Lungo l’Appennino: in viaggio col signore di Stendhal (di Matteo Mattei)

StendhalL’esperienza di ‘viaggio in Italia’ compiuta due secoli fa dallo scrittore e intellettuale francese Henri Beyle de Stendhal (Grenoble 1783 – Parigi 1842) è in realtà riconducibile a un arco cronologico assai più esteso del solo 1811 e compreso, pur tra ampi intervalli, lungo un trentennio circa. Se però molto avremo in forma scritta sul (e da parte del) l’illustre grenoblese quale testimone dell’Italia della Restaurazione (in relazione al suo soggiorno milanese di qualche anno dopo), pochi restano gli elementi autenticamente rilevanti circa la parte di viaggio che, come ‘grandtourista’, anche lo Stendhal dovette affrontare per coprire la distanza tra Bologna e Firenze.
Emerge tuttavia chiarissimo, nel resoconto intitolato Roma, Napoli e Firenze nel 1817, il grado di fascinazione romantica con cui l’autore transalpino conduce il lettore a una serie di osservazioni non banali circa le paysage appenninico attraversato, inteso come un continuum di stati d’animo più che ricerca puntigliosamente rievocativa di luoghi fin troppo noti alla letteratura di genere, ripercorsi magari sulla traccia di esperienze di viaggio compiute secoli prima da altri grandtouristi compatrioti (s’impone qui, sugli altri, il ricordo del Montaigne).
Rispetto a costoro, in verità, lo Stendhal era un intellettuale di tipo nuovo, ossia tenacemente persuaso che la terra con la quale stava per entrare in contatto – in comunione/comunicazione insieme visiva e affettiva – non fosse più la languida Italia, Patria del genio e di ogni bellezza inerte, una terra senza speranza di redenzione o, se vogliamo, una bella dormiente, bensì il luogo riscattato a un nuovo destino di fortuna e di gloria proprio da quelle armate napoleoniche che lo avevano invaso nel 1796.
Era questa Italia – napoleonicamente inondata di luce – che lo Stendhal amava e nella quale riconobbe la propria personalità come grandtourista.
Diversamente dal Montaigne, perciò, del paesaggio collinare e rupestre tra Bologna e Firenze il nostro, ben lungi dal limitarsi a sottolinearne la quasi invalicabile asprezza, si premurerà di informarci che si tratta – pur senza avere nulla di grandioso – di un bello spettacolo: di più, la vista dei crinali appenninici lo indurrà a paragonarli alla vista del mare vero.
Un mare d’erba colpisce dunque i sensi dello Stendhal, ridestandoli alla ‘felicità’ (egli usa proprio questa parola). Mentre le catene montane in direzione della località toscana di Carrara gli faranno l’effetto di quinte d’opere. Singolare immagine, questa dell’oceano di montagne (che) fuggono a ondate successive, e che egli trova profondamente commovente.
Stendhal in effetti recepì profondamente quella mutata dimensione emozionale del Grand Tour segnata dall’avvento di una nuova sensibilità, dettata dalle idealità del Romanticismo, e a motivo della quale il Viaggio in Italia si era trasformato in una più autentica e partecipe avventura dello spirito, un percorso etico a livello anzitutto individuale; il medesimo che lo porterà a osservare di sentirsi come l’uomo che viaggia per gioire della risonanza che producono sulla sua anima le montagne e i caratteri stranieri, e per conoscere gli uomini e, tuttavia, nel contempo a paragonarsi precisamente al pastore alpestre intravisto negli chalet elvetici, capace di trascorrere ore a braccia conserte per contemplare la meraviglia di vette coperte di neve (Per lui, era una musica).
Ma esattamente quel medesimo sentimento – che Stendhal socraticamente definisce ‘ignoranza del sé’ – per cui l’abbiamo già visto estasiato di fronte alle montagne dell’Appennino tosco-emiliano, non farà completamente del nostro grenoblese un epigono in carne e ossa dei suoi stessi eroi da romanzo, sognatori ed eternamente sotto lo scacco del destino avverso. Monsieur De Beyle, infatti, rivelerà in definitiva una sensibilità d’intellettuale e di uomo capace di non disancorarlo rispetto alle inevitabili asprezze del duro percorso che, con l’Appennino come metafora, sarà la vita (la sua e quella di noi tutti). Stendhal sparge dunque di preziosissime perle il racconto – sia pur logicamente succinto – della propria attraversata appenninica, cogliendone gli aspetti solo apparentemente più eccentrici ma, in realtà, capace di eternarne le sfumature più recondite, e – ciò che non sorprende – nascoste forse alla sua stessa epoca, quel secolo XIX già pervaso (ma, ecco il punto: non in Italia, non ancora) dal grigiore dell’esistenza borghese e dei suoi già frenetici ritmi.
Se dunque, a puro titolo di esempio, volessimo confrontare il peso che le mirabilia (naturalmente naturalis) occupano nel resoconto di viaggio di un Montaigne – a lungo attardato e meravigliato dalla realtà incontrata presso certe grotte non lontane da Careggi – rispetto invece alle ‘quattro righe quattro’ con cui Stendhal nel 1811 licenzia il fenomeno delle formiche di cui ha sentito parlare riguardo al Santuario di S. Maria di Zena, potremmo allora avere anche solo una vaga idea di quanta strada, in poco meno di tre secoli, avesse fatto lo scetticismo nella patria di Voltaire (e di Pascal).
