La Futa – una strada nella storia: pagine di viaggio – Aldous Huxley

Aldous Huxley

Aldous Huxley

Quello che amo di più al mondo, dice Browning in De Gustibus, «è un precipizio in una gola dell’Appennino martoriato dal vento». De Gustibus, davvero. Accetto la cosa senza discuterla. Mi limito a dire che, anche se mi piace questa poesia, non condivido i gusti del poeta. Un castello nell’Appennino verrebbe per ultimo nell’elenco delle cose che amo. Un palazzo a Roma, una villa alle porte di Siena, perfino una roulotte avrebbero la precedenza. La caratteristica che Browning attribuisce all’Appennino è la più appropriata. Non dubito che a lui piacesse essere «martoriato dal vento». Posso immaginarmelo, a testa china, farsi strada attraverso una di quelle raffiche infernali che in primavera e d’inverno vengono giù nelle gole fra le alture ( … ).
Che io non stia esagerando gli orrori del vento negli Appennini è dimostrato dal fatto che si è giudicato necessario, per la comodità e anche per la sicurezza dei viaggiatori, proteggere i punti più esposti dei passi principali con alti muraglioni. Ricordo in particolare un tratto della strada maestra fra Firenze e Bologna fiancheggiato per alcune miglia da un immenso parapetto, come la Grande Muraglia cinese. In questo punto la strada, tra i settecento e gli ottocento metri sul livello del mare, at­traversa un fondovalle stretto e scosceso nel quale si infila un vento perpetuo. Anche d’estate, nelle giornate se­ rene, quando si passa al riparo del muro, si sente il malinconico lamento dei venti che soffiano sopra. Ma nelle brutte giornate d’inverno, primavera e autunno, l’aria è piena di spaventosi rumori, come se le porte dell’inferno si fossero spalancate e le anime dannate facessero festa. Rabbrividisco al pensiero dei viaggiatori di circa cent’anni fa, prima che un benefico governo granducale costruisse il muro. Spesso dovevano essere letteralmente soffiati via dalla strada.
Passammo di là una volta nel mese di marzo. La primavera italiana, che non è molto diversa da quella di altri paesi, quell’anno era gelida e inclemente. A Firenze il sole brillava saltuariamente su enormi nuvole. Sul Monte Morello c’era ancora la neve a chiazze. L’aria era pungente. «I passi sono liberi dalla neve?» chiedemmo al garage dove ci fermammo a fare il pieno di benzina. Animato dal tipico desiderio italiano di dare una risposta che soddisfi chi interroga, l’uomo del garage ci assicurò che la strada era perfettamente sgombra. E lo disse con tale convinzione che credemmo, come farebbe qualsiasi nordico, che fosse ben informato. Nulla è più simpatico della cortesia meridionale, della cordialità meridionale, del desiderio meridionale di far piacere. Il cuore si commuove per l’affettuoso interesse che gli Italiani dimostrano per le vostre faccende; li amate per la loro amichevole curiosità; vi fanno sentire immediatamente a vostro agio, vi trattano subito da esseri umani e fanno del loro meglio per accontentarvi. Sono deliziosi. Ma a volte sono perfino troppo gentili: per non contraddirvi o per non darvi un piccolo dispiacere discutendo la bontà dei vostri progetti, vi diranno le cose che volete sentire invece di quelle che vi sarebbe utile sapere. Inoltre l’orgoglio non permette loro di confessare una totale ignoranza; così preferiscono dirvi la cosa sbagliata piuttosto che non dirvi niente del tutto. Dunque, quando l’uomo del garage ci disse che sulla strada da Firenze a Bologna non c’era la neve, lo disse anzitutto perché vide che volevamo andare a Bologna e che saremmo rimasti delusi se la cosa si fosse rivelata impossibile, e in secondo luogo perché trovava più simpatico dire «Niente neve» con tono convinto che ammettere la verità, e cioè che non aveva la più pallida idea se ci fosse la neve o no.
Gli credemmo e partimmo ( … ). Tra Firenze e Bologna ci sono due passi: la Futa e, otto o nove chilometri più avanti, il passo di Raticosa. Proprio in cima alla Futa i Granduchi costruirono il baluardo contro il vento. Sotto e sopra, i pendii erano coperti di neve. In mezzo a tutto quel candore la strada in salita si snodava come un serpente color fango.
Al riparo del muraglione ci fermammo a fotografare questo panorama italiano. In quel punto l’aria era calma, e nella sua immobilità pareva quasi tiepida. Ma sopra le nostre teste, alla sommità del muro, soffiava il vento. I fiocchi di neve che esso trasportava davano l’idea della sua velocità. Riempiva le orecchie del suo frastuono ( … ).
