Memorie storiche intorno alla vita di Armaciotto De’ Ramazzotti raccolte da Giovanni Gozzadini – Terza parte

Giovanni GozzadiniMal sofferendo Giulio II che Perugia e Bologna fossero sotto il dominio quella dei Baglioni, questa dei Bentivogli, si accinse a discacciarneli, movendosi egli stesso (22) da Roma nel giorno 27 d’Agosto 1506, accompagnato da ventiquattro Cardinali. Seguivanlo quattrocento uomini d’arme, ai quali si aggiunsero da poi ch’ebbe assoggettata Perugia altri centocinquanta uomini d’arme del Baglioni, seicento lance e tremila fanti del Re di Francia, sotto la guida del Signore di Chaumont, e le genti dei Fiorentini, d’Alfonso Duca di Ferrara , e di Francesco Marchese di Mantova, che fu eletto Capitano generale di questo esercito, in cui Armaciotto aveva il comando di mille fanti. Andò Giulio a porre il campo ad Imola, e di là intimò al Bentivoglio che abbandonasse Bologna, minacciandolo non meno colle armi spirituali, che nol facesse colle temporali (23). Scorreva frattanto il Ramazzotto colle sue truppe pel contado Bolognese, e verso la fine di Ottobre, fatti prigioni cento fra archibugieri e balestrieri, tenendo il cammino lungo la strada che da Emilio Lepido ha il nome, giunse fin presso alle porte di Bologna. Già mille Cittadini s’erano armati per affrontarlo, di nulla più bramosi che di venire a cimento, quando fu a loro vietato di uscire dalle patrie mura (24). Giovanni Il all’intimazione fattagli dal Pontefice si diede dapprima a fortificare la Città, a radunare quante forze gli fu possibile, ed a chiedere soccorso, sebbene indarno, ai Veneziani. Conosciuto però che ogni resistenza sarebbe stata vana contro sì gran nerbo di truppe, nè sofferendogli esporre la sua patria ed i suoi concittadini alle conseguenze terribili di una inutile opposizione, lasciò Bologna seco guidando la sua numerosa famiglia ed i suoi amici (25). I Bolognesi che in armi facevano buona guardia, non vollero ricevere i Francesi, che molto n’erano bramosi per la speranza di bottino, quindi a Giulio II aprirono le porte (26). Entrò egli con gran pompa nell’acquistata Città il dì undici di Novembre , essendo preceduto dalle proprie milizie, alla testa delle quali era Armaciotto coi suoi mille fanti in bella ordinanza. Appena giunto il Pontefice in Bologna, destinò Armaciotto alla sua guardia, ed alla custodia del Palazzo che per più lustri rimase a lui affidata (27).
Sorta di poi nei Bentivogli la fiducia di poter ricuperare la perduta Signoria, assoldarono duemila cinquecento fanti, e cinquecento cavalli leggeri, coi quali vennero nel territorio Bolognese, lusingandosi ch’entro alla Città potessero loro facilitare il modo d’introdurvisi quelli che ancora vi rimanevano del loro partito. Ma il Conte Alessandro Pepoli, Armaciotto, e Giovanni Sassatelli di ciò istrutti , marciarono nel secondo giorno di Maggio dell’anno 1507 con seimila fra cavalli e fanti alla volta di Bazzano, nello stesso tempo che il Conte Cammillo Pepoli con grosso stuolo d’armati prese la via delle montagne, dalle quali dovea scendere per attaccare i fianchi dell’inimico. Anche il popolo si armò in Bologna per accorrere all’uopo in loro soccorso. Disanimati i Bentivogli al vedere quanto poco a loro fossero favorevoli i difensori del Castello di Piumazzo, che aveano ricusato di aprirne le porte alle loro istanze, non azzardarono di venire a cimento; e desistendo dall’impresa si ritirarono nel contado di Modena, ove sciolsero quella compagnia con grave spesa e sì poco profitto radunata (28).
