Settembre 1944 – Frammenti dal diario di J.R.K., Capt. 91st Infantry Division (di Fabrizio Monari)

Carri armati americani sul Monte Oggioli nell'alta valle del Savena (foto di Robert H.Schmidt, fotografo militare USA).

Carri armati americani sul Monte Oggioli nell’alta valle del Savena (foto di Robert H.Schmidt, fotografo militare USA).

24 settembre, domenica – Questa strada affogata dal pantano deve essere stata una via famosa. Poco oltre Firenze, abbiamo incontrato splendide ville medicee, castelli e borghi che mostravano i segni di una passata prosperità. Ora vediamo solo gente misera e affamata. I ragazzini vengono alla nostra mensa cercando un poco di carne e qualche vivanda. Le donne sono pallide e nulla conservano di quel fascino che avevo immaginato davanti alle tele degli artisti del XV secolo che abbiamo visto a Palermo nel luglio dell’anno scorso. Pensavo, o forse speravo, di rivedere il volto dell’Annunziata, così come ce l’ha lasciato quel pittore siciliano di cui non ricordo il nome. Temo che questo paese stia morendo un poco alla volta, e che nulla si possa fare per rallentarne l’agonia.
A sera, riunione preparatoria per il prossimo attacco. Il colonnello è convinto le truppe della 14a armata di Feuerstein, che abbiamo di fronte, non siano al livello della formidabile 90a Divisione Panzergranadier che i nostri commilitoni hanno affrontato nella sezione est della linea: sappiamo comunque della qualità della fanteria tedesca e della determinazione dei reparti che dobbiamo affrontare. Le linee di comando nemiche funzionano ancora perfettamente e tutte le azioni vengono coordinate e realizzate da ottimi ufficiali.

25 settembre, lunedì – Nebbia, fango ovunque. Questi sputi di paese non hanno uguale, nella mia memoria. Case poverissime, tracce di grandezza nelle chiese, nei palazzi lungo la strada, ma più ci allontaniamo da Firenze più tali tracce si perdono e si confondono. In ogni caso, la bellezza che affiora quasi soffocata dalle pieghe di questa grigia montagna rimanda a un tempo lontano, un’epoca dell’oro ormai andata. Deve esserci qualcosa di simile ai confini dell’Oklahoma, vecchie fattorie popolate dall’ombra di Tom Joad e dei suoi figli infelici, ma anche qui, appena possibile, la gente se ne andrà. Eppure, nei miei studi da ufficiale, resiste un’idea di Italia che ho ostinatamente cercato da quando ho messo piede in questo paese. Questa terra ha partorito uomini d’ingegno, menti sottili e dottori versati in ogni arte, regalando all’uomo invenzioni e meraviglie che in ogni angolo del mondo fanno ancora discutere.
Possibile che Mussolini, con le sue goffe movenze, in soli venti anni abbia privato l’Italia di tutti i suoi titoli, riducendo la a misera ancella del Führer? Non abbiamo impiegato molto a comprendere che questa guerra è di tutti fuori che degli italiani. I molti bravi mili­ tari che abbiamo fatto prigionieri in Tunisia e in Libia si sono battuti con onore e ora ci mandano più di un segno di fratellanza. Soffrono vedendo il paese sacrificato a una causa impura, e le campagne abbandonate. Sarà anche per questo, e per una sorta di solidarietà di cui non conosco razionalmente le origini, che il mio sguardo indaga sul paesaggio cercando di ricostruire le glorie perdute. A Firenzuola (dove siamo entrati oggi pomeriggio), osservavo una pieve di squisite fattezze, in cui erano ancora riconoscibili elementi carolingi e molti tratti di una eleganza a noi del tutto sconosciuta. Mi sono fermato per un attimo, nascondendo la mia meraviglia: colonne di squisita fattura, pietre perfette, allineate con sapienza.

27 settembre, mercoledì – Qui attorno, sul passo, non c’è nulla. Il caso ha voluto che ripassassi nella valle del fiume Santerno, di fronte alla pieve di cui ho scritto pochi giorni fa: diffondeva tutto attorno un senso di equilibrio e di proporzione. Quelle arcate erano la summa, affidata alla pietra, di tutta la storia e la cultura toscana, la testimonianza dell’eredità che Leonardo aveva affidato a questo popolo. Vedevo in esse uno sforzo epico e crudele attraverso gli anni, nella fame e nel freddo, per dare forma al campanile, alle absidi e alle curve eleganti delle navate. Un distillato della terra, rivolto verso cieli popolati da angeli, una fuga verso l’alto, lontani dalla mota scura che certo nascondeva gli inferi e le tombe delle anime. Ho compreso come quella perfezione fosse al tempo stesso preghiera ed espiazione, una domanda rivolta a un dio vigile e severo, che solo di fronte alla fatica e al sacrificio avrebbe accolto i suoi figli.
Non ho provato queste emozioni nemmeno di fronte alle cattedrali francesi, o di fronte al duomo di Ulm. Ricordo quei gradini uno a uno, la salita verso l’empireo. Chissà se oggi tali prodigi sono salvi, o se le nostre bombe hanno spianato le guglie e le torri, affogandone le macerie nelle acque del Danubio.

