Era l’anno scolastico 1957/58… (di Roberta Parenti Castelli) – Magica infanzia a Sant’Andrea in Val di Savena

Col secchio alla fontana di Sant'Andrea di Savena (archivio M. Bacci)

Col secchio alla fontana di Sant’Andrea di Savena (archivio M. Bacci)

Durante i due anni trascorsi insieme alla mia famiglia in montagna (nel borgo di Sant’Andrea di Savena del quale ho già scritto in un articolo precedente(1) ho frequentato la quarta classe elementare a Vergiano e la quinta classe elementare a Monzuno. Sono stati due anni scolastici, per ragioni diverse, indimenticabili; qui racconterò dell’anno nel quale ho frequentato la quarta elementare a Vergiano.
Il mattino ci si alzava con fatica dal tepore del letto per affrontare il freddo: ci si lavava, si faceva colazione con latte e pane, mai dolci. Le uniche cose dolci che ricordo sono le castagne lessate e arrosto. La mamma ci preparava la merenda per la scuola: una fetta di pane con un pezzetto di salsiccia, salame, coppa, pancetta o (e questo è un sapore, un odore che ricordo in modo particolare) una cipollina sotto aceto. Certamente ognuno ha un odore (o più di uno) che evoca l’infanzia; uno dei miei odori è quello della cipollina sotto aceto col pane.
I libri di scuola si portavano dentro una cartella di stoffa cucita in casa dalla mamma, che sapeva cucire e possedeva una macchina Necchi: oggetto prezioso. Vestivamo molto semplicemente; non potrò mai scordare i calzettoni di lana di pecora lavorati a costa inglese che indossavo durante l’inverno: facevano un pizzicore terribile, ma anche un caldo indiavolato. Tutti avevamo il grembiulino nero col colletto bianco e il fiocco. Non ricordo di avere mai messo il cappotto durante i mesi freddi; si usavano invece giacche di panno o maglioni di grossa lana lavorata ai ferri: erano indumenti molto caldi e poco ingombranti.
Partivamo in gruppo: quell’anno eravamo quattro bambini e due bambine. Tre di noi frequentavano la prima classe elementare, uno frequentava la terza classe, io frequentavo la quarta e il maggiore tra noi frequentava nuovamente la quinta classe (per non dimenticare quanto appreso poiché desiderava continuare gli studi) in attesa che a Monghidoro fossero istituite le scuole medie. Ci si avviava di buon passo a Vergiano, il borgo vicino che distava circa un chilometro; la strada era tutta in salita. Il primo giorno di scuola le mamme ci accompagnarono, poi mai più. La via era disseminata di immagini sacre, la più importante era il pilastro detto Madonna Bianca: si trovava (e si trova) in un punto elevato dal quale si domina tutta la valle; qui – girata la curva della strada – Sant’Andrea scompare. La strada, che ora è in gran parte un fosso, allora era tenuta con cura dallo stradino comunale- che noi a volte incontravamo intento al suo lavoro. Solitamente però non incontravamo nessuno: era ormai avvenuto un notevole spopolamento della montagna. Un mattino vedemmo in lontananza, oltre la Madonna Bianca, delle persone armeggiare … ci demmo alla fuga e tornammo a casa dicendo che dietro i pagliai c’erano dei giganti. Le nostre madri ci riaccompagnarono a scuola e parlarono con queste persone (mi pare fossero addetti dell’Enel che facevano rilievi) e ci fecero capire che si trattava di persone reali. Eravamo bambini un po’ selvatici o di fervida fantasia? Forse tutte e due le cose insieme.
