Cronache Appenniniche – Una lettera di Marcello Fabio all’amico Terenzio (di Fabrizio Monari)

Via Cassia

Via Cassia

Ho saputo, Terenzio caro, che hai avuto l’incarico di muovere verso le terre dei Liguri. Ti conosco da tempo, e in più occasioni ti ho mostrato i segni della mia stima: dunque, accetta il lieve turba­ mento che possono recare queste righe. Voglio solo essere vicino a una persona per la quale sento affetti profondi. lo so cosa provi. Gli agi di una posizione importante, benché meritata, sono miele profumato anche per un uomo del tuo spessore, e mutarli nel rigore degli accampamenti non sarà facile. Eppure, se sarai accorto e paziente, questa esperienza volgerà in tuo favore. La strada che hai davanti è quella che anch’io ho calpestato, lungo la quale ho avuto modo di apprendere molte più cose di quelle che avrei imparato restando fra le mura possenti della nostra città. Se non avessi percorso quella strada, avrei forse accumulato onore e poteri, sopportando però la diffidenza e il sospetto degli uomini.

Il mestiere per il quale ho accumulato meriti presso Roma mi ha invece condotto a misurare e a conoscere molte delle terre di questa penisola, acquisendo il senso delle distanze, delle altezze, comprendendo le forme dei terreni e come essi possano essere attraversati o presidiati, maturando infine la capacità di muovermi sui campi di battaglia con perizia e prudenza. E solo con la grazia degli dei, tuttavia, che le modeste virtù di cui dispongo hanno permesso di cogliere i successi per i quali spesso mi additi ai tuoi giovani soldati come modello. Sono convinto, in verità, che sia ben poco ciò che posso presentare come mio, essendo gli uomini soggetti ai voleri del destino, che solo stabilisce le nostre fortune.

Una lunghissima frequentazione, frutto del caso, ma anche di eventi come quello che stai vivendo, mi fanno credere di possedere, perdona l’orgoglio di queste parole, una particolare conoscenza delle montagne che innervano il nostro dominio. Le ho esplorate lungo tutte le direzioni e in ogni stagione, spesso muovendo un passo alla volta, come credo debba essere quando si affrontano terre sconosciute, e forse sono riuscito a intenderle, a capire quanto poco differiscano da altre grandi distese, che a torto riteniamo più terribili e pericolose. Devi pensare, mio fedele amico, a un corpo immenso, adagiato fra i mari che finalmente conosciamo. Il mare, in fondo, è la metafora di tutti gli spazi che, per le loro dimensioni, sfuggono alla volontà degli uomini, anche se essi cercano di dominarli. Ciò fa parte, senza alcun dubbio, della nostra natura. Ogni colle sul quale poniamo le nostre insegne serve a confermarci nel compito che ci siamo prefissi, e a indicare la successiva meta, in una corsa senza fine.

A te, che lasci i complicati labirinti della città, mostrerò come essa, nella sua grandezza, sia pur sempre una piccola isola, sulla quale incombono i mari delle genti, delle acque, delle montagne, e infine il più temibile, quello che impegna di sé tutti gli altri, al quale abbiamo dato il nome di tempo. Ti parlerò quindi di questi mari appenninici, in cui incontrerai grandi onde di terra e di pietra, che sembrano rifiutare la carezza del vento quando ogni giorno viene a visitarle. In realtà, noi sappiamo come esse accompagnino la forte mano del cielo quando essa scende e percorre le valli e le foreste, e come i boschi rispondano con una sorta di canto che a molti umani non è dato di intendere.

Le distese appenniniche cominciano lontano, e credo siano il più vecchio di tutti i sentieri. lo l’ho percorso da dove esso prende origini, in quei luoghi caldi dove la sabbia d’Africa a volte accompagna la pioggia. Laggiù, da quelle cime, è dato di posare lo sguardo sul­ l’isola che ricopre il figlio di Urano, e sulle acque dei greci, che ricordano le navi di legno e gli itacesi di tutte le terre, persi nel mondo e comunque soli. Sappiamo come, secondo il divino Tiresia, la terra sia destinata a portare nel tempo il senso dell’essere uomini, mentre le acque continueranno a parlare di donne e di ritorni, e di come le cose della vita si avvolgano attorno a trame che nessun intento è in grado di sciogliere. A mio avviso, sono l’idea più autentica di come possa essere immaginato il Grande Deserto, che solo pochi di noi hanno calpestato approdando in Numidia o in Libia.

Per i più saggi, ossia per coloro che continuano a rinnovare la memoria del loro essere uomini anche in questi tempi difficili, tali luoghi danno per certa la prova di come esistesse, un tempo, una terra più dolce e feconda, e del poco che è rimasto quando da essa fuggimmo. Ho sentito dire, quando ancora ero fanciullo, che una volta quel sole era di tutti noi, come era di tutti l’idea che ci attendesse, in qualche porto da scoprire, colei che ci avrebbe reso felici.

