In fuga dalla guerra (di Paola Nanni)

1943. Dalla città riparano in campagna: sono gli ‘sfollati’

Vivere in città è diventato molto pericoloso e la famigliola di Santina, come faranno tante altre famiglie, sfolla a Castello dove il papà ha trovato ospitalità presso una famiglia di contadini. Su un carro Filippo e Olga caricano gli oggetti strettamente indispensabili: letti, biancheria, cucina economica e poco altro. Raggiungono Castello, il padre col carro, la madre con la bambina in treno, e si sistemano nel granaio della famiglia ospitante. I genitori lavorano ancora a Bologna e fanno la spola tra città e paese che li ospita.
La piccola resta tutto il giorno con questa famiglia che ha abitudini molto diverse da quelle della famiglia di Santina. È forse anche più povera. Vi sono parecchi bambini che non indossano le scarpe. La piccola cittadina non vuole essere da meno e inizia a camminare scalza, all’inizio sopportando un certo dolore poi anche i suoi piedi formano la cotica e non sente più nulla. Il cruccio della piccola durante il giorno è il bombardamento della città di Bologna che da Castello si può intuire e in parte vedere. Mamma e papà sono in quella città e forse non li avrebbe più rivisti. Questo senso di angoscia le procura il vomito per periodi anche abbastanza lunghi.
Mamma Olga, considerando che il viaggio Bologna-Castello diventa sempre più pericoloso, decide di rimanere con la piccola. Preoccupata delle condizioni di salute della figlia l’accompagna da un medico, rifugiato anche lui a Castello, ma che non può circolare perché è di origine ebraica. Senza dare troppo nell’occhio, la madre accompagna più volte la bambina dal medico, il quale però diagnostica che la cura valida per Santina sarebbe la fine della guerra.
Nell’autunno del 1943 riceve la prima comunione. È madrina, e lo sarà anche per il sacramento della cresima, una delle figliole del contadino. Alla piccola la famiglia del contadino regala un ‘rozzo’ di ciambelle, cioè una pila di ciambelle che, partendo dal fondo e salendo verso la cima, sono in ordine decrescente formando un bel cono. La ‘santola’ confeziona per la piccola un paio di zoccoli di legno, ai quali fissa con dei chiodi delle strisce di gros-grain, ottenendo così un paio di sandali. Santina porta quei sandali alla domenica per andare alla messa e ne è orgogliosa. Quelle calzature inoltre hanno il pregio di innalzare la statura.

Il ponte sul Savena a Castel dell'Alpi distrutto dalle bombe nel 1944. L'attuale lago si formò solo nel 1951 (archivio Massimo Simoncini).

Il ponte sul Savena a Castel dell’Alpi distrutto dalle bombe nel 1944. L’attuale lago si formò solo nel 1951 (archivio Massimo Simoncini).

