Memorie storiche intorno alla vita di Armaciotto De’ Ramazzotti raccolte da Giovanni Gozzadini – Quarta parte

Giovanni GozzadiniSul cominciare del Dicembre partirono da Bologna per Ferrara Armaciotto con mille fanti, e le altre genti della Chiesa che quivi erano, a recare soccorso al Duca Alfonso I, a’ danni del quale avevano i Veneziani spedita per il Po un’armata di diciotto galee, di diversi galeoni, e di moltissime barche ripiene di combattenti, sotto il comando di Angiolo Trivisano. Succedettero diversi sanguinosi conflitti a danno dell’Estense, in uno dei quali perì Lodovico Conte della Mirandola. Ma allorquando tutto pareva cedere alla possa del Veneto Leone, essendo riuscito al Cardinale Ippolito d’Este (che più si dilettava delle scienze di guerra che di pace) di situare col favor della notte (21 Dicembre) dietro gli argini del Po non poche artiglierie, la loro flotta fu da queste scompigliata, due legni colati a fondo, ed uno incendiato. I Veneziani si diedero alla fuga, e le loro navi assalite da altre in cui erano soldati Ferraresi e Pontificii furono ben tosto ricolme di cadaveri. Tremila Veneti circa rimasero uccisi, o presi: quindici galee, molte piccole navi, munizioni da bocca e da guerra, e sessanta bandiere venute in potere d’Alfonso furono condotte trionfalmente a Ferrara (34). In questa strepitosa rotta si distinsero assai ed Armaciotto ed i suoi fanti (35). Disfatti i Veneziani in quella giornata, e pienamente sconfitti nella Battaglia d’Aguadello, ormai perduti, tentarono d’ammollire il cuore di Giulio II. Abbenchè egli sulle prime si mostrasse alieno dal conceder loro la pace, non ostante , avendogli i Veneziani accordato quanto ei volle nel 1510 non solo ne assunse le difese per opporsi ai Francesi, di cui temeva la preponderanza , ma negoziato avendo col Re Cattolico stabilì una triplice confederazione delle sue armi, delle Spagnuole, e Venete , che fu detta la Santa Unione. Non potè indurre però il Duca di Ferrara, costante nella data fede, ad unirsi alla nuova alleanza, e si fu per tale rifiuto che scagliò contro di lui tutte le censure ecclesiastiche, e dichiarollo decaduto dai feudi che teneva dalla Santa Sede (36). Mandò in appresso il Duca d’Urbino Capitano generale delle armi Pontificie a Bologna, acciò radunato un sufficiente esercito, invadesse i dominii Estensi. Con forte nerbo di truppe, parte delle quali erano guidate dal Ramazzotto, il Duca della Rovere ed il Cardinal di Pavia diedero adunque principio alle ostilità nel terzo giorno di Luglio, e s’impadronirono di Cento, Pieve, Massa dei Lombardi, Bagnacavallo, Lugo, e di altri luoghi. Dopo di ciò l’esercito ecclesiastico abbandonando la Romagna s’indirizzò verso Bologna, e nel 17 d’Agosto pose campo al Borgo Panigale, che il dì susseguente fu avanzato fino a Castel Franco. In questa marcia quelle truppe diedero non dubbia prova di grande indisciplina mettendo a ruba tutto il contado Bolognese, con molto danno di quei poveri Coloni. Le truppe di Armaciotto mostrarono più delle altre quanto belle sapessero esercitare la rapina (37). I Rangoni in Modena avendo segreta intelligenza coi condottieri del campo Pontificio, non sì tosto che questi si mostrarono a Castel Franco gli aprirono le porte, e li riceverono nella Città. La Cittadella anch’essa caduta nelle loro mani per capitolazione , passarono al conquisto di Carpi, del Finale, di S. Felice, e minacciarono il Duca Alfonso fino dentro alla sua capitale (38).
