Mulino di Madrullo – L’antico mulino macinatempo

Mulino di MandrulloGiorgio Pasqui ha percorso chilometri e chilometri sulle rotaie. Ha smesso di lavorare quando l’ultima vettura della linea di San Ruffillo è finita in rimessa. Ha fatto il tramviere per una trentina d’anni cominciando ai tempi in cui i mezzi snodati erano ancora sulla carta. Ha 76 primavere, ma il tempo non ne ha intaccato il fisico, che risulta sempre vigoroso. Nato a Madonna dei Fornelli, ha raggiunto Bologna quand’era un ragazzino passando presto sugli sferraglianti mezzi che appartengono al ricordo di chi non è più tanto giovane. La velocità si regolava con manopole dentellate e per farsi sentire si azionava una campanella a pedale. Pasqui ha guidato anche i filobus, che un tempo erano blu e non avevano grossi problemi lungo strade pressoché deserte. Rammenta tutto di quegli anni e nelle parole non riesce a mascherare accenti di rimpianto.
Ha vissuto un lungo tratto della trasformazione delle linee e dei mezzi, fino a condurre i tram snodati e le ultime vetture del ”’13”. “Che bei mezzi, era un piacere guidarli. Quando li hanno dati via hanno cancellato una parte della nostra vita”.
Come tanti altri Pasqui torna spesso nella terra natale. Ha sposato un’erede dei mugnai Naldi e appena può raggiunge il grande complesso che si è formato nei secoli attorno al Mulino di Mandrullo, ai confini tra Monghidoro e San Benedetto Val di Sambro. Anche qui è stato cancellato un tratto del passato, le macine hanno smesso di girare da anni e l’invaso che portava acqua alle pale è stato colmato di terra. Alberto Poli, altro parente dei Naldi, ricorda molte cose del mulino e seguendo il filo del tempo si collega ai giorni in cui furono installate le turbine. “È stato il primo nella zona a impiegare mezzi che allora potevano apparire sofisticate stranezze”.
Poli si occupa di progettazione industriale, ha lo studio a Bologna e pure lui, appena può, imbocca la fondovalle per raggiungere un luogo che sembra un ritrovato della quiete. Il Mandrullo è diventato un borgo dove d’estate vivono più di cinquanta persone, tutte imparentate tra loro. Ai margini dell’abitato, il torrente si biforca formando ruscelli che qui chiamano Savenina e Savena. Il rumore dell’acqua è doppio, canto e controcanto tra sassi e lembi cespugliosi. Non ci sono ponticelli, per passare da una parte all’altra si deve sperare nell’acqua bassa. Nei periodi di piena, meglio lasciar perdere. Una volta molti raggiungevano il mulino proprio da questo lato. La gente scendeva dalle frazioni piantate sui costoni tra cui Zaccanesca, oggi pressoché invisibile essendo sommersa dalla vegetazione. Sentieri e radure si sono inselvatichiti, non è più tempo di muli e di convogli diretti alle macine.
L’imbocco che porta al Mulino di Mandrullo è sulla strada di Castel dell’Alpe. il punto è riconoscibile da un cassonetto per i rifiuti dove la gente deposita di tutto, anche sanitari di maiolica . Entrano solo i proprietari: una sbarra scoraggia i curiosi e tutto è ordinato. Qualche lapide porta ad avvenimenti lontani, come quella che ricorda un momento importante per questi luoghi, la canalizzazione di una sorgente che permise alle donne di faticare meno per portare l’acqua in casa.
Oltre al mulino c’era una tintoria per la canapa, e c’erano essiccatoi, stalle, porcilaie e forni, depositi per i viveri e per la legna. La neve e le piene potevano isolare il complesso, ma la gente poteva starsene tranquilla, le scorte erano sufficienti per giorni e giorni. Adesso quello che resta della vecchia attività è condensato nei muri.
Alcune macine sono state trasformate in tavoli collocati tra gli alberi. Le case sono diventate rifugio estivo degli eredi dei Naldi, che ogni tanto ripercorrono le strade del ricordo facendosi aiutare da vecchie fotografie: in una c’è il mulino com’era prima della guerra, in un’altra si nota l’invaso, in un’altra figura il gruppo dei Naldi, con il mugnaio Angelo, la moglie, i figli e un bambinetta, un nipotino destinato a diventare carabiniere e a morire in Jugoslavia. Storie di gente e di luoghi su lucidi cartoncini che nelle lunghe serate passano di mano in mano.

Tutto intorno, un alone tra il magico e il fantastico

Da quando le macine hanno smesso di girare, la borgata che s’è formata attorno al Mulino di Mandrullo ha subito diversi ritocchi. È stata eretta anche una nuova casa per il tempo libero, certamente non in linea con i parametri di un tempo, ma che non scompagina troppo l’antico disegno che prevedeva l’impiego di sassi e pietre. Il nuovo edificio è nella parte alta, verso la strada: tutto il resto è adagiato in un grande spiazzo, appena mosso da rialzi e contrassegnato da una serie di orti.
Ogni casa ha il proprio campicello e il complesso è tagliato da sentieri, mentre un vialetto fiancheggiato da alberi da frutta, porta a un angolo appartato, dove si è sistemato Franco Naldi, figlio dell’ultimo mugnaio. Le case sono tenute bene e i rifacimenti di determinati angoli non hanno sconvolto la vecchia concentrazione. Oltre al mulino sono state trasformate in abitazione la tintoria dove si lavorava la canapa, le stalle e i depositi della legna e delle castagne.
Il filo del ricordo annoda molte vicende che il riporto continuo scontorna fino a creare un alone tra il magico e il fantastico.
Anche qui rimbalzano storie che sanno di mistero, come quelle dei fuochi fatui lungo il Savena e dei fantasmi. I fuochi, probabilmente riflessi lunari nelle notti d’estate, continuano ad accendere la fantasia della gente. Si parla di spiriti vaganti e di anime in cerca di chissà cosa. Si racconta pure di rumori di catene lungo i sentieri tra i boschi.
Alberto Poli ride a questi ricordi, anche se riconosce che qualche fenomeno strano si registra di tanto in tanto. “Una volta si è accesa all’improvviso una radio spenta da un sacco di tempo. Un’altra volta ho sentito scuotere una porta senza che in casa vi fosse gente e senza che vi fosse vento”.

Questo articolo è tratto dal libro di Franco Basile Il tempo dei mulini.

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