Valgattara di Monghidoro (di Angelo Naldi) – Prima parte: la sua storia dal 1145 al 1660

La Chiesa di San Bartolomeo come disegnata e incisa da Enrico Corty a metà Ottocento

La Chiesa di San Bartolomeo come disegnata e incisa da Enrico Corty a metà Ottocento

Chiunque raggiunga per la prima volta Valgattara (frazione che segna il confine di sud-ovest del territorio del comune di Monghidoro) resta meravigliato nel trovare, in una così piccola borgata, un complesso parrocchiale tanto ampio e armonico:
– la vasta piazza (antistante il campanile, il sagrato, la canonica) è delimitata, a nord e a est, da un alto muraglione e, a sud, dalle antiche case dei Landini e dei Santi;
– il contiguo campo sportivo, sede ottimale per le sagre d’agosto, vecchia tradizione ripresa da alcuni anni con l’esecuzione di feste folcloristiche e, soprattutto, gastronomiche: una grande affluenza di pubblico premia normalmente queste manifestazioni;
– lo svettante campanile, vera opera d’arte realizzata in bozze di arenaria, con guglia di pietra a vista, scolpita;
– la grande chiesa, di sobria bellezza e perfettamente mantenuta.
Ma qual è la storia di questa piccola frazione? Come mai questo complesso parrocchiale è rimasto pressoché isolato, anziché essere al centro di una borgata di adeguata grandezza? Su quali località si estendeva la giurisdizione della Parrocchia? Cercheremo di dare risposta a queste e ad altre curiosità.
Questa frazione è particolare persino nel nome: oggi è consolidata la grafia Valgattara, ma nei vecchi documenti parrocchiali e negli antichi elenchi delle parrocchie del bolognese si alternano, oltre a Valgattara, varie dizioni: Valgatara, Valgattaia, Valgaterra, Vangaterra.
Nel “Cronicon(1) parrocchiale del 1800 ho reperito un documento che reca il timbro ufficiale della parrocchia (effigie di San Bartolomeo al centro e scritta perimetrale in tondo) che riporta San Bartolomeo – Valgatara, posto a convalida della firma di Don Giuseppe Musolesi Parroco di San Bartolomeo di Valgaterra. Evidentemente erano usuali entrambi i nomi. La località compare anche in una Tavola della Sala delle Carte Geografiche nelle Logge Vaticane come Valgaterra.
Pur demandando ai validi esperti di toponomastica del nostro Gruppo di Studi il giudizio sul grado di attendibilità delle varie interpretazioni, a me – da profano, ma ‘tifoso’ della località – piace evidenziare che in ciascuna delle differenti grafie è presente una delle caratteristiche peculiari del luogo, infatti:
– Valgattara e/o Valgatara: il prof. Benati ipotizza in Vallis Guaytària la forma originaria del toponimo(2), con diretto richiamo a un termine di origine germanica che ha il significato di ‘guardia, sentinella’. Supporta questa tesi anche l’accertata esistenza in Valgattara dell’antico castello omonimo, posto a baluardo di confine verso la Toscana; non se ne conosce l’esatta ubicazione, né la data di costruzione, ma certamente era ancora presidiato agli inizi del 1300; infatti nel 1299 il Comune di Bologna vi inviò un capitano e alcuni balestrieri(3). Qualche studioso si spinge a ipotizzare che il castello possa essere stato attivo già nell’Alto Medioevo e che la dedicazione della chiesa parrocchiale a San Bartolomeo, santo venerato dai Longobardi, sia un retaggio della presenza in loco di queste popolazioni, verificatasi nel settimo ed ottavo secolo(4).
– Valgattaia: l’interpretazione che segue mi fu data da mons. Claudio Vaioli(5), che interpellai al riguardo al tempo in cui l’ebbi come professore di ‘Belle Lettere’ (allora si diceva così!) al liceo. Questa la sua ipotesi: Valgattaia è la traduzione, in toscano, del vocabolo Veigatéra che da sempre, e ancora oggi, identifica nel dialetto indigeno la località. Gatéra ha il significato di distesa ed gatt e quest’ultimo termine è il nome dato, in dialetto, alla inflorescenza caduca del castagno. Quindi Valgattaia starebbe per valle in cui si formano distese di fiori del castagno, vale a dire valle di castagneti: ipotesi che trova giustificazione nella rilevante diffusione del castagno in questa zona.
