Il ‘Progetto Linea Gotica’ (di Giancarlo Rivelli) – Il ripristino e la pulizia di opere di difesa della II Guerra Mondiale presenti nel nostro territorio a tutela della memoria

Linea GoticaLa lenta ritirata tedesca verso il Nord Italia durante l’estate 1944 si arresta ai primi di agosto ai piedi dello spartiacque fra Toscana ed Emilia. Qui, già dall’anno precedente era stato organizzato un complesso sistema difensivo, noto oggi come ‘Linea Gotica’(1), che si sviluppava da Pesaro a Massa Carrara, per una lunghezza di circa 320 chilometri. I lavori di realizzazione di queste opere difensive vennero iniziati nella primavera del 1944, prima lentamente poi sempre più in maniera frenetica, e vi furono impiegati 18.000 genieri tedeschi, 2.000 slovacchi e circa 50.000 lavoratori italiani dell’organizzazione Todt (l’arruolamento nella Todt assicurava la ragionevole certezza di non essere deportati, consentiva di rimanere nelle vicinanze del comune di domicilio e garantiva vitto, alloggio e paga).
Pur non essendo stata completata, per mancanza di tempo e per carenza di materiali, la linea difensiva contenne gli attacchi alleati fino alla seconda decade di settembre, quando, essendo i difensori pressati pesantemente dal Tirreno all’Adriatico, essa cedette a Rimini e al passo del Giogo. Una linea difensiva è come una catena: rotta una maglia, tutta la struttura cessa di esistere nella sua funzione.
I tedeschi ripresero allora la loro tattica dilatoria, programmando una ritirata quanto più lenta possibile, appoggiandosi a linee difensive apprestate in tutta fretta nelle loro retrovie verso la pianura padana, sfruttando abilmente ogni posizione che potesse offrire vantaggio. Nella nostra area di tali contesti ne vengono riconosciuti quattro: linea di Monghidoro, linea di Loiano, linea di Livergnano, detta anche ‘Caesar’, e quella di Pianoro detta ‘Gengis Khan’ o ‘Winter Line’, nella quale i tedeschi si trincereranno con ostinata e disperata resistenza da metà ottobre ’44 a metà aprile ’45.