La scuola si trovava a Vergiano in un grande complesso chiamato La Torre: un insieme di case, capanne, stalle oggi completamente ristrutturate. Lo stanzone-aula era ampio, scuro, arredato con banchi di legno verniciati di nero e alcuni armadi; il riscaldamento era costituito da una stufa di terracotta; non c’era gabinetto (so che venne costruito l’anno seguente; noi andavamo fuori all’aria aperta nei pressi del letamaio). Qui alla Torre confluivano i bambini di Sant’Andrea, Zaccarlina, Ca’ di Baldino, Pian di Vergiano, La Bidosta, Casone del Sacco, Mulino di Donino e logicamente i fortunatissimi bambini di Vergiano, che si trovavano la scuola sotto casa. Si trattava di una pluriclasse.
La nostra maestra si chiamava Albertina Fuligni, era piccola e magra, con una massa di capelli ricci e ribelli legati alla meno peggio in una crocchia; arrivava a piedi da Pian di Vergiano, dove abitava, calzando nella buona e cattiva stagione dei grossi scarponi. Era al termine della sua carriera di insegnante e, poiché apparteneva a una famiglia del luogo, conosceva benissimo le famiglie dei suoi alunni. Tutti la consideravano un’ottima maestra; tra l’altro sapeva ‘fare filare’ anche i maschi più riottosi, quindi in classe si lavorava molto serenamente e lei riusciva così a coltivare, in modo particolare, quelli tra noi che vedeva dotati e motivati allo studio. Di questo anno di scuola ricordo tutto perché lì si respirava un’atmosfera completamente diversa da quella conosciuta negli anni precedenti. La cosa più incredibile per me era che in classe ci si poteva muovere liberamente, rispettando però il silenzio; inoltre i più grandi aiutavano i più piccoli nelle attività scolastiche. Per quanto poi riguardava le materie di studio, ad esempio, non si facevano mai temi tradizionali, ma si scrivevano componimenti su qualcosa che ci aveva particolarmente colpito o interessato. Questi componimenti in seguito, ricopiati in bellissima calligrafia, venivano inviati a varie istituzioni per ricevere sussidi didattici. Inoltre si potevano portare a scuola tutte quelle cose che avevano suscitato curiosità o interesse: sassi, fiori, nidi, uova di animali, penne di uccelli, ecc. ..
La maestra era riuscita a organizzare, penso a forza di sussidi, una bellissima biblioteca di classe: di questo anno io non ricordo compiti a casa, ricordo solo di avere letto, letto, letto. Sempre per comperare sussidi la maestra ci invitava a fare la raccolta del ferro vecchio. Ricordo anche la gara del risparmio: ci vennero regalati dei salvadanai stupendi – vere e proprie casseforti. Ci fu poi una commovente festa degli alberi e una meravigliosa mattina passata a raccogliere castagne nel bosco… era una ‘scuola attiva’… In questi ultimi tempi è stato lodato – a ragione – un film documentario francese intitolato Essere e avere, praticamente una pagina di lieve poesia. Quel film, che parla di una pluriclasse francese (lì le hanno conservate) in un territorio di campagna, mi ha fatto pensare alla mia esperienza di bambina. Quei bambini: buoni, introversi, vispi, ma anche un po’ litigiosi mi hanno riportato all’infanzia.
Ritornando ad allora … nel momento della ricreazione ognuno ‘tirava fuori’ la sua fetta di pane “con qualcosa’, io ricordo in parti­ colare la cipollina sotto aceto. La maestra, mentre mangiavamo, leggeva per noi un libro a puntate; ho in mente ancora il titolo “Jagul e Pali”, parlava della preistoria in modo romanzato. Stavamo tutti attentissimi, potenza della narrazione: la voce che calma anche gli animi più riottosi. Certamente bisogna dire che il mondo contadino era immerso nell’oralità: tutto veniva detto, raccontato, tramandato a memoria; chi parlava bene veniva ascoltato e considerato; narrare poi storie e favole era una vera e propria arte.