– Valgaterra: il toponimo pare voglia evidenziare caratteristiche particolarmente valide del terreno. Anche questo aspetto trova riscontro nella realtà: il valore attribuito dal Catasto Boncompagni (1780-1789) ai terreni di Valgattara è superiore rispetto a quello di varie altre località del monghidorese (lire 36 / tornatura(6) a Valgattara, lire 29 a Gragnano, lire 27 a Vergiano, lire 30 a Stiolo, lire 25 a Campeggio; soltanto Lognola e Monghidoro sopravanzano Valgattara). Anche il Calindri, nel suo Dizionario corografico, georgico, ecc., indica Valgattara come terreno che dà buona resa di grano: 4 volte la quantità seminata; nella zona, soltanto Monghidoro fa meglio.
– Vangaterra: la dizione è presumibilmente una variante di Valgaterra, da attribuire a errore – o a incerta grafia – degli amanuensi che hanno redatto gli atti nei quali compare questa forma. Comunque, anche questo nome coglie una tipicità del luogo: in Valgattara l’impiego della vanga è sempre stato rilevante, data la presenza di ampi appezzamenti di terreno pianeggianti e che manualmente potevano essere lavorati solo con la vanga. La particolarità si è prestata addirittura a innescare un campanilistico dileggio con i Zaccanesca, dirimpettai dell’opposta riva del Savena, che chiamavano i Veigatéra(7) saracìn vangarìn, ricevendone, di rimando, l’appellativo di saiandén zapètta. Per rendere appieno il significato dei due epiteti occorre utilizzare delle perifrasi (il dialetto è sempre molto diretto e scultoreo’): il primo termine sta per piccolo vangatore pignolo e perfettino, e il secondo può essere reso come scombinato e disordinato zappettante. Il participio sconta implicitamente la difficoltà a lavorare bene e in profondità i terreni ripidi e sassosi di Zaccanesca.
Detto delle curiosità toponomastiche, veniamo agli accenni storici relativi a questa piccola frazione. Il nome di Valgattara compare per la prima volta in un documento, datato 1145, che elenca i vari paesi di competenza della Pieve di Sambro. La seconda citazione è del 1223: la parrocchia di Valgattara compare negli elenchi della divisione in quartieri dei territori del bolognese, redatti dal Comune di Bologna. Valgattara, come tutta la sponda destra del Savena, fa parte della Porta Ravennate, che comprende i territori verso Imola e la Romagna. La riva sinistra del Savena appartiene, invece, a Porta Piera che, in montagna. ha competenza sulle alte valli del Sambro, Setta, Reno(8).
L’origine delle cospicue differenze che ci sono sempre state tra i dialetti – pur sempre di ceppo bolognese – della sponda destra del Savena rispetto a quelli della sinistra, è presumibilmente da ricercare in questa antica, differente, appartenenza: la riva sinistra risente dell’influenza tosco-modenese, quella destra ha sostantivi, desinenze, accenti, tipicamente romagnoli.
Ulteriore traccia del Comune-Parrocchia di Valgattara si ha negli estimi del 1249: è presente con 13 fumanti, vale a dire 13 capi-famiglia, titolari di un focolare e di un reddito tassabile.
Dal 1300 al 1600 le uniche notizie ufficiali su Valgattara sono quelle riportate sui periodici, numerosi, Estimi e/o su qualche rogito notarile riguardante la reggenza della Parrocchia, o la gestione del relativo, ragguardevole Beneficio. Così sappiamo che nel 1425 il Subcollettore della Camera Apostolica, titolare della Parrocchia, diede in affitto, per la durata di un lustro, i beni della Chiesa agli uomini della Comunità. Altro cenno storico è che nel 1470 era rettore della Chiesa di Valgattara il vescovo di Imola Antonio della Volta e che alla sua morte gli subentrò, nel rettorato, il monaco benedettino don Girolamo da Firenze, già eletto dai parrocchiani(9).