Gli interventi di pulizia e ripristino
È appunto ai luoghi toccati da queste linee di difesa, in parte preesistenti, in parte apprestate frettolosamente sotto la spinta degli eventi, che si rivolge la nostra attenzione. Le località più oltre citate dei comuni di Loiano e Pianoro hanno visto una lotta strenua per alcuni giorni, poi il cedimento tedesco e il conseguente passaggio di mano, mentre il fronte si arresterà alcuni chilometri più a nord, verso la pianura. I luoghi posti nei comuni di Monzuno e Sasso Marconi sono stati invece, prima dello sfondamento finale, testimoni di una guerra di posizione, praticamente di trincea, in un fronte sostanzialmente congelato sulle posizioni raggiunte verso la metà dell’ottobre ’44. In particolare per tutto il periodo della stasi invernale dei combattimenti, quando realmente la guerra si è trasformata in una lotta di posizione e in una serie di scaramucce di pattuglie, quella che per consuetudine chiamiamo Linea Gotica, ma che più precisamente deve chiamarsi ‘Winter Line’, ha rappresentato un confine fisico, una divisione reale fra l’Italia liberata dagli alleati e quella occupata dai tedeschi, fra governo Badoglio e Repubblica Sociale. Questa linea, ora sottile (con i belligeranti a stretto contatto), ora meno, con una terra di nessuno larga da qualche centinaio di metri al chilometro e più, ha rappresentato per sei mesi il confine fra due mondi in guerra.
L’arresto dell’avanzata alleata costringe entrambi gli eserciti a trincerarsi a difesa in buche, rifugi, postazioni, sfruttando inoltre ogni fabbricato o suoi ruderi per garantire un minimo di riparo dai rigori della stagione e dalle offese della guerra. Queste semplici opere di difesa scavate in luoghi disagevoli e fuori mano sono arrivate fino ai nostri giorni e possono essere riconosciute da un occhio appena allenato. A esse si è rivolto l’interesse dell’Assessorato al turismo della Regione Emilia Romagna, che nel 2000 ha indetto un bando per il loro ripristino e conservazione a scopo didattico e di promozione turistica. Sono stati presentati numerosi progetti di ripristino e fra questi ne sono stati scelti ventuno in tutta la regione. Le nostre valli sono state oggetto di particolare attenzione, dato l’elevato numero di truppe presenti, l’importanza e completezza delle loro opere difensive e la loro sostanziale conservazione nel tempo.
Sono stati ripuliti i seguenti luoghi:
– monte Sconcola in comune di Pianoro;
– monte Castellari in comune di Loiano;
– Monterumici e parte di Monte Adone in comune di Monzuno;
– monte Adone (porzione), Monte Alto e Monte Mario in comune di Sasso Marconi;
– monte Caprara nel parco di Monte Sole.
Gli interventi sono consistiti nella predisposizione di percorsi pedonali, ripuliti da arbusti e infestanti, messi in sicurezza con l’abbattimento di piante secche e con l’installazione di scalette e staccionate in legno, attrezzati con cartelloni in tre lingue esplicativi dei fatti generali della guerra e più particolari per ogni singola località. Gli interventi si sono protratti per due anni e si sono conclusi nella primavera del 2006.
Oggi questi luoghi sono a disposizione degli appassionati o dei semplici curiosi e possono essere visitati seguendo le indicazioni che seguono. Si consiglia di calzare scarpe da escursione, di non dimenticare un cappello, di portare una borraccia (non esistono sorgenti sui percorsi indicati), una pila (utile per curiosare, rimanendo rigorosamente all’esterno, nei rifugi in roccia) e un binocolo. Non dimenticate di tenere i bambini per mano, perché alcuni siti sono esposti, e non entrate nei rifugi, perché esiste un concreto pericolo di crollo. Lungo i percorsi, a eccezione di monte Mario, non esistono cestini per immondizia: i luoghi sono pertanto lasciati all’educazione e al rispetto di chi vi passa, pregando tutti di riportare nello zaino gli eventuali rifiuti prodotti o quelli trovati sui sentieri. Di seguito alcuni suggerimenti per una più comoda fruizione, raccomandando di consultare i cartelloni presenti per orientarsi meglio sui luoghi degli interventi, e il riassunto dei fatti storici essenziali.

Monte Sconcola – Livergnano, Pianoro
Lasciata l’auto nella piazzetta del borgo, seguite le indicazioni poste sul lato opposto della strada della Futa che vi guidano fino alla cima. In via della Chiesa 4, nel pieno centro di Livergnano, alcuni appassionati locali hanno ordinato nel museo ‘Winter Line’ e messo a disposizione del pubblico parte del materiale militare abbandonato dai contendenti durante il passaggio del fronte e ritrovato nella zona in anni di pazienti ricerche. La raccolta è molto interessante, sia per il tipo di oggetti militari esposti, sia per la simpatica e coinvolgente collocazione del museo, posto in un vano scavato nella roccia (non dimentichiamo che Livergnano è noto per le numerose case realizzate parte in muratura e parte incavate nella rupe retrostante).
Per ultimo, ma non meno importante, sottolineiamo l’affabilità e la disponibilità dei curatori a fornire informazioni e a guidare gli appassionati, spiegando funzioni e storia di ogni singolo pezzo esposto, facendo così che questo sia un luogo vivo e non una semplice esposizione di cimeli. I curatori inoltre raccolgono le storie, grandi e piccole, legate alla guerra che i visitatori loro confidano, a futura memoria. Per una visita telefonare a Patrizia Piana e Umberto Magnani 051- 778834, oppure al bar Piazzetta 051-778818.
Storia in breve
Livergnano rappresentava un formidabile caposaldo della difesa tedesca in quanto costituito da un saliente naturale disposto in direzione est-ovest, abilmente sfruttato per la costituzione di una serie di posizioni fortificate e sviluppate in profondità nel territorio, in grado di dominare il campo di battaglia per chilometri e di fornirsi reciproco supporto e copertura. Inoltre tale posizione è fiancheggiata da due massicci dominanti le valli contigue del Savena a occidente e dell’Idice e dello Zena a oriente, rispettivamente Monte Adone e Monte delle Formiche, anch’essi potenti baluardi delle difese tedesche. L’itinerario consente di salire sullo sprone che domina il paese: attorno a esso hanno aspramente lottato in un susseguirsi di attacchi e contrattacchi i soldati germanici del 145° reggimento Granatieri della 65ª divisione e i fanti americani del 361° reggimento della 91ª divisione nei combattimenti dal 9 al 14 ottobre 1944.