La vita della piccola segue ora le regole e i modi della famiglia contadina. Apprende il dialetto del luogo, va scalza, dopo la mietitura va a spigolare ed è orgogliosa di portare alla mamma un bel sacco di spighe. A scuola non è possibile andare per via dei caccia che mitragliano la strada. La casa dell’agricoltore è situata tra la Via Emilia e la ferrovia, entrambi ottimi bersagli per quegli aerei che compaiono improvvisamente a bassa quota e scaricano le loro mitraglie sui passanti.
Vi è un’ottima intesa con i figli del contadino e, a volte, Santina va anche a dormire nei loro letti il cui materasso è costituito da una fodera di tela ripiena di foglie della pianta di granoturco, dove sprofondare è un vero piacere. La mamma le confeziona una bambola di stoffa alla quale, come capelli, vengono fissati con l’ago alcuni ciuffi di pannocchie di mais. In quel periodo i giochi sono molto rudimentali. Il gruppetto di bambini addestra anche un agnello a cozzare; i fanciulli gli tengono delle vere e proprie lezioni preparando ostacoli che l’animale deve abbattere. Crescendo quell’ariete diventerà così forte e aggressivo che il suo padrone, atterrato egli stesso dall’animale, si vedrà costretto ad abbatterlo.
Santina inizia a grattarsi frequentemente la testa e mamma Olga scopre con vero ribrezzo che la piccola ha la capigliatura piena di pidocchi. A nulla valgono i tentativi di eliminare quegli insetti con il petrolio; anche perché la piccola continua a frequentare quei bambini e va spesso a dormire nei loro letti. Olga non sopporta quegli scomodi insetti e prende una drastica decisione. Porta la figlia in paese, dal barbiere, lo informa del fatto, e chiede che la piccola sia rapata a zero. Cadono così, sotto le forbici del barbiere, i lunghi capelli un po’ ricciuti.
Sovente Olga aiuta nel cucito, con la sua preziosa macchina da cucire a manovella, le due contadine del podere che non hanno tempo per quei lavori perché debbono trafficare nei campi. A mamma Olga riesce molto bene il rammendo e le due donne le danno in cambio ora una manciata di fagioli, ora un po’ di pane e anche altri generi alimentari particolarmente rari in quel periodo. Nell’inverno gli attacchi aerei dei bombardieri e dei caccia si fanno più frequenti. Santina continua a rifiutarsi di trovare riparo in luoghi chiusi. Preferisce i fossati, da dove può osservare le mosse di quegli enormi uccelli di metallo respirando aria. Il loro bersaglio è o la ferrovia o la via Emilia.
Nel magazzino della casa padronale vi è una bella carrozza nera che, alla domenica, se le incursioni aeree lo permettono, porta i bambini a messa nella chiesa del Crocifisso. A Natale le comari del contadino preparano i ravioli con il ripieno di castagne. Per la piccola è una novità. Come pure l’uccisione del maiale. Il povero animale viene lasciato libero, aprendo la porta della sua stalla, quindi lo si rincorre e una volta preso lo si trafigge sul collo.
Le serate invernali trascorrono nella stalla, dove le poche mucche rimaste e un vitello riscaldano il gruppo al lume di una lumiera a petrolio. Le comari filano la canapa o la lana, discorrono degli ultimi eventi della guerra. Le notizie sull’andamento del conflitto sono sempre più allarmanti. I tedeschi oppongono resistenza e quella guerra che doveva essere una ‘guerra lampo’ si prolunga sempre di più. Aumentano anche, da parte delle truppe tedesche, i sequestri di vettovaglie e altro. Il gruppetto di persone che vive in quelle case decide di trovare un posto sicuro in cui sotterrare la miglior biancheria e gli oggetti di particolare valore.
Nella cantina della casa padronale le donne si raccolgono attorno al tavolino che permette di parlare coi morti i quali svelano il futuro. Ai bimbi non è permesso prendervi parte. Essi riescono solo a sbirciare di nascosto da un piccolo pertugio e non odono nulla. Una sera, nella stalla, una delle donne che ha parlato con gli spiriti rivela che le previsioni dicono: “II fienile e la stalla saranno bombardati, mentre la casa padronale e la casa del contadino rimarranno intatte.”
A primavera Santina riceve il sacramento della cresima. Il vestito bianco, usato in autunno per la comunione, si è accorciato, i capelli sono cresciuti abbastanza da formare una pettinatura a caschetto.
Più o meno a fine estate i genitori e la piccola rientrano a Bologna con le loro masserizie su un carro trainato dai buoi. Il viaggio avviene di notte per una stradetta poco frequentata detta degli ‘Stradelli Guelfi’. I rischi sono molteplici. La comitiva può incontrare i tedeschi che potrebbero requisire il carro e i buoi, in cielo possono apparire aerei che lanciano i ‘bengala’, i quali illuminano un tratto del territorio e rendono visibile chi lo percorre. La bimba, sistemata sulle masserizie, ha paura e non riesce certo a riposare. Finalmente il carro con il suo carico raggiunge via Berretta Rossa.
Per la piccola la città, in fatto di paure, si rivela non meglio della campagna. Di notte si sente regolarmente nel silenzio il rombo di un aereo che tutti chiamano ‘Pippo’. Sorvola lentamente, con un rombo basso e costante, la città, poi, quando crede, lascia uscire dalla sua pancia una bomba. Santina sente quell’aereo e resta in apprensione fino a quando non ode un boato: lo scoppio della bomba di Pippo e dentro di sé dice: “Anche questa volta l’ho scampata!”
Questo aereo passa sempre più di frequente e gli abitanti di via Berretta Rossa a sera raccolgono una coperta, chiudono la porta di casa, e vanno a dormire nei sotterranei della vecchia Certosa. Spesso, quando arrivano all’ingresso, trovano parcheggiati davanti al porticato due camion carichi di casse da morto in attesa di sepoltura. Il macabro di quella visione è per la bimba la fuoriuscita dalle casse in molti casi di arti delle povere salme. La fretta della ricomposizione e il tipo di morte hanno portato a quel triste aspetto delle bare. Santina ha una forte stretta al cuore a quella vista ma non ne parla con i genitori. Il vantaggio dei sotterranei della Certosa è che quei luoghi non dovrebbero essere bombardati e di conseguenza si può riposare qualche ora.
Bologna è stata dichiarata nel suo centro storico città bianca, per cui entro le mura non dovrebbero più bombardare. Il padre di Santina, che ora lavora in centro, chiede ai suoi superiori un alloggio nella caserma in cui si trovano anche gli uffici. Ottenutolo, sceglie come locali le prigioni perché hanno mura spesse e quindi anche le eventuali cannonate non dovrebbero costituire un pericolo. Filippo, sempre preoccupato di non far mancare il cibo alla sua famiglia, un giorno porta a casa un quintale di grano. Il problema è come far diventare quel grano farina. Mamma Olga ripiega sul macinino da caffè e, lavorandoci instancabilmente per molti giorni, riesce a fare la trasformazione. Con quella farina fa della ‘galletta’, qualcosa di simile ai craker, che costituisce una buona provvista per eventuali tempi di magra. Anche lo zucchero ha cambiato colore, quello che circola è marron.