Non deve meravigliare che con il declino delle istituzioni proprie del Comune siano venute a cessare le notizie scritte sugli accadimenti locali; ben altri erano i problemi ai quali hanno dovuto dedicarsi le autorità cittadine nei secoli dal XIV al XVII: continue e intricate lotte di potere hanno punteggiato la storia di Bologna e il contado ha avuto importanza soltanto per il contributo che ‘doveva’ alle finanze del potere cittadino. Se venivano assunte decisioni per i centri rurali, le stesse erano sempre e solo di carattere amministrativo/fiscale. Nel 1590 il Senato di Bologna arrivò addirittura a costituire gli Uffizi Utili con compiti di garanzia sull’esecuzione degli estimi e di riscossione delle imposte; il tutto perché nel contado non abbiano più a verificarsi injustitie et indebite omissioni. La struttura organizzativa dei nuovi Uffizi era tutt’altro che snella: una masseria in ogni comune rurale, tre capitanati maggiori, nove capitanati minori, nove podestarìe, ventun vicariati(10)! (e noi che pensavamo che i controlli fiscali e la burocrazia fossero invenzioni di oggi!).
Per proseguire nel nostro excursus storico, dobbiamo soffermarci su un evento che ha avuto un’importanza fondamentale sulla vita di Valgattara e che ne ha precluso ogni possibile sviluppo dimensionale: fino agli ultimi anni del 1500 la borgata aveva un assetto e una disposizione planimetrica completamente differenti rispetto a quelli di oggi. La maggior parte delle abitazioni erano ubicate su un ampio pianoro prospiciente il Savena e le porzioni, allora esistenti, delle attuali case erano l’estrema propaggine est dell’abitato; più a levante, dove oggi c’è la piazza, c’era il Cimitero, parte della chiesa (il presbiterio con l’altare maggiore) e campi digradanti verso il fosso dell’Oriolo. Nei primi anni del 1600 si verificò un’imponente frana, che spazzò via buona parte delle case, la canonica, la piazza, la facciata e la campata centrale della chiesa. Restarono in piedi soltanto le costruzioni con fondamenta poggianti sul solido sperone di arenaria (in dialetto l’arséga) che fiancheggia, da nord a sud, il lato ovest dell’attuale piazza e che ancora oggi è parzialmente scoperto e visibile. Per inciso, va detto che la franosità del terreno nell’alta Valle del Savena è una costante; la frana occorsa a Valgattara è soltanto uno dei tanti eventi di questo tipo, verificatisi nel tempo. D’altronde, in questa zona siamo in presenza del Flisch arenaceo-marnoso conosciuto in letteratura come formazione di Monghidoro, che sul versante est del Savena presenta strati a franapoggio che ne facilitano lo slittamento verso valle(11). La frana di cui abbiamo detto è un emblematico esempio di questo fenomeno geologico.
A questo punto, i proprietari delle poche porzioni di case ancora agibili s’industriarono a riattare le abitazioni che poggiavano sulla roccia, ampliandole verso est e posizionandone su questo lato – ove possibile – facciata ed entrata; eccezione al riguardo è costituita dalla casa dei Marchioni che non ha sfogo verso est e la cui entrata fu posizionata a sud, previa costruzione di adeguato balchio; sull’architrave della porta, fino a una ristrutturazione eseguita nel 1950, si leggeva l’incisione: A. D. 1605.
Circa l’accadimento franoso e la sua datazione non c’è la benché minima notizia scritta, evidente riprova della già accennata disattenzione delle Autorità sugli avvenimenti rurali; l’evento è comunque inconfutabile: sui muri esterni del lato verso il Savena delle case dei Landini e dei Marchioni sono tuttora evidenti le tracce degli strappi alle pareti e impiantiti, e di giunte eseguite per rabberciare i muri; inoltre a sostegno delle cantonate sono innalzati solidi sproni in muratura . Analoga situazione era presente nel contiguo edificio, un tempo utilizzato come stallaggio parrocchiale (dove ciascuno poteva ricoverare là propria cavalcatura, impiegata per raggiungere la chiesa e partecipare alle Sacre Funzioni) e demolito verso il 1950 perché ormai pericolante per vetustà.