Monte Castellari – Guarda, Loiano
Da Livergnano proseguire lungo la strada della Futa (non dimenticate una sosta al monumento ai soldati della 91a divisione USA posto lungo la strada) e prendere il bivio a destra per Guarda, superarla in direzione Sabbioni e dopo circa 2,5 chilometri compare sulla destra l’indicazione del luogo: esiste una ampia area di sosta cento metri più avanti a sinistra. In alternativa, da Sabbioni prendere il bivio a sinistra per Guarda e dopo circa 2 chilometri in corrispondenza di un’ampia curva a sinistra si trova una comoda area di sosta: il sito da visitare si trova 100 m. più avanti a sinistra.
Storia in breve
Dopo aver abbandonato Loiano al termine di un aspro combattimento (notte fra il 5 e 6 ottobre), i tedeschi avevano preparato nuove linee di difesa in prossimità di Livergnano e Pianoro. Questo faceva intendere come fosse loro intenzione difendersi fino all’ultimo uomo e all’ultimo proiettile, nella speranza di costringere gli alleati a una pausa invernale prima di lanciare un ulteriore assalto verso la pianura. Un caposaldo tedesco difeso dal 145° reggimento Granatieri della 65a divisione, era stato predisposto su Monte Castellari, da dove per due giorni, al cadere della notte, Loiano e i suoi dintorni settentrionali furono pesantemente bombardati. Gli alleati con l’appoggio dei carri, subendo per di più i colpi della propria aviazione, conquistarono infine con il 1° battaglione del 362° reggimento quota 705 (sopra a Ospizio, lungo la Napoleonica, tratto dismesso della ex SS 65) proprio a sud di Monte Castellari, mentre il 3° battaglione si era spinto verso Anconella.
Nella speranza di cogliere i difensori di sorpresa, la mattina del 7 un nuovo attacco venne portato verso Monte Castellari senza preparazione di artiglieria, ma il risultato fu scadente, così si proseguì nei giorni successivi, peraltro di maltempo, con una media giornaliera di 4.500 colpi di artiglieria contro questo solo obiettivo. Alle 04.30 del giorno 8 ottobre si aggiunse nell’attacco anche il 2° battaglione. I soldati andarono all’assalto nell’oscurità e bagnati dalla pioggia che era ritornata nella notte. Questa tattica ebbe effetto perché il giorno 9 una pattuglia raggiunse il Monte Castellari senza incontrare resistenza: i tedeschi durante la notte si erano ritirati nel massiccio apparato difensivo di Livergnano. La nebbia e la pioggia favorivano i tedeschi. Gli osservatori aerei dell’artiglieria non potevano decollare, le missioni aeree erano cancellate, le compagnie all’attacco non potevano essere coordinate e come le truppe si muovevano sul terreno inzuppato di pioggia, i problemi dei rifornimenti aumentavano. Le grandi speranze dello staff della V Armata di una rapida avanzata nella valle del Po si affievolivano a ogni lungo, tetro giorno di ottobre.

