Zia Dorotea dei pilastrini (di Anna Gironi)

Zia Dorotea davanti al pilastrino nella foto scelta poi per la copertina del primo numero della rivista (foto di Antonio Santi e Claudio Vaioli)

Zia Dorotea davanti al pilastrino nella foto scelta poi per la copertina del primo numero della rivista (foto di Antonio Santi e Claudio Vaioli)

La Costa di Monghidoro, agosto 2011. Sto sfogliando il n.40 di Savena Setta Sambro, comperato la sera prima presso la libreria della Festa dell’Unità di Piamaggio. Il mio sguardo si sofferma per un istante sull’anziana donnina raffigurata sulla copertina del primo numero della Rivista, uscito nel 1991, copertina che qui viene riproposta in dimensione molto ridotta. Mi ricorda vagamente una persona conosciuta in un tempo passato. Continuo a sfogliare e a leggere fino all’ultima pagina, quindi passo la rivista a mio marito. Dopo qualche tempo lo vedo arrivare in cucina con la pubblicazione in una mano e una lente di ingrandimento nell’altra. Non so cosa stia attentamente esaminando, quando lo sento esclamare:
– Ah, ecco, um pareva bén / mi pareva bene, è proprio lei, la zia Dorotea!-
L’apparizione di quella foto ha risvegliato nei parenti ricordi sopiti ed è stata un’ulteriore occasione per ripercorrere assieme passaggi della vita di questa zia dal carattere così originale, partendo sia da esperienze e rapporti diretti, sia da memorie trasmesse, che qui cercherò di riassumere.

Dorotea Nannetti, una ragazza di quasi due secoli fa.
Nacque, ultima di sei figli, nel borgo La Costa di Monghidoro, nel 1904 da Nannetti Mosè ed Ersilia Sacchi. Prima di lei erano venuti al mondo Demetrio nel 1893, unico maschio, poi Caterina 1895, Assunta 1897, Maria Domenica 1899, Giovanna 1901.

