L’avvento della treccia di paglia nella nostra montagna (di Angelo Naldi)

L’avvento della treccia di paglia nella nostra montagna
di Angelo Naldi

La necessità aguzza l’ingegno e la diffusione della treccia nelle nostre zone ne è la migliore riprova.

Si treccia davanti al focolare (foto M. Bacci).

Si treccia davanti al focolare (foto M. Bacci).

Non disponiamo di riferimenti certi per individuare l’epoca in cui ha avuto inizio, nella nostra montagna, l’usanza di eseguire l’approntamento della “treccia” con la paglia di grano. È accertato che i cappelli di “paglia di Firenze” erano già in voga, nelle campagne fiorentine, nel Medioevo, ma non c’è nessun elemento che dimostri la presenza di tale lavorazione nel nostro Appennino prima del 1700. Senz’altro i nostri antenati avevano conoscenza dei rudimenti dell’ “arte dei cappellai” anche in tempi più remoti, attraverso i contatti con le popolazioni toscane, ma evidentemente la pratica di treccia­ re era rimasta circoscritta all’approntamento di quanto necessario al consumo familiare e locale.
Con ogni probabilità, la “scoperta” della treccia è avvenuta come forma ingegnosa di riutilizzo di un materiale residuale della “batti­ tura” manuale del grano destinato a semente per l’anno successivo. Infatti, per disporre di semi di grano sicuramente non frammisti a quelli di altre graminacee (loglio, miglio, avena, ecc.) e/o infestanti (specie il papavero e il “grano morto”), da sempre è stato necessario scegliere le pianti ne portanti le spighe più piene, affastellarle in mazzi e batterle separatamente dal restante prodotto eventualmente presente nell’aia. In tempi nei quali non esistevano diserbanti e pesticidi era assolutamente necessario utilizzare sementi selezionatissime e “battute” a mano. Anche in anni più recenti – 1950 – il grano trebbiato sull’aia con la préda da bàter, o con la zércia veniva chiamato pazàm, vale a dire prodotto non scelto; solo quello proveniente dalle mannelle battute a mano era ei fior e dava, quindi, il “fior di farina”.
Personalmente ho avuto una occasionale riprova che la modalità di battere manualmente i mazzi di grano su una pietra è antecedente alla diffusione – quanto meno nella nostra montagna – della preparazione della treccia: verso la fine degli anni ’70 mio zio, padre Bernardino Maria Piccinelli, allora vescovo ausiliare di Ancona, stava approfondendo il tema “L’Eucarestia Panem Angelorum” e la copertina del suo lavoro era ricopiata da un’antica miniatura di un antifonario esistente nella Chiesa dei Servi di via Maggiore di Bologna: la stessa riportava la scena di un uomo che “batteva” una mannella di grano. Ovviamente l’antifonario miniato era di molto precedente il secolo diciottesimo, epoca del diffondersi della treccia in maniera capillare in tutte le località dei comuni di Monghidoro, Monterenzio, San Benedetto Val di Sambro e anche in alcune borgate dei comuni di Monzuno, Loiano e Castiglione dei Pepoli.
Come mai l’attività di preparazione della treccia si sviluppò in maniera così ampia solo nel corso del diciottesimo secolo? E perché fu Monghidoro il centro mercantile di raccolta, trasformazione e vendita del manufatto approntato dalle singole famiglie, fino a tramutare la lavorazione della treccia in una vera e propria “proto-industria” della nostra zona? Per cercare di rispondere a questi quesiti bisogna calarsi nella realtà dei tempi, constatare la precaria condizione economica in cui viveva buona parte della popolazione e ricordare altresì alcuni importanti eventi che hanno fortemente influenzato l’evolversi della situazione.
Le uniche attività “produttive” proprie dei nostri territori erano:
– la lavorazione della terra, eseguita precipuamente a mano;
– l’allevamento e la tenuta di armenti, limitata ai capi compatibili con le scarse disponibilità di fieno per far svernare gli animali in stalla;
– la gestione dei boschi cedui e dei castagneti
A dimostrazione della inadeguatezza della produzione rispetto alle esigenze, basta ricordare che stime del tempo indicavano come necessarie alla sopravvivenza due corbe(1) di grano e due di marzatelli(2) pro-capite / anno, mentre il prodotto raccolto, almeno per la popolazione del comune di Monghidoro, era valutabile in 0,9 corbe di grano ed altrettante di marzatelli(3). In siffatta situazione, è evidente che la vita era ben dura per gran parte della popolazione. Le famiglie maggiormente coinvolte nello stato di ristrettezza economica erano quelle appartenenti ai seguenti gruppi sociali:
– i titolari dei minuscoli appezzamenti di terreno e castagneto in cui molto frequentemente era polverizzata la proprietà;
– i contadini che conducevano poderi di piccola superficie in regime di mezzadria;
– i pisunéint, vale a dire coloro che non disponevano di un alloggio di proprietà e che quindi dovevano pagare la “pigione” al proprietario dell’appartamento, o della casa, da loro abitata. Tra l’altro, le condizioni di queste famiglie erano particolarmente disagiate: la proprietà della dimora era un obiettivo primario di tutti, e non essere in grado di realizzarlo era un sicuro indice di gravi difficoltà e di miseria.