Monzuno – Monterumici
L’itinerario si sviluppa sulla linea più avanzata del fronte, dove più feroci sono stati i combattimenti, dalla località Ca’ di Bragone, alla chiesa (ruderi) e al cimitero di Monterumici (ruderi). Lasciato Monzuno, dopo 5 chilometri si imbocca il bivio a destra per Brento e percorsi circa 500 m. in salita si trovano le indicazioni per l’accesso alla zona di Ca’ di Bragone. Terminata questa visita, ricca di rifugi (pericolosi, non entrare), ripresa l’auto e proseguendo poi in salita, giunti al culmine, si parcheggia nell’area di sosta e si accede alle due diverse porzioni ripulite, salendo le scalette in legno alla destra e alla sinistra della strada.
Storia in breve
Caduta Monzuno alle prime luci dell’alba del 5 ottobre, i fanti dei 133° e 135° reggimento della 34a divisione US infrangono dopo alcuni giorni i loro attacchi contro i fianchi di Monterumici, crivellato di buche, rifugi e trincee, difeso dai soldati tedeschi della 4a divisione Paracadutisti. Durante tutto 1’8 ed il 9 ottobre Monterumici fu inutilmente attaccato da ovest dal 135° fanteria e da un movimento di fiancheggiamento a est da parte del 133°. Mentre nella notte fra il 13 e il 14 i tedeschi abbandonavano Livergnano, contemporaneamente parte della 34a divisione americana, che con un terzo delle sue forze assediava Monterumici, scivolò verso il Savena, occupando la sera del 15 ottobre nella vallata, fino alle pendici di Livergnano, le località di Anconella e Scascoli. Dopo pochi giorni iniziò la tregua invernale, durante la quale entrambe le parti in lotta approfittarono di questo periodo per concedere turni di riposo alle truppe con una periodica rotazione fra varie formazioni: fu così che alla ripresa delle ostilità a primavera ’45 nella zona di fronte a Monterumici si stabilirono i fanti della 88a divisione americana, contrapposti all’agguerrita 8a divisione da montagna tedesca.
Alle 22.30 del 15 aprile i soldati del 349° reggimento della 88a divisione iniziarono l’assalto da Monzuno verso Vado e Monterumici, il 350° dalla valle del Savena verso Monterumici. La difesa fu molto aspra, in quanto i tedeschi avevano abbandonato le posizioni durante i bombardamenti preparatori, riparandosi nei loro rifugi e subendo così poche perdite. Il giorno seguente apparvero chiare le intenzioni del nemico di difendere le posizioni invernali fino all’ultimo uomo, costringendo gli assalitori a durissimi combattimenti da posizioni molto svantaggiose. Il 17 aprile gli attacchi contro Monterumici iniziarono a intaccare le difese tedesche e si registrarono dei successi parziali anche se mancava un cedimento netto dei tedeschi che combattevano ancora con grande accanimento. A questo punto, essendo l’attacco estremamente costoso in termini di perdite, gli alleati decise­ ro di alleggerire la pressione nel settore e programmarono lo spostamento della 88a nella valle del Reno, ma il contemporaneo attacco della 91a divisione al Castellazzo e a Monte Adone e la loro caduta la mattina del 18 aprile indussero i tedeschi a sganciarsi, nel timore di un accerchiamento.