Ma sarà in altri – e forse più incisivi – passaggi ancora, da Stendhal dedicati alla propria esperienza appenninica, che ritroveremo la sapida espressività di questo grande nome della letteratura del Romanticismo francese, in grado di costruire un immaginario teso a superare i limiti dell’aneddoto per far giungere fino a noi posteri tutta la modernità descrittiva dei ‘bozzetti di carattere’ del suo tempo, l’Ottocento. Cos’altro potrebbe infatti mai essere, per noi, quel maestro di posta di Loiano che Stendhal, dopo averlo incrociato, non si limita a rendere stereotipo di tutti quegli italiani che amano fare il cicerone, ma che propriamente anima fino a trasfigurarlo in bozzetto, appunto figuretta immortale, degna di essere accostata – in sole tre righe – ai più riusciti ‘ritrattini morali’ manzoniani?: ha voluto persuadermi – scrive Stendhal del mastro – che vedevo il mare Adriatico, diciannove leghe: non ho affatto avuto quest’onore (…).
In tale teoria di sensazioni e di incontri ravvicinati con gli esemplari umani più autentici del tipo mediterraneo – non si dimentichi che in Stendhal, francese e borghese, sopravvive uno stereotipo dell’italiano (come briccone patentato) assai duro a scomparire – un ruolo particolare rivestirà la figura dell’oste o del gestore di locande in genere: questi, però, è declinato al femminile, nella ostessa di Pietramala, la cui storia – tra il grottesco e il grandguignol di provincia – affascina il nostro Viaggiatore non appena si accosterà al conversare di alcuni ‘villici’ attorno al camino di un albergo. Stendhal però, uomo del proprio tempo, realisticamente ricollega questa sorta di ‘protofiaba’ al fenomeno del contrabbando: era in effetti notorio, attorno al 1815, come tra le abitudini dei gestori di ostelli e consimili ritrovi, ricetta­ colo dei più svariati generi di viandanti, vi fosse quella di arrotondare i magri guadagni con l’unica attività criminale che la incapace tolleranza della forza pubblica consentisse di praticare, per l’appunto manifesta incapacità di porvi argine: il contrabbando.
Già simbolo stesso dell’italica arte di coniugare avidità e sciatteria (il sudiciume delle locande italiane del primo Ottocento è tuttora leggendario), l’oste dell’epoca di Stendhal diventa dunque – specie in una letteratura che già si ciba del genere “gotico”, antenato nobile di ogni racconto “splatter” – uno spietato assassino, tanto più senza scrupoli quanto più agisce non da solo ma con l’aiuto dei complici. La tenebrosa vicenda della locandiera di Pietramala, che attraeva giovani e indifese coppie di viaggiatori nel proprio sinistro tugurio al solo scopo di derubarle e poi di farne sparire i corpi nel “nulla”, resta un passaggio memorabile del resoconto delle traversie italiane dello Stendhal.
Ciò detto, altra e ben più improba sarà l’impresa che attende il nostro Viaggiatore, sopravvissuto agli incubi (fonte di indigestioni?) e allo spavento di incontrare lui stesso dei non meno temibili briganti da strada, ma ancora intimorito di dover valicare il Passo del Giogo, una fatica che è stata paragonata di recente a certi coevi peripli dei continenti più inesplorati. Animo, dunque, al nostro Stendhal: d’altronde l’intero Stato Pontificio, di cui il territorio appenninico era parte integrante, andava famoso nell’Europa civilizzata del momento per essere attraversato da lunghe e strette montagne quasi interamente prive di strade degne di tal nome, e dunque trafficate sì da tempo quasi immemorabile, ma anche disagiate e malservite di valichi: raggiungere, come Stendhal intendeva fare, la capitale del Granducato di Toscana partendo dalle Legazioni poteva veramente costituire un cimento rischiosissimo. Tra gli ostacoli non del tutto insormontabili che un grandtourista poteva (e doveva) dunque mettere in conto, il meno periglioso – ma al contempo il più molesto – risultava essere la compagnia di un altro viaggiatore, naturalmente solo se in vena, questi, di ‘attaccar bottone’: in casi siffatti il molestato aveva pochissime occasioni profittevoli per allontanare da sé una così soffocante compagnia, dato che era a tutti i componenti di una diligenza fatto divieto categorico di lasciare il convoglio se non quando giunti alla destinazione prefissata. Da qui il lamento di Stendhal che, nel 1811, scriverà proprio: Mi congratulai di viaggiare solo.
La scabrosità generale delle condizioni del trasporto, pubblico come privato, di allora sarà comunque tale da far concludere al nostro, una volta raggiunto il sospirato approdo (cioè l’albergo degli Inglesi, a Firenze): Sono arrivato alle cinque del mattino (…) sopraffatto dalla fatica, fradicio, scosso, obbligato a tenere il davanti della vettura di posta e a dormire seduto in una posizione scomoda. Gli spaventosi sobbalzi causati da un selciato duro ma non curato, e pieno di piccole buche, mi avevano messo in uno stato di assoluto sconforto. Non ne potevo più, nel vero senso della parola (…).

Questo articolo è tratto dal numero 30 del semestrale di storia, cultura e ambiente Savena Setta Sambro.

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