Come poi le cose del mondo e di noi stessi, un poco alla volta, siano diventate oscure e incomprensibili, resta, amico mio, un mistero che cerchiamo di evitare, in quanto nasconde ben più dei nostri difetti. Nella calma che segue il combattimento, quando la pietà ci prende e ci spinge a comporre i corpi sopraffatti, ho spesso alzato gli occhi al cielo, sperando in una risposta. Sono rimasto solo, con le mie gesta e la mia gloria. Ciò che avevo compiuto andava fatto, ma apparteneva a un disegno che mai avrei potuto comprendere. Si parlerà di noi, per molti anni, e di come la nostra forza sia stata in grado di abbattere le spesse mura delle fortezze, poi i nostri nomi verranno dimenticati e poco importa che la nostra scomparsa sia collocata oltre gli ultimi semi della nostra progenie. Ci sopravviveranno questi testimoni di roccia, che sento sorridere quando la notte incombe ed essi, nel buio, ci guardano con compassione, celando il fastidio che sopportano per i nostri passi, per le voci che lasciamo allontanare negli angoli più riposti delle valli.

I più inesperti hanno cercato, in tempi recenti, di disegnare una carta che desse ragione del conflitto fra la terra e le acque, di numerare le creste e le vette, e immaginare il profilo degli abissi, così come delle più ardite sommità. Noi sappiamo oggi come tale compito sia impossibile, e relegato nella sfera della presunzione. Esistono infatti colori e qualità, in ognuna delle montagne, che nessuna rappresentazione è in grado di rendere. Poco oltre le rive tirreniche è già difficile, se non impossibile, dare conto degli schemi secondo i quali i monti si sono succeduti su questo angolo di terra. Secondo alcuni, ciò è dovuto all’impegno profuso dagli dei e a come essi abbiano quindi partecipato della loro opera, ritenendo necessario dare a ognuna delle loro creature qualcosa che li assimilasse a sé, e quindi rifuggisse dalle umane sembianze.

I giganti che sovrastano le sponde d’Abruzzo, dai qual i sembra possibile raggiungere le sponde dell’Illiria e le province sconosciute che essa separa dal cuore dell’impero, sono fatti di vetro e di neve. Sono passato su di essi, con le mie truppe. Ero diretto a sedare le ribellioni di tribù indomite, ma più che il sudore e la fatica degli uomini, più che gli avvertimenti degli esploratori, i miei sensi erano attenti ai calzari e al loro risuonare come su schegge sottili. Quel giorno, il silenzio della marcia divenne un sommesso tintinnare, come di monete che scivolano e si incontrano su un tessuto pregiato. Sapemmo di aver turbato il riposo dell’aria e dei venti. Il cielo sopra di noi divenne pesante, profondo, e ci impose di chinare lo sguardo, implorando la benevolenza di Minerva.

Alcuni sostengono che la Luna sia fatta della stessa materia e a tale materia sia dovuto il suo rifulgere, la capacità di reagire al con­ tatto con suoni e armonie. È possibile, in verità, che la stessa mano che ha posto in opera queste colonne, quasi a ricordarci la caducità dei fori e dei templi, abbia operato in più parti dell’universo, imponendo forme e volumi secondo geometrie e ragioni che alcuni fra i greci più dotti certo conoscevano.

In quei monti trovammo un freddo intenso, e poca acqua. Ricordo bene come i nostri fuochi fossero visibili da distanze grandissime: la luce del fuoco, infatti, cede bruscamente di fronte alla densità delle notti di pianura, ma in quei luoghi creava attorno a sé una sorta di corona argentea, che stemperava verso l’oscurità percorrendo tutti i toni del grigio. Ti ho detto di come in quei luoghi ci trovammo a sostenere prove pesanti contro nemici che sapevano apparire e celarsi, aspettare per giorni negli anfratti, e colpirci con ferocia. Benché fossero stremati e dispersi, ne avemmo ragione solo usando uguale ferocia, abbattendo i boschi per approntare le fortificazioni, spianando strade, deformando tutto ciò che poteva, in qualche modo, tornare a vantaggio delle nostre ambizioni. Piegammo quei popoli con la pazienza e la determinazione, tagliando i fili che li legavano alla terra, costringendoli alla sete e alla fame. I nostri padri affermavano che quelle foreste ospitavano belve paragonabili, per grandezza e ferocia, ai mostri che attendono oltre le Colonne d’Ercole. Ebbene, anche di esse avemmo ragione, e ne facemmo trofei, carni per le milizie. Oggi tali feroci creature hanno imparato a temerci, si occultano al nostro passaggio oppure sostano, ma non osano alzare il capo e gli artigli, simili in questo agli orgogliosi popoli che abbiamo ricondotto alla stessa obbedienza.