In questo tempo Giulio II in riconoscimento delle prove di devozione date dal Ramazzotto alla Santa Sede anche nelle cose militari, concesse l’esenzione di qualunque dazio, o gabella, nel territorio bolognese, ed imolese, a lui, e a’ suoi discendenti, non che ad altri di sua famiglia (29).
Sul finire dell’anno avendo scoperto il Senato che i Bentivogli cercavano col mezzo dei loro partigiani disporre le cose in Bologna in modo da poter tentare un’altra fiata di ritornarvi, ragunò molte truppe nella Città, e fece entrarvi Armaciotto con trecento fanti: quindi fortificò le Castella del contado. Si videro perciò i Bentivogli costretti a cessare da qualunque impresa (30).
Si era unito il Pontefice Giulio II nel 1509 alla Lega di Cambrai, a quella formidabile coalizione che dovea scuotere sì fortemente la possanza della Veneta Repubblica, il perchè riuniva un corpo di truppe sotto il comando del Duca d’Urbino. Quindi ebbe ordine il Ramazzotto di mandare genti in Romagna, e fatta una bella mostra di novecento pedoni sulla Piazza di Bologna li fece marciare nel giorno 10 di Marzo. Egli stesso nel dì 14 d’Aprile seguito da mille, o secondo altri da duemila fanti, quali armati di schioppi quali di lance, andò ad unirsi al campo della Chiesa fra Imola e Castel Bolognese. L’armata Pontificia marciò verso Ravenna, ed abbenchè guidata da condottieri di scarsi talenti, e fra loro discordi, pure le truppe Veneziane sparse per la Romagna sendo in picciol numero, ed assai grande lo scoramento per le immense forze che si erano riunite contro la loro Repubblica (31), Ravenna, Faenza, Rimini, Cervia, ed altri luoghi di minore importanza, capitolarono la resa, se dentro un determinato tempo non erano soccorse. Ma vana era la speranza d’ajuto! (32) Il Cardinal di Pavia prese possesso a nome di Giulio II della Città in cui ebbero sede gli Esarchi, e diede a custodirne la Cittadella ad Armaciotto (33). Non è noto per gli Storici se egli prendesse parte a quei molti avvenimenti guerreschi che in quest’anno tanto desolarono l’Italia dall’epoca di cui abbiamo parlato a quella di cui ora terremo parola, ma è da credersi ch’egli non si rimanesse colle mani alla cintola.

NOTE

(22) Quanto poco temesse gl’incommodi ed i pericoli della guerra questo bellicoso Pontefice, lo dimostrò più che mai solto le mura della Mirandola. Vedi Muratori VoI. XIV p. 109 e Sismondi Storia delle Repubbliche Italiane traduzione. Italia 1819 VoI. XIV p. 106.
(23) Muratori Vol. XIV. p. 53 e 54.
(24) Seccadinari p. 244, e Negri VoI. XXI an. 1506.
(25) Giovanni II era il quinto della famiglia Bentivogli che aveva tenuto il dominio di Bologna. Governò la sua patria quasi nove lustri, e fu ognora tanto amato, quanto furono odiati la sua consorte Ginevra Sforza, e i di lui figli, i quali colle loro tiranniche azioni furono la principal causa della caduta di loro famiglia. Giovanni avea contratto parentela con molti principi Italiani, e la sua Corte era stanza dei letterati e degli artisti, ai quali fu largo delle sue molte dovizie. Abbandonò Bologna, che più non dovea rivedere, nella notte del 2 Novembre 1506, e dopo aver errato di paese in paese ritiratosi a Milano ivi cessò di vivere nel 1508 secondo che si ha dal Vizzani p. 477, dal Ghirardacci VoI. III MS. an. 1508, dalle Historie sopra la Famiglia Bentivogli, MS. nella libreria Gozzadini p. 129 e da altri: abbenchè il Co. Pompeo Litta, nella sua grande opera delle Famiglie Illustri Italiane, Famig. Bentivoglio parte I Tavola V, dica che si crede morto nel 1509.
(26) Muratori VoI. XIV p. 55.