Monte Adone – Monzuno e Sasso Marconi
Proseguiamo scendendo dalla sella di Monterumici, tralasciamo a sinistra il bivio per Badolo [km 2.6] e giungiamo a Brento (subito dopo il bar ristorante) [km 3.5], dove prendiamo a destra per via Castellazzo e dopo 30 m. a sinistra: ora possiamo dopo altri 100 m. fermarci nell’ampio piazzale del centro polifunzionale. Da qui, a piedi, seguendo le indicazioni, si sale a Monte Adone in circa 30 minuti. Presso il centro polifunzionale è visitabile su richiesta il locale centro di documentazione, con una raccolta di mappe, foto e oggetti del periodo bellico.
Storia in breve
Monte Adone, torreggiante fra le valli del Savena e del Setta, unitamente a Monte Belmonte sopra Pianoro fra Savena e Zena e Monte Sole fra Setta e Reno, risulta uno dei pilastri della linea di difesa invernale tedesca. Le difese munitissime e considerate praticamente imprendibili con un attacco diretto sono disposte lungo i crinali verso Savena e Setta, mentre nelle due vallecole interne alle propaggini di Monte Adone si trovano i ricoveri per la truppa, che assommava a qualche centinaio di uomini. L’attacco americano iniziato alle 03.00 del 16 aprile, supportato da un imponente appoggio delle artiglierie (dalle ore 18 del 15 aprile alle ore 18 del 16 vengono sparate 1.823.400 libbre di munizioni, pari a oltre 680 tonnellate) vede la 91a divisione spiegata inizialmente su un fronte di soli 4 km dalle pendici di monte Castellazzo a Ca’ dei Boschi, entrambe pesantemente fortificate e difese anche dai soldati della 65a divisione. La compagnia E, 361° reggimento partì da S. Ansano con l’intenzione di aggirare il Castellazzo da est e risalire verso La Vallazza, ma subito incappò in un primo campo minato e poi subito in un secondo, subendo gravi perdite; la compagnia C, seguita dalla F, mosse da Canova verso Brento a cavallo della vecchia strada comunale, per essere bloccata da un fuoco intensissimo. Alle 07.00 un bombardamento aereo venne fatto su Monte Adone, mentre Brento era colpito dal fuoco diretto anche di carri armati. Per tutto il giorno 16 gli americani furono bloccati sui pendii e dovettero scavare buche per difendersi dai tanti colpi provenienti dall’alto. Piccoli progressi vennero fatti nella notte del 17: al buio la compagnia F venne ritirata e poi rischierata sulla sinistra della C, risalendo un ripido canalone e giungendo alle 05.30 a una casa posta a soli 150 m. alla sinistra, quindi a sudovest, del centro di Brento.
Circa alla stessa ora la compagnia E si affacciò al pianoro del Castellazzo, trovando ancora una feroce resistenza nel suo lento movimento in direzione ovest verso il centro di Brento: il nemico era costituito per la maggior parte dall’8° battaglione 157a divisione da montagna, considerata dagli americani una formazione di élite, con una età dei soldati fra i 18 e i 25 anni. Per tutta la giornata le compagnie F e C rimasero bloccate dal fuoco di mortai caricati con proiettili ad alto esplosivo e al fosforo bianco. Alle ore 04.45 del 18 la compagnia F entrò a Brento, ridotta a un cumulo di macerie e spese un’ora a liberarla da ogni ulteriore resistenza. Mentre le compagnie C ed E rastrellavano sistematicamente il Castellazzo, la compagnia F assalì e catturò La Vallazza, scoprendo decine di rifugi, postazioni, trincee. Infine, alle ore 11.42 la bandiera a stelle e strisce veniva issata sulla cima di Monte Adone, abbandonata dal nemico in ritirata.

Monte Alto – Sasso Marconi
Raggiunto Badolo salendo dalla valle del Setta, lo si oltrepassa in direzione di Pieve del Pino e dopo circa 1 km., quasi al culmine di una salita, compaiono a sinistra le indicazioni; sulla destra un’ampia carrareccia concede una comoda area di sosta.
Storia in breve
Questo cucuzzolo rappresenta un ottimo esempio di come possa essere valorizzato un sito mettendone in risalto le caratteristiche naturali. Lo sfruttamento militare di tale quota è consistito nell’utilizzo dei crinali più favorevoli alle installazioni difensive e alla costituzione nella parte posta a nord di bunker scavati nel terreno e di postazioni per mortai e depositi vari; vi erano nella stessa posizione anche fonti di acqua potabile. Anche la casa più vicina, la Canova, costruzione posta in posizione defilata, è stata utilizzata dai tedeschi, nell’inverno 1944-45, come posto di comando. La storia militare di Monte Alto ricalca quella di Monte Mario, con qualche accento bellico in più. Una volta caduto Monte Adone i tedeschi hanno iniziato una ritirata sempre più precipitosa, ritardando le truppe americane in lenta e sospettosa avanzata con piccole scaramucce, di cui la più importante, citata dalle fonti militari, riguarda l’accanito scambio di colpi avvenuto per il controllo del vicino podere di Tartarossa.

