Memorie storiche intorno alla vita di Armaciotto De’ Ramazzotti raccolte da Giovanni Gozzadini – Sesta parte

Giovanni GozzadiniEspugnata dalle armi di Lodovico duodecimo Brescia allora soggetta ai Veneziani, più che mai si sdegnò Giulio Il, ed anelando di scacciare i Francesi, o come egli diceva, i barbari dall’Italia, tanto si adoperò che indusse ancora l’Imperatore Massimiliano, Arrigo Re d’ Inghilterra e gli Svizzeri a congiurare a’ danni degli Stati della Francia. Lodovico vedendosi minacciato dal nembo che si adunava ordinò al suo nipote Gastone de Foix di venire a giornata campale. Nel dì 26. di Marzo egli mosse dal Finale di Modena con la sua armata forte di mille ottocento uomini d’arme, quattromila arcieri, e di sedicimila fanti, alla volta della Romagna, accompagnato dal Cardinale San Severino Legato del Conciliabolo di Pisa, che tutto coperto da lucidissima armadura, al dir del Muratori, sembrava un San Giorgio. Inoltre si unirono a lui il celebre Cavalier Baiardo, e il Duca di Ferrara colle sue truppe, e con molte artiglierie (48) e munizioni. Si ritirarono allora il Cardinal de’ Medici ed il Gardone verso la montagna di Faenza colla loro armata in cui erano mille cinquecento lance, tremila cavalli leggeri, e diciottomila fanti, mille dei quali sotto la condotta di Armaciotto, volendo essi temporeggiare finchè gli Svizzeri una nuova irruzione facessero nel Milanese. Marciò Gastone alla volta di Ravenna dopo di avere espugnato con grande strage dei difensori il Castello di Russi. Ravenna difesa da Marc’Antonio Colonna con cento lance, dugento cavalleggeri, e mille fanti, tosto bersagliata dalle artiglierie dall’Estense, fu presa d’assalto nel Venerdì Santo, colla morte di mille cinquecento fanti fra l’una e l’altra parte. L’esercito de’ collegati a quest’annunzio andò a situarsi tre miglia lungi dalla Città, fortificando l’accampamento con fosse e terrapieni. Nel mattino del sacro giorno della Resurrezione di Cristo (11 Aprile) il Condottiere Francese per mancanza di vettovaglie posto al bivio di ritirarsi, o d’azzuffarsi col nemico in luogo svantaggioso, attaccò le truppe della Lega che l’attendevano nei loro trinceramenti, facendo passare il Ronco alla sua vanguardia composta di fanteria Tedesca. Armaciotto sostenne con vigore il primo urto degli Alemanni, e postili in disordine li tagliò a pezzi. Il Duca Alfonso allora avanzate con saggio consiglio le sue grosse bombarde, le fece giocare in modo, che gli Spagnoli ed i Pontificii dovettero abbandonare le trincee, con grave perdita di gente. Impegnossi pertanto un accanito combattimento, e le due armate diedero tali prove di valore da rendere per sempre memoranda questa giornata. Mentre era più ardente la pugna, il prode Ivo d’Allegre giunge con una fresca squadra di cavalli, e si scaglia con tutto l’impeto contro Armaciotto e le sue genti, per la brama di vendicarne Melilot suo figlio da loro ucciso in una scaramuccia l’anno antecedente in Ferrara: ma mentre li mette in rotta, vedendosi ucciso l’altro suo figlio Viverot che gli combatte a fianco, si slancia forsennato dove sono più dense le aste nemiche, e là perde quella vita che ornai più non può sopportare. Armaciotto frattanto cacciato a terra semivivo da un forte colpo di scure, dovè la vita agli Spagnuoli che lo sottrassero al furor della mischia. Finalmente le bombarde e le truppe d’Alfonso I decisero della vittoria, che lungamente contrastata non fu ottenuta senza strage da entrambe le parti. L’esercito del Re di Spagna, e del Pontefice messo in rotta si salvò a Cesena, lasciando sul campo tutte le artiglierie, molte insegne, gli equipaggi, e più di novemila morti. Rimasero prigioni il Cardinal Legato Giovanni de’ Medici, che undici mesi dopo asceso al soglio Pontificio diede il suo nome al secolo in cui regnò, il Marchese di Bitonto, il giovane Ferdinando d’Avalos Marchese di Pescara, che di poi fu sì gran Capitano, il Principe di Bisignano, il valoroso Fabrizio Colonna, gli Spagnuoli Carvajal e Pietro Navarro, ed altri prodi officiali caddero cattivi o estinti. A caro prezzo dai Francesi fu però riportata questa vittoria che loro costò non solo più di diecimila uomini (49), ed alcuni distinti Capitani, ma lo stesso giovane eroe Gastone de Foix, nomato il fulmine d’Italia, che fu ucciso da un colpo di fuoco mentre dava grandi prove di valore. Le Città di Cervia, Faenza, Imola, Forlì, Cesena, Rimini, e la Cittadella di Ravenna prese da terrore si diedero spontaneamente ai vincitori. Giunta in brev’ora la dolorosa notizia a Roma tutto ivi fu scompiglio e trepidazione, già sembrando a questa grande Città vedere sotto le sue mura le armi vittoriose della Francia: e Giulio II pur anco di spirti così fieri non fu inaccessibile al timore, e fece allestire una flotta a Cività Vecchia affinchè gli agevolasse all’uopo la fuga (50).