Elencate le suddette categorie, si è ovviamente abbracciata la larga maggioranza dell’intera popolazione; né fortuna molto migliore arrideva a chi esercitava altre attività, eccezion fatta per qualche grosso mercante, alcuni professionisti e proprietari terrieri, il clero.
L’estremo stato di necessità imponeva di industriarsi in ogni modo per reperire qualche ulteriore opportunità di guadagno e, per la verità, i nostri antenati si sono sempre ingegnati e impegnati, con caparbietà e testardaggine montanara, a introdurre nei nostri posti attività proprie di altri luoghi, incontrando, tra l’altro, molto spesso intralci e proibizioni da parte delle autorità e delle consorterie di settore della città. Fin dal 1400 si iniziò ad allevare nel monghidorese il baco da seta e si avviarono embrionali forme di filatura e tessitura. Ben presto però il protezionismo dell’Arte della seta di Bologna rese difficoltoso lo sviluppo di questa attività in tutte le “campagne rurali”, fin che nel corso del diciassettesimo secolo agli “abitanti del contado” venne progressivamente proibito di eseguire le operazioni di filatura e tessitura della seta e consentito esclusivamente l’alleva­ mento del baco e la produzione del bozzolo, da vendere, ovvia­ mente in regime monopolistico, agli Artieri di Bologna. Venne così a ridursi drasticamente un’attività che era stata importante e che avrebbe potuto esserlo ancora di più(4).
Anche in tale frangente i montanari non si diedero per vinti: non potendo più lavorare la seta, iniziarono a lavorare la canapa! Ma non furono rose e fiori neppure in questo settore: non appena i “gargiolari”(5) di città cominciarono ad avvertire gli effetti della concorrenza montanara, avviarono reiterate proteste protezionistiche e ottennero dal Cardinal Legato l’emissione di un’ordinanza che imponeva al “contado” di non eseguire l’intero ciclo di lavorazione partendo da materia prima grezza, ma di utilizzare il semilavorato che avesse già subito la prima preparazione -“la graffiatura” – in città. Tale ordinanza, emessa verso il 1730, portò alla fine della lavorazione della canapa nel nostro Appennino.
Quale fosse l’importanza della lavorazione della canapa – e quali siano state le conseguenze dell’ “inibizione a scavezzar e graffiar le canape” – emerge in tutta evidenza in una lettera che il 20 giugno 1737 l’arciprete di Monghidoro, don Vincenzo Gherardi, scrisse all’ Arcivescovo di Bologna per implorare un necessario provvedimento che si possa lavorar le canape … con tale arte si alimentavano numerosissime famiglie … Cosi si va riducendo questa montagna in un grave sterminio(6).
Quanto occorso per la seta e la canapa ha il sapore di un parti­ colare accanimento nei confronti dei “poveri montanari”, assillati anche da tutte le grosse perturbative di quei tempi: banditismo dilagante, epidemie (basti ricordare la manzoniana peste del 1630, gravissima anche nelle nostre terre, e la febbre tifoide del 1648), alta mortalità infantile, ricorrenti carestie, estreme difficoltà nel muoversi verso le città, e spesso anche tra gli stessi paesi prossimi, per l’assoluta mancanza di strade degne del nome: la stessa “Strada Toscana”, arteria di collegamento tra Bologna e Firenze, fu resa percorribile da “calessi e sedie” soltanto nel 1717, nel versante bolognese, e nel 1738 in quello toscano. Nonostante tutto ciò e stante il fatto che vivere necesse est, come spesso ammonivano i preti nei confronti dei meno volenterosi, per i nostri antenati fu giocoforza industriarsi per reperire qualche altra forma di guadagno che consentisse di ricavare l’indispensabile a strappare la vita. In molti si avvidero di aver alla propria portata un importante strumento: il mercato settimanale di Scaricalasinov., istituito fino dal 1592 – per merito dei monaci Olivetani residenti nel monastero di San Michele ad Alpes – e che si svolgeva nel centro della stessa borgata. Fu così che le famiglie del monghidorese e dei comuni circonvicini presero a frequentare il mercato e a vendere sistematicamente ai commercianti locali e ai mercanti provenienti anche da località della Toscana e della Romagna i prodotti del proprio pollaio, l’opera artigianale del proprio mestiere, i frutti della terra, gli armenti allevati … Si innescò così una spirale positiva a favore del mercato, che ne accrebbe moltissimo l’importanza e la frequentazione e che portò a far conoscere e apprezzare, anche in zone abbastanza lontane, gli articoli artigianali della montagna e tra questi, in primis, i cappelli di treccia di paglia.
Per la verità, l’ampliamento della zona d’influenza del mercato di Scaricalasino e l’incremento degli scambi di prodotti e mercanzie furono facilitati dalla esecuzione di ingenti opere di miglioramento viario della “Strada Toscana”, sia nel versante di competenza del Granducato che in quello di pertinenza dello Stato Pontificio, attuate verso il 1750. Fu il superamento dell’isolamento in cui versavano le nostre terre. Nel territorio toscano venne abbandonato l’impervio Passo del Giogo e realizzato un nuovo tracciato – ancora oggi in uso – che dall’Osteria di Novoli raggiungeva Pietramala attraversando Monte Carelli, il Passo della Futa, il Covigliaio. Nel versante bolognese, invece, vennero portati a un’ampiezza di 7 metri (m. 4,65 di massicciata più le banchine laterali) tutti i tratti non ancora ampliati e fermi ai metri 3,50 dei lavori del 1717(8).