Monte Mario – Sasso Marconi
A fianco del casello dell’autostrada di Sasso Marconi svoltiamo a destra per Pianoro – Pian di Macina. Dopo 1100 m., subito prima di un lungo ponte prendiamo a destra per Pianoro – Pian di Macina SP37 passando un sottovia autostradale. Proseguendo per circa 2 km., dopo un passaggio incassato fra le rocce, all’inizio della discesa e in corrispondenza di una curva sulla destra, imbocchiamo la deviazione a destra [km 16.4] in ripida salita per il parco dei Prati di Mugnano, ove ci fermiamo in fondo all’ampio parcheggio inghiaiato al termine della strada asfaltata. Le indicazioni ci portano in circa mezz’ora di passeggiata ai siti ripristinati.
Storia in breve
Monte Mario sovrasta il punto d’incontro delle valli del Setta e del Reno, entrambe percorse da una strada e da una ferrovia: ambedue le valli erano di basilare importanza per garantire la regolarità dell’afflusso degli approvvigionamenti alle truppe tedesche schierate a difesa sui monti circostanti. Monte Mario non era e non fu mai stretta­ mente in prima linea, ma nelle sue dirette retrovie, su posizioni di rincalzo. La massima pressione durante l’inverno venne sopportato dalle truppe schierate più a sud, su Monterumici, Monte Adone, Monte Sole: la zona di Monte Mario, distante 7-8 chilometri dal fronte, stante anche la carenza di uomini palesata dai tedeschi, era occupata da reparti improvvisati, in maggioranza giovani reclute prive di grande esperienza o soldati convalescenti rimandati in linea appena in grado di reggersi in piedi. La valle delle Ganzole, dietro al rilievo di Monte Mario era invece occupata da truppe dei servizi della Wehrmacht, mentre ancora più verso Bologna, a Colle Ameno, a Mongardino, vi era una nutrita presenza di Feldgendarmerie e di SS.
All’approssimarsi dell’offensiva di primavera i bombardamenti si fecero battenti, allo scopo di ‘ammorbidire’ le difese tedesche e di stancare gli uomini, con il morale basso e con pochi mezzi oramai a disposizione: tutto ciò che era stato possibile usare per la guerra era già stato gettato in campo. Semplicemente non esistevano altri rincalzi, armamenti, rifornimenti.
Come accennato precedentemente il 15 aprile 1’88a divisione americana lanciò un attacco contro Monterumici durato quasi tre giorni, incontrando una resistenza accanita dei tedeschi che da posizioni vantaggiose e fortificate infliggevano gravi perdite a fronte di scarsi guadagni di terreno. L’attacco vittorioso del 361° reggimento della 91a divisione americana a Brento, costrinse i tedeschi ad abbandonare Monterumici e Monte Adone, per evitare il rischio dell’accerchiamento.
Contemporaneamente alle ore 09.30 del 18 aprile la 10a divisione da montagna e la 85a rinnovarono il loro attacco sui rilievi alla sinistra del Reno: quest’ultima divisione non incontrò praticamente resistenza avanzando fino a Pian di Venola, mentre i soldati della 10a furono fermati prima di Mongiorgio. Un attacco portato dalla 85a verso Monte San Michele, sovrastante Mongiorgio, provocò il collasso della difesa tedesca: la ritirata divenne una rotta e non appena questa fu palese, gli alleati gettarono alla rincorsa del nemico in fuga tutti i mezzi corazzati che furono in grado di riunire. Il crollo del fronte alla sinistra del Reno si ripercosse su tutto il resto dello schieramento tedesco, provocando una rovinosa ritirata verso la pianura: anche Monte Mario fu abbandonato e la mattina del 20 aprile Sasso Marconi fu liberata dagli uomini della 6a divisione sudafricana, che avanzava fra Reno e Setta.