L’Autore anonimo del discorso intorno ai successi del Prete Ramazzotto vorrebbe farci credere che il Cardinale de’ Medici fu riscattato dalle mani dei Francesi dal nostro Armaciotto, collo sborso ch’egli fece di seimila ducati, e che a lui furono date le Castella di Sassiglione e della Bastia per rintegrarlo di tal somma. Noi però ci dispenseremo dal prestargli fede, giacchè il Muratori , il Sismondi, ed il Roscoe nella vita di Leone X, concordemente narrano che questo illustre prigione si sottrasse dalla cattività colla fuga.
Non furono a lungo tenute dalle armi di Lodovico XII le Città della Romagna, poichè entrati ostilmente nel Ducato di Milano gli Alemanni, gli Svizzeri ed i Veneziani, le guarnigioni che le munivano dovettero ritirarsi per porre argine all’imminente pericolo. Don Raimondo di Cardone ed il Duca d’Urbino, raccolti i soldati rimasti alla disfatta di Ravenna, quasi non trovando resistenza le occuparono. I Bentivogli ancora si videro mancare l’appoggio dei loro protettori, che aveano abbastanza da pensare alle proprie cose per avere a cuore quelle degli altri; e conoscendo che il popolo Bolognese non era disposto a difenderli , Annibale coi suoi parenti, seguendo il consiglio del Gonfaloniere Fantuzzi, abbandonò per sempre la patria, ed il primato di quella, nel dì 10 Giugno 1512. Il Cardinale Legato Gonzaga, a cui poco dopo, ottenuta la libertà, successe il Cardinale de’ Medici, e Monsignore Giovanni Gozzadini Commissario del Pontefice, colle truppe della Chiesa e con Armaciotto entrarono quindi in Città.
Il Vicerè di Napoli reduce dalla Romagna con diecimila fanti e mille uomini d’arme, giunto a Castel S. Pietro chiese al Legato di Bologna di attraversare il nostro territorio, per addirizzarsi verso la Lombardia. Essendogli stato accordato, nel 26 Luglio passando lungo le mura di Bologna andò ad accamparsi presso il Reno: ma nello stesso giorno le sue genti per mancanza degli stipendii s’ammutinarono con gran tumulto, e cinquemila di loro si avviarono alla volta della Romagna per ritornare nel Regno di Napoli. Il Legato temendo di qualche danno, fece che i soldati del Duca d’Urbino vegliassero alla sicurezza della Città, di poi mandò il Ramazzotto, al quale erano molto affezionati gli Spagnuoli, a raggiungere quelli che marciavano verso l’Emilia, per tentare di ricondurli sotto le abbandonate insegne. Ma Armaciotto invano adoprò le promesse e le preghiere, invano gli minacciò di armare gli abitanti delle montagne per impedire a loro il passo e disperderli, che gli Spagnuoli nulla curando seguirono il loro cammino, e misero a sacco Castel de’ Britti, ed altri luoghi circonvicini (51).
Non molto dopo Armaciotto adunati tremila fanti gli congiunse agli Spagnuoli comandati dal Vicerè Cardone, che per volere del Pontefice, bramoso di punire i Fiorentini per aver permesso il Conciliabolo in Pisa, doveano marciare alla volta di Firenze a fine di ricondurvi gli espulsi Medici. Con poche truppe e con due sole bombarde tolte da Bologna il Cardone si partì da questa Città, accompagnato dal Cardinal Legato de’ Medici, ed attraversando gli Appennini senza incontrare alcuno ostacolo giunse sotto Prato, alla difesa di cui era Luca Savelli con cento uomini d’arme, e duemila fanti. Nel dì 30 d’Agosto, avendo antecedentemente fatto un vano tentativo contro la Città, incominciarono a batterne le mura , in cui aperta una breccia, troppo alta però da potervi salire facilmente, pochi Spagnuoli vi montarono, ed uccisero due fanti che vi erano a guardarla. La guarnigione presa da inopportuno timore abbandonò vilmente le difese fuggendo, e diede campo agli Spagnuoli di farsi strada per l’abbattuto muro, e d’incominciare un orrido macello. Vi perirono cinquemila persone senza opporre difesa: le case, i templi furon dati in preda al saccheggio, e gli abitanti crudelmenle taglieggiati, I Fiorentini atterriti dalla presa di Prato e dalla carnificina che l’avea accompagnata, nel giorno seguente si mossero a sedizione, e deposto il Gonfaloniere Soderini vennero a trattative col Cardone, che loro impose di pagare centoquarantamila fiorini, di tenere in Firenze dugento uomini d’arme Spagnuoli, e di ricevervi i Medici come Cittadini. Nel giorno 14 di Settembre il Legato Pontificio entrò in quella afflitta Città colle truppe Spagnuole e Bolognesi (52).

NOTE

(48) Dilettavasi Alfonso di gittar cose di bronzo, e perfezionò talmente le lue arliglierie da essere superiori a quelle di tutti gli altri Principi d’Europa.
(49) Così il Muratori VoI. XIV p. 136. Anche il Sismondi Vol. XIV p. 235 dice che quasi tutti gli Storici ne contano diciotto in ventimila (dei morti): ma soggiunge, due terzi dei quali appartenevano all’armata alleata: e a dir vero sembra più facile a credersi che coloro i quali riportarono la vittoria perdessero meno gente dei vinti.
(50) Muratori VoI. XIV p. 123 e seg. Sismondi VoI. X IV p. 185. e seg. Discorso dei successi del Prete Ramazzotto. Hieronimi Rubei Historiarum Ravennatum Libri X Veneciis apud Aldum 1572 p. 442.
(51) Vizzani lib. IX p. 504, e seg. Negri Vol. XXII an. 1512.
(52) Discorso dei successi ec. Sismondi VoI. XIV p. 283, e seg.

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