28 settembre, giovedì – Il fango copre tutto. Le jeep affondano e persino i carri pesanti stentano ad avanzare. Secondo il colonnello la guerra si fermerà fino a primavera. I russi sono alle porte di Budapest, prenderanno Belgrado entro il mese. Arriveranno a Berlino sei mesi prima di noi, che dobbiamo ancora superare una difesa ben organizzata su questo difficile territorio e abbiamo le Alpi da valicare. Benché la nostra superiorità sia schiacciante, in artiglieria, aviazione e carriaggi, la rete di bunker e piazzeforti che ci troviamo di fronte è tale da impedirci di proseguire: bastano pochi uomini per presidiarla, e non sarà sufficiente un attacco condotto solo in base alla forza del numero. Non possiamo avanzare allo scoperto su questi crinali e nemmeno possiamo condurre gli Sherman in ogni piega della montagna. Procediamo con massicci tiri di artiglieria (ieri oltre duemila su una piccola quota presso un passo), che spesso non intaccano la tenuta delle linee nemiche. Gli ufficiali tedeschi che abbiamo fatto prigionieri sono uomini esausti, hanno combattuto per mesi pur sapendo, nel loro intimo, che arrestare la nostra avanzata è impossibile e che la sconfitta è certa, ma ci rappresentano con chiarezza la difficoltà del compito che ci aspetta: i loro soldati si batteranno secondo gli ordini, e fino all’ultimo uomo.

30 settembre, sabato – Stanotte non c’era luna. Il cielo era pieno di stelle, fitte e splendenti, ed il buio le esaltava. L’umidità è svanita poco dopo il tramonto e la temperatura è scesa di almeno dieci gradi. C’era un’aria sottile da respirare, una volta spenti i motori degli autocarri. Le valli si sono addormentate sotto un cuscino di cotone, una coltre bianca e soffice che riluceva appena sotto il chiarore degli astri. Mi hanno riferito di fuochi verso nord, come se la montagna fosse avvolta da una corona formata da incendi notturni. Le sentinelle di servizio sulla Quota 760 hanno raccontato di luci che apparivano intense, fiamme brillanti a decorare l’orizzonte. Temo che questi fuochi siano di case distrutte e di famiglie rovinate: abbiamo avuto notizie, in molti luoghi, di inutili crudeltà verso i civili, di accanimenti verso chiunque sia sospetto di connivenze con i gruppi partigiani.
Nella mattinata, solo azioni di disturbo e spostamenti tattici: reparti del 362° hanno preso una piccola collina, senza gravi perdite. Ci avviciniamo alla chiave del sistema difensivo tedesco di questo settore, quella Quota 852 che vigila sulle due valli, poco prima di un piccolo paese di nessuna importanza. Nel pomeriggio, calma piatta su tutto il fronte del prossimo attacco. Verso mezzogiorno è salita una fitta nebbia, che impedisce le operazioni. Abbiamo motivo di pensare che nelle prossime ore si diraderà. In tal caso, dopo il solito lavoro di preparazione con l’artiglieria, domani andremo all’attacco di Quota 852. Si tratta di una collina dal dolce profilo, fitta di un bosco che si sta avviando all’autunno. I colori sono già orientati al giallo e all’ocra: forse verrà anche qui l’estate indiana, così come la conosciamo noi che l’abbiamo incontrata sul Blue Ridge o nelle morbide cime degli Allegheny.

1 ottobre, domenica, ore 6 – La nebbia è salita dalla pianura e copre i crinali. Secondo informazioni di cui dispone il colonnello (ne faceva cenno ieri sera), i canadesi hanno preso Calais. La notizia ci induce a una misurata euforia: fra non molto Patton sarà sul Reno e a quel punto si tratterà solo di una corsa all’ultimo respiro verso quel che resta del Reichstag. Siamo di fronte a uno degli ultimi ostacoli, poi avremo davanti la pianura, Milano e Venezia, dove nulla potrà rallentarci.
Su queste aspre montagne, la nostra aviazione non ci sostiene più di tanto. I nidi di mitragliatrici sono ben nascosti e le postazioni abilmente camuffate. Ieri, un unico cecchino appostato su un rilievo ha colpito tre dei nostri, ed è riuscito a dileguarsi. Fra poco inizierà il fuoco dell’artiglieria e in tarda mattinata andremo all’attacco. Mi chiedo quanti dei miei ragazzi resteranno a terra: i costi di questa guerra sono tali da sgomentare ogni uomo che voglia definirsi tale. Ogni sera, avviamo la fila mesta dei feriti verso l’ospedale oltre il passo, e contiamo le piastrine. Non so nemmeno se domani sarò di nuovo di fronte a questi fogli che ora ripongo. Non ho più voglia di scrivere. Penso alle persone della mia vita, a quanto poco da me abbiano avuto.