Si registrò un vero fervore di attività e un sensibile miglioramento per l’economia della montagna: il cappello di paglia, trascurato copricapo dei poveri, assurse ad articolo primario da “esportazione” verso Firenze, ma anche verso Bologna, Modena, la Romagna. Per poter disporre di una quantità di paglia lavorabile a treccia, sufficiente per fronteggiare la cospicua richiesta del mercato, furono addirittura necessarie modifiche alle tradizionali modalità di coltivazione e trebbiatura del grano, quali:
– estensione, al massimo possibile, della superficie seminata a grano, eventualmente anche a discapito di altre culture;
– particolare cura nella scelta di sementi particolari, privilegianti anche la qualità della paglia (aristato, semiaristato, mutico) utilizzando il tipo più adatto alle caratteristiche di ciascun terreno;
– estensione a tutto il raccolto del sistema di trebbiatura previo approntamento delle “mannelle”, come più sopra indicato, che in precedenza si utilizzava soltanto per il grano destinato a semente.
Non furono modifiche di poco conto: nel Dizionario corografico, georgico, storico di Serafino Calindri, edito intorno al 1780, si reperiscono significativi elementi che dimostrano l’acquisita importanza della lavorazione della paglia. È riportato che nel monghidorese si fanno cappelli di paglia a Lognola, Vergiano, Fradusto, S. Andrea, Scaricalasino, Campeggio, Gragnano. C’è altresì la conferma che le precedenti lavorazioni sono pressoché scomparse: della canapa è rimasto soltanto il “segno” in alcune comunità, mentre della seta ormai c’è solo la “voglia”.
La disponibilità di paglia da lavorare divenne esigenza. AI tempo della trebbiatura, le famiglie che non avevano un proprio raccolto da curare accorrevano alle aie dei maggiori produttori vicini, per cavér la paia (preparare le mannelle), ricevendo in cambio della propria opera una quantità di mannelle di paglia pari a quelle preparate. on era mera generosità che induceva i produttori ad accettare l’aiuto: come già detto, il grano ricavato dalle mannelle era particolarmente scelto, ma molto gravosa l’attività preparatoria; era quindi senz’altro vantaggioso disporre di forze aggiuntive alle proprie per ridurre al minimo il grano da trebbiare con la préda da bàter.
Il persistente, ottimo andamento della richiesta dei cappelli di paglia non poteva non attirare l’attenzione dei lungimiranti commercianti di Scaricalasino, che s’impegnarono al massimo per incrementare la propria presenza nel remunerativo affare: constatato che per la produzione dei cappelli era necessaria una notevole specializzazione e che nelle varie comunità rurali erano poche le persone in grado di dedicarsi a tale attività, e solamente nei ritagli di tempo lasciati liberi dagli altri lavori, progressivamente avocarono a sé questa lavorazione e iniziarono a remunerare (termine esagerato per indicare la misera ricompensa che veniva riconosciuta) la consegna del semplice semi lavorato (la “treccia”, da tredici paglie, e il “treccino”, da sette paglie). La nuova impostazione ebbe un grande successo: tutti erano in grado di fare la treccia e/o il treccino, anche i bambini. Per trecciare non necessitava alcuna attrezzatura, ma solo la paglia e la volontà di “far andare in fretta le mani”. La treccia era eseguibile addirittura mentre si camminava e ci si spostava da una borgata all’altra. Particolare importantissimo: la treccia veniva pagata (anche se poco!) alla consegna e in contanti. Probabilmente per molte donne della montagna i soldi della treccia rappresentarono il primo, e forse l’unico, contatto con la moneta. Per tutto il 1800 e fino alla completa scomparsa della treccia, avvenuta nel 1960, questo sistema proseguì con buona fortuna. I commercianti di Monghidoro costituirono floride unità di lavorazione e vendita della paglia, della treccia, degli articoli in paglia In particolare le famiglie Bonafè, Cantoni e Ferretti fondarono una società che nella propria, elegante carta intestata così reclamizzava l’attività: “Manifattura di cappelli e trecce di montagna in grezzo – Specialità in strisce cilindrate – Magazzino di vendita in Firenze”. Né mancava un significativo motto aziendale, redatto in un latino da Vulgata: “et evoluisse sat est“.
Per rendersi conto dell’ampiezza della diffusione nelle nostre zone della “Industria delle trecce”, bastano i seguenti dati, pubblicati nel 1899 negli Annali di statistica della Provincia di Bologna(9): a Monghidoro erano 3000 i lavoranti la treccia, per una media di 200 giorni di lavoro/anno; altre 3360 erano le unità, per 190 giorni/anno, che lavoravano la treccia nei comuni di Loiano, Monterenzio, Monzuno. Purtroppo con l’arrivo delle modernità e l’abbandono della montagna, negli anni ’60 la treccia è finita. Ha scandito oltre due secoli di storia dei nostri paesi. Nella presente nota non è stato toccato un argomento importante: l’influenza della treccia nei rapporti interpersonali, nelle abitudini, nella vita sociale. Me ne scuso e prometto di rimediare prossimamente.