Castel dell'Alpi: il ponte provvisoriamente riattivato. Sullo sfondo la chiesa ora sconsacrata (archivio Massimo Uguzzoni-Massimo Simoncini)

Castel dell’Alpi: il ponte provvisoriamente riattivato. Sullo sfondo la chiesa ora sconsacrata (archivio Massimo Uguzzoni-Massimo Simoncini)

Nell’enorme caserma vi sono, sul lato destro, i bimbi dei militari e, sul lato sinistro, i bimbi che sono arrivati dalla montagna con poche cose o addirittura con nulla al seguito. Rispetto a quest’ultima valanga rifugiatasi in città, Santina si sente fortunata, perché quei bimbi non hanno veramente nulla. I momenti brutti in quel nuovo rifugio sono, per la piccola, le interminabili notti. Ella ode gli altri respirare a fondo e quindi riposare mentre lei non riesce ad assopirsi. Ode ed è attenta a tutti i rumori perché teme sempre il peggio.
Con l’avvicinarsi della primavera aumentano le cannonate, arrivano anche molti sfollati dall’Appennino che trovano rifugio nella parte di caserma messa a loro disposizione. Tali persone hanno la paura dipinta sul viso, sono magre e mal vestite. Seguono alcune notti in cui il cannoneggiamento non ha tregua, poi una mattina in cui il mondo circostante sembra essersi calmato, arriva la cugina Nera gridando allegramente a gran voce:
– Alzati! Sono arrivati gli Alleati. Andiamo in Piazza Maggiore a vederli!-
La piccola che nella tranquillità di quella mattina cercava di riposare, la guarda incredula. “Possibile che questo inferno sia finito?” Si domanda. Ora finalmente non dovrà più tendere l’orecchio alle cannonate, a Pippo che sgancia bombe e alle mille insidie della guerra. Si gira dal lato del muro e risponde alla cugina:
– Vai! Ora posso dormire … –
Quella mattina era il 21 aprile 1945, la bimba avrebbe compiuto dieci anni a settembre di quell’anno.

Questo articolo è tratto dal numero 42 del semestrale di storia, cultura e ambiente Savena Setta Sambro.

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2 risposte a In fuga dalla guerra (di Paola Nanni)

  1. Massimo Uguzzoni ha detto:

    Ma il ponte di Castel Dell’Alpi non fu fatto saltare dai tedeschi ? E non bombardato ?
    Massimo Uguzzoni.

  2. anticafrontierabb ha detto:

    Gentile Sig. Massimo, il ponte di Castel Dell’Alpi non fu bombardato, va venne fatto saltare dai paracadutisti tedeschi in ritirata il 29 settembre 1944, come spiega molto bene Franco Santi nel suo articolo-testimonianza: https://anticafrontierabb.wordpress.com/2013/05/22/1944-settembre-amaro-di-franco-santi-1/.
    Grazie per l’attenzione e per aver dedicato il suo tempo al nostro blog.

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