Per quanto riguarda il ripristino degli edifici parrocchiali, fu messo in cantiere un insieme di interventi veramente imponente per una comunità così piccola (negli estimi del 1587 la popolazione del Comune-Parrocchia di Valgattara era di 157 unità, diminuite nel 1646 a 118); precisamente:
– formazione di un’ampia piazza (quella attuale) a levante dell’abitato, previo innalzamento del possente muraglione di sostegno e delimitazione, tuttora esistente, alto 6 metri sul lato nord e gradatamente più basso verso sud;
– trasferimento del cimitero dalla piazza alle adiacenze nord della chiesa;
– riempimento dell’enorme buca creatasi tra il muraglione suddetto e l’abitato; esecuzione dello spianamento di tutta la superficie della piazza per portarne il livello a quello della chiesa;
– allungamento della chiesa verso est e costruzione su questo lato della facciata e relativo portone d’ingresso; capovolgimento dell’ordine interno della chiesa con spostamento del presbiterio e dell’altare maggiore da levante a ponente ed esecuzione delle operazioni di rifacimento, su questo lato, delle pareti e delle coperture, portate via dalla frana;
– costruzione di un piccolo campanile, a lato del nuovo Cornu Evangelii della chiesa, per allocarvi due nuove campane;
– ricostruzione della canonica sul saldo sperone di roccia più sopra indicato;
– perforazione, a est della piazza, di un profondo pozzo – rimasto agibile fino a circa 40 anni fa – per l’approvvigionamento dell’acqua.
L’attuazione e il completamento di tutte le opere richiesero 60 anni di tempo! Presumibilmente questi lavori hanno rappresentato la prima occasione – e non sarà l’unica! – in cui tutta la popolazione della parrocchia si è dedicata a un’impresa sproporzionata rispetto all’esigua composizione numerica della comunità e alle sue modeste possibilità economiche. Sembra proprio che già a quei tempi la prerogativa peculiare di questa popolazione sia stata: Tutto e tutti per la nostra Chiesa, come ebbe ad annotare sul Cronicon, in occasione di un altro periodo di esecuzione di grossi lavori, don Antonio Piccinini, che fu parroco di Valgattara dal 1874 al 1914.
Con gli interventi edili citati venne fruita tutta la superficie insistente sullo sperone di roccia più sopra detto e nessuno, da allora in poi, ha osato costruire abitazioni sui terreni vicini, considerati instabili; questa la causa del mancato ampliamento della borgata. Tra l’altro, la contrazione della popolazione nella prima metà del ‘600 (40 unità rispetto all’ultimo estimo del 1500) è con ogni probabilità da ascrivere, almeno parzialmente, al trasferimento di alcune famiglie, rimaste senza casa e nell’impossibilità di sistemarsi in loco.
Durante i lunghi anni d’inagibilità della chiesa e della canonica, l’attività parrocchiale fu svolta nella vicina borgata La Piazza dove già esisteva un piccolo oratorio, trasformato poi, verso la fine del ‘700, in abitazione. L’edificio dell’oratorio è individuabile nella casa che fu di Gioacchino Gamberini, ora dei suoi discendenti, chiamata ancor oggi La cesulìna (la chiesetta). Con ogni probabilità la completa mancanza di documentazione scritta, relativa all’epoca antecedente la frana e a quella di trasferimento a La Piazza, è dovuta al trambusto conseguito alla frana e/o a incuria nel periodo di abbandono della canonica. Il più antico documento reperito è datato 1656 ed è testimonianza dell’avvenuta, regolare ripresa dell’operatività nella chiesa di Valgattara; è l’intestazione della più antica vacchetta(12) esistente nell’archivio parrocchiale, così formulata: Suscipio satisfacere obligationibus issarum huius novae Ecclesiae. Ego Dominus Stephanus Maggius modernus parochus. Kalende Februari A. D. 1656(13).
