1944: settembre amaro… di Franco Santi (1)

Alle pagine 160 e 163 del numero 42 di Savena Setta Sambro, a corredo dell’articolo In fuga dalla guerra di Paola Nanni, abbiamo pubblicato due foto che riprendono il ponte sul Savena a Castel dell’Alpi distrutto dalla guerra. Una delle didascalie recita “distrutto dalle bombe nel 1944”. Franco Santi, testimone dell’evento, ci racconta di seguito come in realtà avvenne la distruzione.

Statale 65 della Futa settembre 1944. La fanteria americana è a 70 Km. da Bologna (foto di Robert H. Schmidt, fotografo militare USA).

Statale 65 della Futa settembre 1944. La fanteria americana è a 70 Km. da Bologna (foto di Robert H. Schmidt, fotografo militare USA).

I monti dell’Appennino, che separano l’Emilia dalla Toscana, offrono una vista incantevole, i pendii sono lievi e continui, pieni di boschi di faggi, querce e castagni. Settembre, poi, fa di questo paesaggio una visione paradisiaca; tutto si risveglia dopo la calura estiva e la caduta delle prime piogge. Le foglie degli alberi stanno per concludere il loro ciclo clorofilliano creando una fantasmagoria di colori che solo poeti e pittori sanno descrivere.
Ma la guerra, che negli anni precedenti sembrava così lontana, quasi sulle rive del Nilo, giorno dopo giorno, arrivò a ridosso dei nostri monti; e il mese di settembre 1944 fu trasformato in un inferno: forse sarà stato il periodo più angoscioso di tutta la storia di questo territorio. Non c’era famiglia che, oltre ai patimenti per le penurie alimentari, non avesse uno o più congiunti in guerra in paesi lontani senza sapere dove e se ancora in vita.
Già nei primi giorni di settembre la 4^ Divisione Fschjg (Paracadutista) si era attestata a difesa dei Passi del Giogo, della Futa e di Montepiano, e nell’alta valle del Savena cominciarono a scoppiare, con gran fragore, le prime granate lanciate dai cannoni degli Alleati, accrescendo così l’angoscia e il malessere: l’inquietudine colpiva tutti, grandi e piccini. Ad aumentare il terrore vi erano pattuglie di tedeschi che perlustravano borgate e casolari in cerca di uomini validi da inviare al lavoro lungo la ‘Linea Gotica’ non del tutto ancora completata.
La battaglia per lo sfondamento di questa linea di fortificazioni è ricordata dagli esperti di guerre come una delle più cruente di tutta la seconda guerra mondiale. In proposito è doveroso richiamare alla memoria la battaglia che si combatté per la conquista del Passo del Giogo, sulla Statale 503. L’attacco del II corpo U.S.A. iniziò il 10 settembre e proseguì con sanguinosi combattimenti fino alla conquista del Passo che avvenne il 17. A difendere il Giogo c’era la 4^ Paracadutista arroccata su i due monti a cavallo dello spartiacque Monticelli e Altuzzo. In quei giorni, l’artiglieria del II Corpo U.S.A. sparò sulle fortificazioni tedesche del Passo del Giogo oltre 50.000 proiettili di vario calibro. Di notte era un chiarore continuo come il ‘levar del sole’ tanto incessanti erano le esplosioni.
Scendendo dal Passo del Giogo verso Scarperia, dopo alcuni chilometri c’è una località di poche casucce chiamata Omo Morto. Poco sotto, alla destra della strada statale, vi è un prato nel quale è stato eretto il monumento ai caduti U.S.A. nella battaglia per la conquista del Giogo. È una grande costruzione di marmo con gradini a semicerchio: su di essa sono incisi i nomi di 500 militari statunitensi. Il monumento è volto verso sud, da dove erano venuti quei giovani. A nord si alzano le cime brulle dello spartiacque dove questi uomini osarono fino all’estremo sacrificio. Qui, su questi scalini, vien da inginocchiarsi commossi e meditare sull’assurdità della guerra. Degli oltre 2.000 feriti più o meno gravi tanti non saranno sopravvissuti e saranno ricordati in qualche altro monumento o cimitero.
