr, e poi l’avanzata verso Stalingrado. Altre truppe seguirono, poi, a partire dall’inverno del 1942 e fino a luglio dello stesso anno, fino a raggiungere quel numero, 230.000 uomini, con il quale identifichiamo la dimensione della catastrofe.
Fra di essi, Piero Ferretti, il figlio di Giuseppe detto Jusfone, che se n’era andato da Monghidoro sotto le armi, finito nell’estate del 1942 sulle rive del Don. Chissà perché tutti ricordiamo il fiume assieme a quell’aggettivo, che nulla a che vedere con le vicende che si sono svolte sulle sue rive. Poi venne per tutti il terribile dicembre e i colpi tremendi di gennaio, Nikolajevna, la lunga marcia. Cosa possa essere stato quell’inverno, solo i sopravvissuti possono saperlo. Il no­ stro Guido Gamberini, alpino della Julia, ce l’ha fatta, anche se per ritornare ha percorso una strada lunghissima, dal campo di prigionia  di Tambov fino agli Urali e poi oltre in Siberia, nel Turkestan prima a raccogliere il cotone e poi a fare il muratore, fino a quel giorno, “Italiani, giù, che andate a casa”. Ne parla nel suo libro intitolato Da Monghidoro al Turkestan (questa rivista lo presenta nella rubrica No­vità in libreria e potete trovarlo all’edicola di Monghidoro).
Di Piero invece non si ebbero più notizie, ma il padre e la madre continuarono ad aspettarlo, fino a quando non venne tardi, anche per loro. A volte, i cerchi si chiudono dopo giri molto lunghi. Si ha quasi la sensazione, vivendo nella difficoltà, di percorrere segmenti retti­ linei, non avvertendo la curvatura delle traiettorie che la nostra vita insegue. AI contrario, una impercettibile variazione della direzione fa sì che, prima o poi, si torni tutti al punto dal quale siamo partiti. Cer­to, non alla stessa età, non con lo stesso colore dei capelli, né le stesse mani, né tantomeno con identici sentimenti: sarà solo il cuore a darci qualche certezza del fatto che, nonostante tutto, siamo ancora noi.

Nell’estate del 2012, un gruppo di figli e nipoti dei reduci della guerra di Russia ha ripercorso le vie della ritirata delle divisioni alpine nelle terre d’Ucraina. In un ricordo di quel viaggio, rivedono “Le donne incontrate sulle porte delle povere case, al nostro passaggio uscivano con le lacrime agli occhi, e ricordando ciò che i loro nonni o padri raccontavano dei soldati italiani con la penna sul cappello, correvano negli orticelli per raccogliere e donarci angurie, pomodori, uva e a volte qualche barattolo di miele, senza nulla volere e noi ringrazia­vamo con la parola ‘spassiba’ che significa grazie“. La gavetta di Piero
A Rossosh il prof. Morosov, direttore del Museo, ha donato ai pellegrini una gavetta, da lui ritrovata assieme ad altri reperti sui campi gelati del marzo ’43. Su di essa era inciso “Piero Ferretti, Monghidoro, Bologna, Italia”. Ricordo così bene suo padre, Giuseppe. La sorella Luisa ha ricevuto la gavetta durante una cerimonia in Comune: era di sabato, il primo sabato di novembre.
Così, in qualche modo, un segno di te è tornato a casa, caro Piero che non conobbi. Parlo delle persone con l’illusione di tenerle vive ancora un poco, ha detto qualcuno, anche se ormai è tardi, e l’attesa è finita.

Questo articolo è tratto dal numero 44 del semestrale di storia, cultura e ambiente Savena Setta Sambro.

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