Ulteriori reperti sulla pluridecennale durata dei lavori post frana:
– nel 1945 fu eseguito il rifacimento del muro ovest della canonica e fu rinvenuto un sasso, scalpellato, recante la data 1603;
– sempre nel 1945 fu dato inizio ai lavori di costruzione della nuova cappella votiva, intitolata alla Madonna Ausiliatrice, ubicata nella posizione in cui nel XVII secolo era stato costruito il piccolo campanile da due campane, demolito verso il 1870 perché pericolante a seguito del terremoto del 25 giugno 1869. Per portare la cappella alle dimensioni volute, fu necessario abbattere e spostare il muro prospiciente la piazza; fu così messo a nudo il portoncino di accesso al campanile: l’architrave in arenaria riportava la scritta: D. Petrius rector. A. D. 1643.
Ma il segno più evidente e duraturo degli accadimenti del 1600 è presente all’interno della chiesa: l’Altar Maggiore posizionato a ponente! Soltanto un evento di assoluta eccezionalità può aver fatto accettare, da parte delle Superiori Autorità Ecclesiastiche, la trasgressione a una radicata e antica tradizione: l’orientamento a levante dell’Altare Maggiore, in modo che durante le varie Funzioni – celebrate secondo la liturgia vigente prima del Concilio Vaticano Secondo – il sacerdote e i fedeli fossero rivolti verso est, cioè verso la Santa Gerusalemme; ciò non accade a Valgattara (del tutto speciale anche in questo!) per il capovolgimento dell’orientamento della chiesa, resosi necessario a seguito della frana.
Mi rendo conto di aver approfittato fin troppo della pazienza dei lettori; rimando pertanto il prosieguo della storia di Valgattara al prossimo numero della rivista.

Note

(1) Il Cronicon è un registro, che riporta l’intestazione dell’Archidiocesi di Bologna, sul quale il parroco era tenuto a riportare le notizie salienti del suo Ministero in loco. Il Cronicon di Valgattara riporta notizie soltanto dalla seconda metà del 1600.
(2) Vedasi A. Benati in Mons Gothorum, M. Cantelli Editore, pag. 184.
(3) Vedasi S. Venturi, ibidem, pag. 198.
(4) Vedasi M. Fanti, ibidem, pag. 60.
(5) Mons. C. Vaioli ha approfondito molti aspetti della storia, cultura e ambiente del monghidorese (un socio ante litteram del nostro Gruppo di Studi!). Tra le sue pubblicazioni al riguardo, citiamo: Le missioni di San Leonardo a Monghidoro. Nel bicentenario (1751-1951), edito a Bologna nel 1951; I Granduchi di Toscana in viaggio verso il Granducato (1739). Sosta a Monghidoro, edito da Zanichelli, Bologna nel 1952. Insigne personalità, nativo di Porziola di Zaccanesca, per molti anni fu Primicerio del Capitolo di San Petronio, in Bologna e Cameriere Segreto di Sua Santità Pio XII.
(6) Misura agraria corrispondente, nel bolognese, a 20,80 are.
(7) Nel dialetto montanaro sono pressoché inesistenti forme aggettivali per indicare gli abitanti di una località. Le locuzioni “i” o “quei ed“, seguite dal toponimo, sono le forme usate per identificare i residenti di una determinata borgata e/o paese.
(8) Vedasi Atlante Storico di Bologna a cura di Francesca Bocchi, vol. II° ed. Grafis Edizioni, Bologna 1995, pag. 74.
(9) Vedasi M. Fanti in Mons Gothorum, cit., pag. 67.
(10) Vedasi Atlante Storico di Bologna, cit., vol. III, pag. 66.
(11) Vedasi G. Vianello in Mons Gothorum, cit., pagg. 17-21.
(12) Così veniva chiamato il registro sul quale si annotavano i nominativi di coloro che facevano dire la Messa, le loro intenzioni votive, il valore dell’offerta versata, la data prevista per la celebrazione. Lo strano nome è dovuto al fatto che la copertina del registro era solitamente in pelle di vitellone (= vacchetta).
(13) “Inizio ad adempiere agli obblighi relativi alle Messe di questa nuova Chiesa. Io Don Stefano Maggi nuovo parroco. 1° Febbraio 1656“.

Questo articolo è tratto dal numero 30 del semestrale di storia, cultura e ambiente Savena Setta Sambro.

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