Dorotea Nannetti - zia Dorotea - in una foto del 1985

Dorotea Nannetti – zia Dorotea – in una foto del 1985

La nascita di Tea, così chiamata in famiglia, destò da subito preoccupazione nei genitori per la sua costituzione minuta e debole, tanto da far temere per la sua stessa vita e da subito li fece tribolare perché inappetente e molto irrequieta. Accudita alla meno peggio dalle sorelline e, quando non era impegnata nei campi, dalla stessa madre, raggiunse l’anno di età ma, in concomitanza, una brutta malattia si portò via il padre Mosè a soli 42 anni. La nuova e difficile situazione familiare costrinse Demetrio, un ometto ormai di dodici anni, a prendere in mano le redini dell’attività agricola con l’aiuto costante della madre, mentre le piccole donne crescevano assolvendo, ognuna di loro, i compiti grandi o piccoli che nella famiglia contadina anche i bambini dovevano affrontare. Tea, sempre per il suo aspetto gracile e malaticcio, fu protetta dalle sorelle maggiori con attenzioni e sottratta a tutti i lavori più gravosi. Fattasi grandicella le fu affidato il compito di badare alle bestie, impegno a cui lei si dedicò con la massima dedizione. Si racconta che oltre a portarle al pascolo con regolarità, curava molto la loro pulizia con frequenti strigliature e spazzolature del manto da far risultare il pelo sempre lucente. Da allora, questo fu il suo esclusivo lavoro e la stalla e il pascolo furono la sua occupazione e preoccupazione per tutto il tempo che la sua famiglia fu impegnata nella conduzione del proprio podere.
Come succedeva a quei tempi, come tanti altri bambini, non frequentò la scuola, bensì la chiesa e il catechismo, e dalla religione fu sempre più attratta. La sua vita ritirata e solitaria forse favorì e ac­crebbe la sua devozione per il Signore e le immagini sacre. Mentre le sorelle si dedicavano anche ai pochi altri svaghi che i costumi di allora permettevano loro e sognavano di farsi un giorno una famiglia, lei sempre di più si dedicò alla preghiera e sempre di più si isolò dal resto del mondo. Girava col rosario in mano e recitava preghiere e orazioni che aveva imparato a memoria, davanti alle immagini dei Santi collocate sui pilastrini o appese alle piante dei castagni, non facendo mai mancare loro mazzolini di fiori freschi raccolti nel sotto­ bosco. La devastante guerra del 1940-45 e il dopoguerra cambiarono i destini di molta gente del nostro Appennino. Un vero esodo verso la città, dove era alta la richiesta di manodopera per la ricostruzione del paese, portò migliaia di montanari in un nuovo contesto lavorativo più redditizio. Aspiravano tutti ad una vita meno grama e meno emarginata, con nel cuore la speranza di avere la possibilità di mandare a scuola i propri figli, possibilità che la vita aveva negato alla maggior parte dei loro genitori e anche qualche volta a loro stessi. I campi furono abbandonati e le borgate si svuotarono.
Anche Demetrio seguì l’ondata migratoria verso la città con la moglie e i due figli, cessando il lavoro della terra e abbandonando la casa degli avi. Dorotea e Maria, entrambe nubili e vissute col fratello fino a quel momento, si trasferirono a La Ca’, dove già abitava la sorella Giovanna. Demetrio trovò una buona occupazione presso le Officine Casaralta a Bologna, ma dopo breve tempo, a 54 anni, pagò con la vita il suo tributo al progresso rimanendo vittima di un grave infortunio sul lavoro.
Intanto Dorotea, che si era trovata con nulla da fare non avendo più bestie da accudire, passava tutto il tempo nella preghiera, vivendo presso le due sorelle che continuavano a servirla e custodirla. Anche la sua fedele compagna, la Ciera, una gattina dal pelo chiaro se n’era andata. Da quel momento tutti gli abitanti di Monghidoro la poterono vedere genuflessa nella chiesa del paese o in cammino solitario verso quella di Montalbano o di Campeggio, o protesa in adorazione verso l’immagine racchiusa nel pilastrino, così come ben fissata dall’obbiettivo della macchina fotografica. A chi maliziosamente le chiedeva se avesse avuto mai un fidanzato, seria e candida rispondeva:
Mé aiò spusè e Sgnurìn! / lo ho sposato il Signore!
Nel contempo le migliorate condizioni di vita e gli spostamenti resi facili dalla piccola utilitaria acquistata a rate, permisero ai figli di quegli emigranti di tornare alla casa dei genitori, da tempo in abbandono, per risistemarla e passarvi i fine settimana o periodi di ferie. Così fecero e tornarono a La Costa diversi nipoti di Dorotea. E fu in quelle occasioni che io la conobbi, avendo sposato un figlio della sorella Assunta. Negli anni ’80 e ’90 ebbi modo di incontrarla spesso.
Essendo rimasta sola, i nipoti e soprattutto Bianca, figlia di Demetrio, a cui Tea era maggiormente affezionata, cercavano di aiutarla ospitandola nelle loro case a Bologna. Ma al chiuso degli apparta­ menti di città quella donnina minuta e libera proprio non si trovava bene. Provava un vero disagio: troppa luce, lei che amava dormire nel buio assoluto, troppo rumore, lei che amava il silenzio, troppi odori cattivi, per non parlare del fumo di sigaretta che le faceva venire il mal di testa. Così continuò per un po’ a vivere da sola, sempre a La Ca’ e in seguito presso quello che allora era l’Albergo 4 Mori, raggiungendoci a La Costa tutte le volte che eravamo presenti.