La battaglia sopra descritta è una delle centinaia che furono combattute lungo quella linea di fortificazioni che andava dal Mar Tirreno a Pesaro attraverso tutti i Passi dell’Appennino e chiamata dagli Alleati ‘Linea Gotica’ (per contro Hitler, che in un primo tempo l’aveva così designata, la denominò poi Grüne Linie, Linea Verde).
Sul Passo della Futa, mentre infuriava lo scontro sul Giogo, gli Alleati non cessarono gli attacchi e cannoneggiavano in modo continuo l’alta valle del Savena, dove i tedeschi avevano piazzato tre mortai da 120 mm. chiamati GranatWerfer 34; per ogni colpo sparato dai tedeschi ne arrivavano in media una ventina lanciati dagli Alleati con gran fragore e rimbombi. Fra gli scoppi di cannonate in partenza e in arrivo e tiri di contraerea c’erano altre esplosioni, che si distinguevano per il boato rimbombante somigliante a un tuono di temporale.
La gente di Castel dell’Alpi, preoccupata per altri tanti guai, non prestava attenzione a una pattuglia di soldati tedeschi indaffarati intorno alla base dei due piloni centrali del ponte sul Savena, oggi sul lago. Di tedeschi ce ne erano ovunque, perciò nessuno faceva caso se anche sul letto del fiume ce ne fossero o meno. L’attività dei genieri tedeschi attorno ai piloni del ponte, invece, non passò inosservata al progettista di quell’opera, l’ing. Giuseppe Agostini, che dalla sua casa sovrastante guardava desolato, presagendo la tragica fine che avrebbe fatto di lì a pochi giorni il suo ‘gioiello’. Provò in vari modi a salvarlo, anche per vie traverse “che non citiamo”, ma ogni mossa risultò vana. Gli porse una mano, una mezza-mano si fa per dire, il cielo perché i giorni precedenti la ritirata dei tedeschi la pioggia cadde senza tregua nei giorni 26, 27 e il 28, poi, diluviò.
Alla mezzanotte del 28 settembre 1944 i militari della 4^ Fschjg, operanti nel settore della Futa si radunarono a La Ca’, compresi anche coloro che avevano seminato di mine schii, le cosiddette ‘taglia polpacci’, la cima di monte Bastione. Tutto il gruppo si avviò verso Madonna dei Fornelli: da quel momento scoppiò il silenzio, la pace, ma sul far del mattino un sordo boato scosse tutto Castel dell’Alpi, come un terremoto; il pilone di sinistra del ponte col primo arco e gran parte del secondo arco furono scaraventati a monte come fossero steli di paglia; si salvò un settore dell’arco centrale compreso il resto della costruzione di destra. La pattuglia che per ultima seguiva la ritirata col compito di accendere le micce già predisposte, non riuscì infatti, per la gran piena di quel mattino del 29 settembre, a raggiungere il pilone di destra per innescarvi la carica.
Nei primi giorni di ottobre i genieri americani iniziarono la posa di un ponte Bailey, che fu molto laboriosa e piena di imprevisti pericolosi: quando la campata del Bailey stava per raggiungere la spalla sinistra, quel settore di arco rimasto sospeso sul pilone di destra crollò e la lunga campata del ponte Bailey rimase ferma dalla parte destra, mentre la parte sinistra si inchinò fin quasi a toccare l’alveo del fiume. Così il lavoro dei genieri Alleati si allungò di parecchi giorni.

(1) Franco Santi è il montanaro di Castel dell’Alpi che, assieme all’amico e compaesano avv. Cesare Agostini, ha riscoperto la millenaria strada romana che nel 187 a.c. il console Caio Flaminio fece costruire da Bologna ad Arezzo ai suoi legionari. Nella rubrica Novità in libreria di questa rivista presentiamo il libro La strada Bologna-Fiesole del” secolo a.c. che racconta e documenta la tenace ed entusiasmante ricerca.

Questo articolo è tratto dal numero 43 del semestrale di storia, cultura e ambiente Savena Setta Sambro.

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