Note

(1) Misura di capacità di 78 litri, utilizzata come unità di misura dei cereali.
(2) I “marzatelli” identificano i cereali e le leguminose di semina primaverile.
(3) Vedasi A. Giacomelli in Mons Cothorum, Castel maggiore (Bo) 1988, pagg. 116 e seguenti.
(4) Vedasi D. Benni, ibidem, pag. 241.
(5) I “gargiolari” erano i lavoratori che operavano negli opifici di città (le “gargiolerie”) dove, par­ tendo dalla materia prima grezza, si eseguivano le varie operazioni di preparazione del semilavo­ rato di canapa, fino a renderlo pronto per la filatura, il cosìddetto “gargiolo”.
(6) Più ampio stralcio della lettera è riportato da D. Benni nel già citato Mons Cothorum, pago 242.
(7) Scaricalasino è il nome da sempre dato alla borgata in cui Ramazzotto de’ Ramazzotti costruì il suo palazzo, trasformato poi in convento degli Olivetani. Monghidoro (ora il nome contraddi­ stingue il paese) era il termine usato per identificare il territorio delle dieci parrocchie appartenenti al plebanato omonimo, limitrofe al paese di Scaricalasino.
(8) Vedasi A. Giacomelli nel già citato Mons Cothorum, pagg. 132-133.
(9) Vedasi D. Benni, ibidem, pag. 247.

Questo articolo è tratto dal numero 28 del semestrale di storia, cultura e ambiente Savena Setta Sambro.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Monghidoro e dintorni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...