2 ottobre, lunedì, ore 20 – Ancora nebbia, ma abbiamo preso Monghidoro. Stamattina, nove carri armati sono entrati in questo povero paese. I combattimenti di ieri sono stati durissimi, sei ore di artiglieria non hanno quasi avuto effetto e l’avanzata si è arenata molto prima di giungere su Quota 852. Verso le dieci, i tedeschi hanno reagito con un contrattacco rabbioso, che ci ha colto del tutto impreparati. Abbiamo perso molti uomini delle compagnie F ed E. È stato necessario impegnare due battaglioni di artiglieria, il 346° e il 916°, per contenere il nemico. Nel primo pomeriggio, un ulteriore contrattacco lungo la strada statale ci ha ricacciato verso la base della collina. La nebbia è di nuovo risalita, il tiro è diventato difficile. Uno sprazzo di luce, qualche minuto di chiaro con un sole pallido ci ha permesso di individuare con chiarezza le linee tedesche. Il fuoco dei cannoni di tre battaglioni ha sbriciolato le posizioni e finalmente abbiamo preso Quota 852, pur dovendo piegare resistenze di piccoli gruppi. Ho contato molti caduti fra i tedeschi, eppure, prima del buio, ancora un contrattacco, fallito dopo un’ora lunghissima, in cui abbiamo più volte avuto la sensazione che la situazione potesse rovesciarci. I nostri morti, purtroppo, superano le previsioni più fosche.

Oltre il Passo della Futa si cammina accanto ai caduti tedeschi (foto di Robert H.Schmidt).

Oltre il Passo della Futa si cammina accanto ai caduti tedeschi (foto di Robert H.Schmidt).

4 ottobre, mercoledì – I tedeschi hanno ripiegato poco oltre il borgo chiamato Monghidoro, ma il terreno non è tale da consentire loro un assestamento. Il buio ci ha permesso di mettere in sicurezza i nostri reparti e di far riposare i reparti stremati del 362°. Con l’appoggio dei carri, comunque, siamo riusciti a eliminare ogni resistenza all’interno dell’abitato. Il tenente F. con alcuni del suo plotone è andato in esplorazione sulla vicina Quota 863, trovandola libera dal nemico. Mi ha riferito del suo stupore, alla vista del paesaggio che si apriva verso la pianura. A circa otto miglia c’è l’ultimo contrafforte, poco oltre c’è Bologna. Le Alpi, sull’orizzonte lontano, brillavano per la neve recente.

5 ottobre, giovedì – La gente di questo paese ha compreso che la guerra per loro è finita. Purtroppo, ci giungono notizie da più parti di rappresaglie sui civili, di violenze sugli inermi. Ormai è chiaro che i tedeschi sono arretrati diversi chilometri verso la valle, sparendo dalla vista della popolazione. In molti nascondono il loro sollievo e non osano ancora manifestarlo. Li vediamo uscire da quello che rimane delle loro case, dai rifugi improvvisati: ci sono uomini che hanno voglia di sorridere, bambini che si avvicinano senza timore, alla ricerca di una tavoletta di cioccolato che molti non hanno mai visto prima di oggi. I ragazzi ci cercano, si propongono per aiutarci a scaricare provviste e materiali, si avvicinano alla perenne ricerca di qualcosa da portare a casa. Abbiamo caffè, carne, fagioli in abbondanza, e invitiamo al rancio la popolazione. La farmacia è del tutto sprovvista del benché minimo rimedio. Abbiamo provveduto a dare le medicine essenziali, ma più che le medicine e il cibo, è stato un pacchetto di Lucky Strike a restituirmi la gratitudine e la felicità del farmacista, un uomo che mi ha subito colpito per la sua cordialità. Mi guarda e sembra dire “Era ora che arrivaste”.

6 ottobre, venerdì – Il campanile del paese è stato colpito da un colpo di cannone, ma non è crollato. Le case sono quasi tutte in piedi, anche se molte hanno i segni dei colpi delle Browning e qualche ferita provocata dagli M19. Con un po’ di fortuna, questa gente passerà l’inverno al coperto, senza soffrire la fame. Le nostre risorse sono abbondanti e le posizioni che abbiamo sono così forti da non poter essere più rovesciate. Stamattina, un bimbo si è avvicinato. Gli ho dato qualcosa, ma ha continuato a interrogarmi con il suo sguardo. Credo volesse chiedermi, in qualche modo, se la sua guerra era finita. L’ho accarezzato, ed è andato via contento. È stata la cosa più bella che mi sia accaduta in questo 1944.

Questo articolo è tratto dal numero 43 del semestrale di storia, cultura e ambiente Savena Setta Sambro.

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