Come sai, essi discendevano da più antichi abitanti, che furono qui molti anni prima di noi, condotti dall’Egitto dal dio Saturno, e da esso insediati su questa terra. Se sia stato giusto privarli della terra e del sovrano, convincerli della nostra giustizia e della bontà della loro resa, non sta a me giudicare. Ora quei territori godono della nostra pace e quando li attraverso sembrano aver perso la naturale asprezza per la quale sono famosi. Quei monti, tuttavia, suscitano ancora in me rispetto e timore. Saranno ancora qui quando Roma sarà caduta, guarderanno passare altre armate e altri vessilli, uomini che porteranno la legge del fuoco e la pace del ferro. Pensa che per ognuna delle battaglie che abbiamo combattuto, mille altre ne avverranno su questi pendii, ogni volta più feroci e più ricche di sangue.

Le montagne continueranno a vedere il nostro rincorrerci e combatterci, a portare il peso dei nostri conflitti. Gli dei sulle quali si appoggiano, che talvolta senti sussultare, continueranno a sorridere di noi, di come impieghiamo il nostro ingegno nel poco tempo che essi ci concedono.

Non furono diversi gli eventi ai quali partecipai nelle terre dei Piceni. Esse hanno vette possenti, che sovrastano da vicino il mare e sembrano anzi avvicinarsi a esso come se volessero sfidarlo. Si narrano leggende sul fatto che in tali luoghi agiscano forze potenti e alle montagne sia dato di muoversi e di chiudere le schiere per opporsi ai venti del nord o per resistere ai tumulti che dagli inferi scuotono il suolo e piegano i crinali. In tale regione si dice ci siano, riparati da rocce nere o dalle radici degli alberi più alti, stretti pertugi e fosse circolari coperte da una pietra, che i morti rimuovono per visitare i parenti, uscendo dall’Orco nei pochi giorni che a essi spettano per rivedere la luce.

Più di un viaggiatore ha percorso i villaggi, ponendo domande alle quali seguivano risposte evasive e imbarazzati silenzi. Una sola volta sono stato su quei luoghi, e sono stato colto da meraviglia per come in essi nascondano praterie così perfettamente levigate da suscitare in me il desiderio di incontrarvi un nemico, per mostrare a lui e a noi stessi quanto valgano i nostri cavalli. Non ho cercato le porte degli abissi, anche se ne ho avvertito la vicinanza. Temevo di incontrarvi le ombre dei molti caduti a causa del mio braccio, per il lungo esercizio nel subire i colpi e quindi portarne di più forti: se mai un’arte è stata appresa e mostrata per ognuno dei frutti che essa può porgere, e in base a essi viene ricordata dalle genti, sappi che il mestiere delle armi ci procurerà un duro confronto con molte più persone di quante crediamo.

Più a settentrione, verso le terre degli Umbri, si incontrano invece grandi e impenetrabili foreste, e a poco vale tracciare strade e sentieri: essi vengono cancellati in un tempo assai breve e ciò che era stato raggiunto ritorna nascosto. Ma scendendo verso il Tirreno, esse degradano dolcemente, assumono contorni piacevoli all’occhio e dilettevoli per la mente. Comprendo bene come esse siano state elette, in passato, come dimora di eccelsi signori e come il carattere di quei luoghi li abbia stretti in un abbraccio e in una pace che, a ben vedere, sono stati il motivo della loro disfatta. Quando gli echi delle battaglie si saranno perduti, io credo che qui nasceranno città in cui, più che in ogni altro luogo, prospereranno l’ingegno e l’attenzione a quanto di bello la vita può darci.

Sono giunto, negli ultimi anni del mio mandato, fino alle terre dei Celti e dei Liguri, che presto ti faranno da sentinella. Da quei valichi, che in ogni stagione troverai coperti di neve, si può con un solo sguardo coprire una pianura grandissima. Dicono che essa sia feconda e che la bagni quell’Eridano nel quale precipitò il nocchiero del Sole, e sul quale Giasone trovò la via dell’Adriatico. Le genti che la abitano sono fiere e ben disposte alla guerra, ma è noto come oltre i picchi altissimi che intagliano l’orizzonte, formando uno scudo immenso, ci siano popoli invincibili, i Cimmeri che vivono nell’oscurità delle paludi, ai limiti della terra. Ho maturato la certezza che gli dei abbiano posto tale invalicabile barriera affinché sia manifesto il loro favore verso Roma.

Né tu, né io, amico caro, oltrepasseremo mai quei baluardi. Ma se ciò dovesse accaderti, visto che gli anni depongono a tuo favore, ricorda di usare il costume della prudenza e della modestia, e di non credere ti sia dovuto merito per ciò che ti è stato dato di conoscere. La fama ha grandi ali, da ognuna di esse sporgono occhi, bocche e orecchie. Essa è capace di viaggiare nei territori di confine fra la terra, il mare e il cielo, ma tu cerca, mio diletto, di non ascoltarla troppo. Non dispongo di altra saggezza. I miei auguri ti seguano e ti rendano la sorte propizia.

Questo articolo è tratto dal numero 28 del semestrale di storia, cultura e ambiente Savena Setta Sambro.

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