(27) Ghiselli VoI. X p. 483. Ghirardacci VoI. III MS. an. 1S06, e Seccadinari p. 251.
(28) Seccadinari p. 260. Negri VoI. XXI an. 1507. Vizzani Storia di Bologna lib. IX. p. 470.
(29) A tergo
Dilectis filiis Ramazotto, Laurentio, Carolo, et Xandrino de Ramazottis laycis Bononiensis Diocesis
Entro
Iulius PP. II.
Diletti filii salutem, et apostolicam benedictionem. Promeretur vestra in nos et Sanctam Romanam Ecclesiam singularis fides, atque devotio, quarum etiam in re militari plurima documenta dedistis, ut vos specialibus gratiis , et favoribus prosequamur: Quocirca vos omnes, et singulos , et quoscumque ex vestra Iinea descendentes presentes, et futuros ab omnibus, et singulis oneribus prestationibus, et solutionibus realibus, et personalibus, ac ab omnibus datiis, gabellis occurrentibus, et vestigalibus ordinariis, et extraordinariis, et aliis anghariis, et perangharijs, ac patrimonialibus censibus, et exactionibus, quocumque nomine censeatur, a quibuscumque, quomodocunque incumbentibus, et que incumbent, et incumbere possent, et poterunt, in futurum etiam ex quacunque causa, seu occasione Civitati, et Comitatui et Districtui Bononiensi, et Imolensi comuniter vel divisim seu personis, aut rebus, sive personis pro rebus, aut pro rebus personis, vel aliter ex quocunque onere incumbentibus, ac ab omnibus, et singulis pedagijs, vel gabellis pedagii, seu refectionibus pontium et moenium, nec non a quibuscunque impositionibus, et prestantiis, ac colltectis , etiam si per alium, quam per Comunitatem Bononiensem, et Imolensem, seu illarum Magistratus, aut Legatum, seu eius Locatenentem imponeretur, aut ordinaretur, aut sint imposita etiam apostolica auctoritate, vel seculari qualitercunque, aut inferiori, sive ex ordinatione legis, vel statuti, mandati, vel decreti, sive ex consuetudine in quocunque loco publico, vel privato ordinata, vel ordinanda in futurum indicta, vel indicenda apostolica auctoritate, et ex certa scientia penitus (eximimus, et totaliter liberamus ita, quod vos, et descendentes vestri in perpetuum ab huiusmodi solutionibus, pedagijs omnibus, et aliis supradictis perpetuo liberati immunes, et exempti sitis, et esse censeamini inhibentes etiam Legato, et Gubernatori, et quibuscunque ludicibus, officialibus, et marescallis ubicunque existentibus, ne vos, et vestrum singulos contra premissa molestare presumant, ac quidquid secus a quocumque quavis auctoritate contra premissa attemptari contigeret, irrita, et inania fore decernimus. Non obstantibus constitutionibus, et ordinationibus apostolicis, ac statutis, et consuetudinibus dictarum Civitatum, nec non privilegiis, et indultis apostolicis, Comunitatibus, et Civitatibus predictis, quibus latissime derogamus, ceterisque contrariis quibuscumque. Datum Rome apud sanctum petrum sub annulo piscatoris die XVII Decembris MDVII Pontificatus nostri Anno Quinto.
Sigismundus
Bull. PP. Alex. VI Leon. X 1492-1515 Q. 23 p. 98 nell’Archivio del Reggimento.
(30) Seccadinari p 264.
(31) Vedasi negli Storici delle cose d’Italia, e specialmente nel Sismondi, e nel Muratori, di quali terribili conseguenze pei Veneziani fu la lega di Cambrai. Fra le sconlitte ch’essi ne riceverono, è celebre quella per la battaglia d’Agnadello, o di Ghiaradadda. Muratori VoI. XIV p. 75. Sismondi Vol. XIII p. 518.
(32) Seccadinari p. 279. 283. Ghiselli VoI. XI p. 122. 126. e Sismondi Vol. XIII p. 530. 531.
(33) Marchesi p. 636.

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Monghidoro e dintorni e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...