Lodovico XII che aveva accolto sotto la sua protezione Annibale, ed Ermes Bentivoglio, comandò nel 1511 al Maresciallo Trivulzio di ricondurli in Bologna. Il Trivulzio era già al Lavino col suo esercito, allorchè il Cardinal di Pavia, tentato invano di spingere i Bolognesi contro i Bentivogli, e non gli essendo riuscito di far entrare in Città il Ramazzotto con mille fanti, prevedendo imminente una rivolta fuggì ad Imola, seguito da coloro che erano fedeli agli interessi della Chiesa (39). Armaciotto che non avea potuto penetrare in Bologna, fece una scorreria al Monte della Guardia (da dove tolta la santa immagine di Nostra Donna era stata trasportata in Città, seguita dalle Monache che la custodivano) ed occupò, dopo di averle saccheggiate, quelle colline, di cui forse si erano impadroniti poc’anzi i Bentivoleschi. Alcuni Cronisti ci fan noto che in quella circostanza Armaciotto usurpasse quanto era di prezioso in quel Santuario, e che di più contaminasse molte donzelle colà rifuggite, ma il Seccadinari (40) lo difende da tale accusa. Il Duca d’Urbino che col suo campo era a Casalecchio, intesa la fuga del Legato, ed il popolo Bolognese tumultuare, fu colto da panico terrore, di cui parteciparono tosto i suoi soldati. Abbenchè la notte di già tutto involgesse nella oscurità egli si ritirò precipitosamente, poco curando le salmerie , e senza dare alcun ordine a quelli de’ suoi che guardavano l’opposta riva del Reno. Le fuggitive squadre Pontificie mentre passavano presso Bologna furono attaccate dal popolo, che armato impetuosamente sortì dalla Città, nel tempo in cui uno sciame di Montanari calando al piano con terribili urli accresceva lo spavento, ed il terrore. A Raffaello Pazzi che vigorosamente difese il ponte di Casalecchio, quantunque costretto alla fine di cedere, e darsi prigione, dovettero le truppe del Duca lo scampo, e ‘l sottrarsi da una piena disfatta. Gli uomini d’arme Francesi s’impadronirono di sì gran copia di bestie da soma che a quella facile sconfitta diedero il nome di giornata degli asini. Perdè l’armata della Chiesa ventisei bombarde, il vessillo del suo Condottiero ed altri ancora, parte degli equipaggi, e presso che tutti quei dell’armata Veneta. L’infanteria n’andò dispersa, e molti capitani rimasero in cattività. In sì gran disordine di cose chiaro apparve quale esperto stratego si fosse Armaciotto, giacchè per servirmi delle parole dello storico Sismondi il solo Ramazzotto, che con un corpo dell’armata Veneziana occupava la montagna di S. Luca, riuscì, sebbene fosse assai tardi avvisato della disfatta dei suoi compagni d’armi, a condurre a traverso alle montagne le sue truppe fino in Romagna, senza perdere un sol uomo (41). Nella notte del 21 Maggio i Bentivogli furono ammessi in Città dal popolo, che poco dopo infuriato abbatè la bellissima statua colossale di Giulio II, opera del gran Michelangelo, così privando la patria nostra d’uno de’ suoi più rari ornamenti: e distrusse ancora l’ampia e forte Cittadella vicina alla Porta di Galliera, la quale costrutta per tenere a freno la Città, anzichè per difenderla, avea corsa la stessa sorte altre quattro volte. Ai primi di Agosto dalla ringhiera del Palazzo mille e cinquecento Cittadini, che aveano lasciata Bologna per aderire alla causa del Pontefice, furono citati a ritornare in patria, con minaccia di essere dichiarati ribelli, e colpiti dalla confisca. Non essendo comparso alcuno a questa intimazione , è da credersi che fosse inflitta quella pena che cadeva sopra molte delle principali famiglie, siccome sulla Malvezzi, Ghisilieri, Vizzani, Gozzadini , e sul nostro Armaciotto (42).