Monte Caprara – Parco di Monte Sole
Salendo da La Quercia, dopo alcuni chilometri giunti allo spartiacque si sale ancora a destra in direzione Caprara. Raggiunto il primo gruppo di case che si incontra lungo la carrareccia, si parcheggia al bordo della via e si sale a piedi. Da visitare al Poggiolo la Scuola di Pace.
Storia in breve
Occupato Grizzana dopo aspri combattimenti su monte Stanco, il 19 ottobre i sudafricani occuparono Tudiano e si diressero verso Monte Alcino che conquistarono il 22, poi all’alba del giorno successivo attaccarono Monte Salvaro, preso alle ore 14 e da cui si spinsero immediatamente verso Monte Termine per esservi infine bloccati da un campo minato, che a un tentativo di bonifica effettuato il mattino successivo, risultò formato da mine tutte disinnescate! Monte Termine venne preso il 24 ottobre e il 25 una solida testa di ponte venne installata in prossimità de La Quercia. L’assalto verso monte Caprara e monte Sole che appariva alla portata degli attaccanti non venne condotto perché il 31 ottobre il comando alleato decise di bloccare ogni offensiva su grande scala per un mese, poi la rimandarono a tempo indeterminato.
La tregua invernale, a parte blande operazioni di ricognizione, venne occupata dai due eserciti nel miglioramento dei rispettivi sistemi difensivi, con la costruzione, anche da parte alleata, di una serie di postazioni e camminamenti che richiamavano un po’ la guerra di posizione combattuta 30 anni prima dalle truppe impegnate nella 1/\ Guerra Mondiale. La ripresa delle ostilità avvenne nel pomeriggio del 15 aprile, quando 765 bombardieri pesanti attaccarono sia lungo la Futa che lungo la valle del Reno, altri 120 in gruppi di quattro o di otto le difese di Monte Sole, mentre altri colpivano installazioni e truppe nelle vicinanze di Sasso Marconi.
Sulla direttrice di Monte Sole e Monte Abelle sulla destra, e Monte Caprara e Monte Castellino sulla sinistra, preceduti da 35.000 colpi di artiglieria (schierata sulle falde di Monte Venere e in prossimità di Montefredente), alle 22.30 del 15 aprile anche le truppe sudafricane si rimisero in movimento, con zaino leggero e razioni per un giorno. Aggirando numerosi campi minati, poco oltre la mezzanotte la cima di Monte Sole era conquistata. Il mattino successivo, pur perdendo diversi carri a causa delle mine, i progressi furono consistenti verso Monte Abelle, che venne preso nel tardo pomeriggio del 16. Monte Caprara fu vinto con un assalto all’arma bianca alle 6,15 del 16 aprile. Il 18 le pattuglie mandate in ricognizione non incontrarono resistenza di sorta, potendo anzi contattare gli americani, che avanzavano lungo la valle del Reno, a Sperticano.

Note

(1) Questo nome ‘Goten Stellung – Linea Gotica’ venne poi cambiato per volere di Hitler in persona con ordine del 15/06/44 in ‘Grüne Linie – Linea Verde’ perché, con un ragionamento sottile che metteva in conto la psicologia dei combattenti, essendo il nome originario della linea di difesa inconfondibilmente germanico, un suo cedimento avrebbe dato enfasi alla vittoria alleata, contribuendo all’abbassamento del morale dei soldati tedeschi.

Questo articolo è tratto dal numero 30 del semestrale di storia, cultura e ambiente Savena Setta Sambro.

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2 risposte a Il ‘Progetto Linea Gotica’ (di Giancarlo Rivelli) – Il ripristino e la pulizia di opere di difesa della II Guerra Mondiale presenti nel nostro territorio a tutela della memoria

  1. trasloco-ufficio ha detto:

    Ho semplicemente aggiunto il tuo feed RSS Reader. Grazie!

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