Scendeva dalla vecchia strada comunale, la via dla messa(1), lungo la quale metteva i fiori davanti alle immagini protette da baldacchini di legno, o percorrendo il sentiero in mezzo al bosco dove l’immagine sacra era appesa a un castagno. Arrivava qualche volta con una bracciata di legnetti per il camino, quando ormai di legna se ne bruciava a quintali. Lei a volte faticava ad accendere la sua stufa perché, diceva, “la legna la fa e muson / la legna fa la musona”. La legna, cioè, bagnata o ancora verde aveva difficoltà a prendere fuoco nella stufa, facendo fumo.
Con i bambini, i pronipoti, era molto dolce e paziente: per loro aveva sempre in tasca delle caramelle che offriva sorridendo e di tutti ricordava la data di nascita e si informava sul loro stato di salute e sulle loro occupazioni. Con gli adulti era più severa e detestava le donne che fumavano; con loro andava ‘giù pari’ senza riguardi anche se erano signore che incontrava per la prima volta: “ti propi na zevaiòna / sei proprio una zavagliona”. Stesso giudizio verso gli uomini di cui non approvava il comportamento: “ènch lulè l’è un brot zavaiòn(2) / anche lui lì è un brutto zavaglione”.
Una volta l’abbiamo vista veramente adirata e contrariata, e aveva mille ragioni: le avevano rubato da sotto il naso il sacchetto pieno di marroni che stava raccogliendo nel bosco di famiglia. Fu una giaculatoria di improperi.
Anche se trovava le nostre pietanze “tropi cundé / troppo condite”, mangiava con appetito. Ci chiedeva di fare qualche volta i stiancòn che le piacevano tanto e anche al miazoli, le frittelle di acqua e farina, così buone come le faceva sua madre. La prima volta che mi chiese di fare gli straccetti di sfoglia fu tanto tempo prima, un giorno che si trovava presso di noi a Bologna. Espresse questo desiderio con voce gentile e viso sorridente, una mattina mentre mi accingevo a uscire per andare al lavoro. Volevo accontentarla, ma il tempo a mia disposizione era troppo poco, così durante il tragitto trovai una soluzione. Di ritorno dall’ufficio, nell’intervallo di mezzogiorno, mi fermai in un negozietto di pasta fresca e portai a casa una bella sfoglia arrotolata nel matterello. Fu una delle poche volte, se non l’unica, che vidi ridere di gusto la zia Tea.
Tutto sommato la salute non le mancava, a parte i comuni malanni passeggeri. Ricordo il racconto divertito della nipote Bianca quando la portò da uno specialista medico perché afflitta da frequenti cerchi alla testa; questi dolori non l’abbandonavano, nonostante lei tentasse di liberarsene con starnuti che si provocava annusando tabacco o, in mancanza, un po’ di pepe. Aiutata da Bianca e sotto gli occhi increduli di medico e infermiera, cominciò a spogliarsi, togliendosi per primi i due fazzolettoni che portava in testa, quello di cotone e quello di flanella, poi quello che le fasciava il collo. A seguire il paltoncino nero, il primo vestito di flanella, poi quello di cotone, una sottoveste, tipo camicia da notte di flanella, una scamiciata lunga di lana, la maglia con le maniche lunghe sempre di lana, la maglia con maniche corte, quella con le spalline senza maniche, infine la canottiera di cotone; e per finire i calzettoni lunghi e quelli corti. Il mucchio di indumenti era più alto e più grosso del suo esile corpo da ragazzina. Questo era il suo modo di vestirsi tutto l’anno, togliendosi, nel pieno dell’estate, oltre al cappotto, solo qualche indumento di lana. Ai piedi lo stesso modello di scarponcino, più leggero d’estate e imbottito di pelo d’inverno.
Questa era la zia Dorotea.
Molto avanti negli anni, fu ospitata nella Casa Francescana di Monghidoro fino alla fine dei suoi giorni. L’aspetto gracile della Dorotea racchiuse invece una forte tempra ed essa risultò la più longeva di tutte le sorelle superandole di gran lunga in età. Ultima a nascere e ultima a morire, ci ha lasciati a 96 anni alle soglie di un nuovo secolo pieno di incognite. Lungo la vecchia via dla messa e appesi al castagno, sgangherati sostegni di legno sorreggono tuttora frammenti di immagini sacre abbandonate e scheletri di fiori rinsecchiti, come sgangherate e trascurate sono le vie che dovevano proteggere.
Ovunque tu sia, cara zia Tea, piccola e ultima viandante, riposa in pace.

(l) Su questa ‘via della messa’ si veda la commovente poesia di Terziglio Santi in Savena Setta Sambro n.5, pag.86 (ndr).
(2) Vocabolo che deriva da zavai = cosa vecchia e di poco conto; riferito a persone lo si diceva di chi agiva in modo approssimativo e confuso, quindi male (ndr).

Questo articolo è tratto dal numero 42 del semestrale di storia, cultura e ambiente Savena Setta Sambro.

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