NOTE

(34) Seccadinari p. 284. Ghiselli Vol. XI. p. 208 Muratori Vol. XIV. p. 91. 92. Sismondi Vol. XIV p. 37 e seg. Il Seccadinari dice che i Veneziani perdettero mille quattrocento
pezzi di artiglieria, e ciò sarà vero: ma non deve intendersi già che questi fossero tutti cannoni, mortai, o altro come ora li chiameremmo; giacchè sotto il nome di artiglierie si comprendevano anticamente ancora le selvagge, o spingarde, ed anche gli scoppietti, che ora diciamo fucili. Una bella Dissertazione intorno all’origine ed ai primi progressi delle odier­ne artiglierie diede in luce il Cav. Giambatista Venturi, alla quale può ricorrere chi fosse vago di più saperne.
(35) …. furono fra morti e annegati 4000 (de’ Veneziani) e furono rotti dai fanti a piedi, di che Ramazzotto n’ebbe grande onore ec. Seccadinari p. 284.
Di questo fatto d’armi, detto della Polesella, così cantò l’Ariosto, indirizzando il suo dire ad Alfonso I.
Ebbe lungo spettacolo il fedele
Vostro popol la notte e ‘l dì che stette,
Come in teatro, l’inimiche vele
mirando in Po tra ferro e fuoco astrette.
Che gridi udir si possano e querele,
ch’onde veder di sangue umano infette,
per quanti modi in tal pugna si muora,
vedeste, e a molti il dimostraste allora.
Nol vide io già, ch’era sei giorni inanti,
mutando ogn’ora altre vetture, corso
con molta fretta e molta ai piedi santi
del gran Pastore a domandar soccorso:
poi né cavalli bisognar né fanti;
ch’intanto al Leon d’or l’artiglio e ‘l morso
fu da voi rotto sì, che più molesto
non l’ho sentito da quel giorno a questo.
Ma Alfonsin Trotto il qual si trovò in fatto,
Annibal e Pier Moro e Afranio e Alberto,
e tre Ariosti, e il Bagno e il Zerbinatto
tanto me ne contar, ch’io ne fui certo:
me ne chiarir poi le bandiere affatto,
vistone al tempio il gran numero offerto,
e quindice galee ch’a queste rive
con mille legni star vidi captive.
Chi vide quelli incendi e quei naufragi,
le tante uccisioni e sì diverse,
che, vendicando i nostri arsi palagi,
fin che fu preso ogni navilio, ferse; ec.
Orlando Furioso Canto XL Stanze 2. 3. 4. 5.
(36) Il 9 Agosto 1510.
(37) Ramazzotto era passato (da Bologna) alli 17 (Agosto), che per tutto dove andavano dietro al Campo rubavano ogni cosa, che non restò una casa dalla Porta di S. Felice sino a C. Franco che non fosse priva d’ogni bene; discalzando quelli e quelle che trovavano sul camino, che li Turchi non l’avrebbero fatto quello che fece Ramazzotto. Seccadinari p. 288.
(38) Seccadinari p. 288. Muratori Vol. XIV p. 100. 101.
(39) L’Alidosio portatosi di poi a Ravenna dove era il Pontefice, ed avendo rovesciato sul Duca d’Urbino la colpa di tali disastri, mentre v’era sospetto che lo stesso Cardinale avesse avuto segrete intelligenze coi Francesi, fu ucciso dal Duca sulla strada. Muratori Vol. XIV p. 114.
(40) Si disse che (Armaciotto) avea sverginato molte donne e donzelle ch’erano fuggite là dentro per essere sicure, e poi rubò tutta quella Montagna. Rubbò la Montagna, ma non toccò le donne né la Chiesa di S. Luca. Seccadinari p. 300.
(41) Sismondi Vol. XIV p. 131. 132. 133.
(42) Seccadinari p. 305 Muratori Vol. XIV p. 114.

 

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