La chiesa di Sant'Andrea di Savena ritratta da Sergio Martini

La chiesa di Sant’Andrea di Savena ritratta da Sergio Martini

Il momento veramente problematico della mattinata era l’uscita da scuola. Esistevano infatti da sempre delle accese rivalità tra i borghi, sostenute soprattutto da alcuni maschi molto aggressivi (le bambine erano tutte timidissime e ritrosissime). Questa rivalità era una forma di gioco che poteva diventare pericoloso. I nostri genitori non sembravano affatto preoccupati e ci dicevano che quei bambini così violenti sarebbero diventati – come i loro padri – adulti gentilissimi. E così è stato. Ma intanto la maestra cercava di evitare gli scontri e, a questo fine, faceva uscire prima noi di Sant’Andrea che andavamo ‘alla bassa’ (in discesa) e – data la conformazione del territorio – potevamo, correndo, scomparire velocemente alla vista. Ma neppure noi eravamo santi, e così a volte ci si fermava a una distanza di sicurezza e, appena si avvistavano questi maschiacci, si cominciava una disputa verbale che poteva finire, come ricordo bene successe una volta, a sassate. A quel punto noi dovemmo darcela a gambe levate giù per la discesa per non essere colpiti, dal momento che ci trovavamo più in basso di loro, quindi in posizione di netto svantaggio per affrontare una sassaiola.
Quando non si scatenavano queste lotte potevamo fermarci un po’ a giocare. Il gioco che amavamo di più era fare ‘la scivolarella sulle lastre’. Dunque, lungo la strada c’era un pezzo di risega scoperto, noi mettevamo una piastrella sotto il sedere e una sotto i piedi e scivolavamo così lungo la risega: era un gioco problematico per il fondo dei pantaloni e la suola delle scarpe. In primavera ci venne data una ‘refezione’. Noi portavamo da casa ‘un gamellino’ (recipiente di metallo nel quale i muratori mettevano il pasto): all’ora di pranzo andavamo tutti in canonica, qui ci veniva servita un’abbondante minestra che a me sembrava molto buona; non ricordo il secondo. AI ritorno io e l’altra bambina ci fermavamo a lavare i gamellini nell’acqua corrente dei fossi … La primavera era una festa: l’acqua sgorgava dovunque – i fossi ‘tiravano’ – … poi la meraviglia delle fioriture: il mondo era improvvisamente un giardino; nell’aria c’era un odore speciale … un profumo di fiori, acqua e terra, qualcosa di assolutamente indimenticabile. Anche oggi quell’odore, quando lo intuisco tra i mille odori della città, mi trafigge il cuore e mi riporta lungo la strada dell’infanzia e, ancora, sono quella bambina che sotto l’acqua che sgorga come per incanto da ogni dove, lava ­ felice – il suo ‘gamellino’.
Quando tornavamo da scuola nessuno ci veniva incontro, probabilmente avevamo una specie di orologio biologico e, anche se ci fermavamo a giocare, arrivavamo sempre a casa all’ora giusta per il pranzo. Una sola volta cambiammo completamente percorso (debbo confessare che fu una mia idea), facemmo molto tardi e fummo accolti a colpi di vimine sulle gambe. Dare due o tre svincléd, colpi di vimine o di altro rametto flessibile (nocciolo) sulle gambe dei figli, era punizione classica … Quando i genitori parlavano di fatti negativi relativi ai figli sentivo spesso dire: “Qui ci vorrebbero due o tre svincléd.” Noi non cambiammo più strada. Quella però rimane per me una bellissima avventura, che il pizzicore di quei due o tre giustissimi colpi di vimine non ha offuscato.
Non ricordo compiti nel pomeriggio, ma lunghe letture, giochi e corse all’aria aperta e anche facili lavori adatti all’età (come la raccolta delle castagne) che ci facevano sentire ‘grandi’: un vero aiuto per i genitori.
Era l’anno scolastico 1957/58, un anno scolastico – magico – davvero indimenticabile.

Note

(1) vedi Roberta Parenti Castelli, Scarpe grosse cervello fino, in Savena Setta Sambro n. 27 – I sem. 2004, pag. 170 (n.d.r.).

Questo articolo è tratto dal numero 28 del semestrale di storia, cultura e ambiente Savena Setta Sambro.

 

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