A Pietramala, un paesino sotto il passo di Raticosa, ci fermammo a far colazione in una piccola locanda. Gli sfaccendati che si radunarono immediatamente, come per magia, intorno alla nostra automobile – perché anche a Pietramala, anche nella neve, c’erano appassionati di automobili per i quali l’arrivo di un Citroen dieci cavalli era un avvenimento – non esitarono a dirci che la strada sull’altro lato del passo era bloccata dalla neve portata dal vento. Entrammo a mangiare un po’ depressi, e anche un po’ seccati con l’uomo del garage di Firenze. Il locandiere, tuttavia, ci rassicurò; squadre di spalatori, ci disse, sarebbero arrivati prima della fine del nostro pasto da Pietramala e dal villaggio sull’altro lato del passo. Per le quattro la strada sarebbe stata sgombra; saremmo arrivati a Bologna prima del buio. Quando gli chiedemmo se la strada per Firenzuola e Imola era libera, scosse la testa. Per la seconda volta della giornata gli credemmo. Le ragioni del locandiere per non dire la verità erano diverse da quelle dell’uomo del garage. Quest’ultimo aveva mentito per malinteso orgoglio e cortesia; invece il locandiere mentì per puro interesse personale. Voleva farci restare per la notte. Ci riuscì perfettamente. Alle quattro ci mettemmo in moto. In cima al passo la neve si era ac­cumulata sulla strada, e non c’era nessuno spalatore in vista. Tornammo indietro. Il locandiere cadde dalle nuvole: come, niente spalatori? Non poteva crederci. Ma l’indo­mani mattina la strada sarebbe stata infallibilmente sgombra. Decidemmo di rimanere per la notte ( … ). Faceva già abbastanza freddo nel soggiorno; ma la vera tragedia ebbe inizio quando andammo a letto. Le stanze da letto della locanda non avevano stufa; non c’era la possibilità di riscaldarle. In quelle stanze si sarebbe potuto conservare all’infinito la carne di montone. Vestiti di tutti gli indumenti di lana in nostro possesso, ci infilammo nei letti duri come pietra. Fuori il vento continuava a ululare fra i monti. Fra lenzuola che non volevano scongelarsi, inutile sperare di prendere sonno. Rimasi sveglio ad ascoltare il rumore del vento, chiedendomi quale effetto potesse avere la bufera su quei getti violenti di gas naturale che fanno la fama di Pietramala. Quei giganteschi fuochi fatui sarebbero stati spenti dal vento? Oppure avrebbero continuato ad ardere nonostante la sua furia? Il pensiero delle fiamme era confortante; vi indugiai con un certo compiacimento (…).
Quando ci alzammo soffiava ancora il vento. Passammo la mattinata tremando nella saletta della locanda. Ogni qualche minuto veniva il padrone con le notizie circa la situazione sul passo. Messaggi telefonici erano arrivati da Firenze e Bologna; era stata mobilitata una squadra di spalatori, che ora era in azione; un uomo appena arrivato dal passo li aveva visti al lavoro; per le due la strada sarebbe stata certamente libera. Dopo ogni elenco di notizie, faceva un inchino, sorrideva, si fregava le mani e tornava in cucina a inventare il successivo. Aveva una fertile immaginazione (… ).
La mattinata passò; venne l’ora di colazione. Dopo un pasto a base di spaghetti e capretto arrosto, ci sentimmo un po’ più forti e meno gelati. «Come vanno le cose sul passo?» chiedemmo. Ma il nostro locandiere parve improvvisamente aver perduto la sua onniscienza e con essa il suo ottimismo. Non sapeva che cosa stesse succedendo e ci consigliò di aspettare ancora un po’. Ad ogni modo per le cinque tutto sarebbe stato a posto. E la strada per Firenzuola? Quella era impraticabile, ne era sicuro. Ci lasciò nel dubbio sul da farsi, se aspettare o ritornare a Firenze. Eravamo ancora in uno stato di penosa incertezza quando un messaggero mandato dal cielo sotto forma di un uomo con calesse e cavallo si fermò alla porta della locanda. Ci rivolgemmo a lui per aiuto. Miracolo! Non soltanto conosceva la verità; ce la rivelò nuda e cruda. Nessuno spalatore, ci assicurò era al lavoro sul passo; e non ne avrebbero mandati finché non cambiava il vento (poiché quando il vento soffiava in quella direzione la neve, appena spalata, era riso spinta sulla strada). Il vento poteva cambiare in serata, certo; d’altra parte poteva anche cambiare la prossima settimana. Ma se volevamo andare a Bologna, perché non avevamo preso la strada di Firenzuola? Si, perché? disse il locandiere, che si era unito a noi e ascoltava la conversazione. Perché non prendere la strada di Firenzuola? Si rendeva conto che i giochi erano fatti e che non restava nessuna speranza di farci fermare per un’ altra notte. Perché no? Lo guardammo in modo significativo, in silenzio. Ci sorrise in risposta, con inalterabile buonumore, e rientrò a compilare il conto ( … ).

Aldous Huxley – Lungo la strada (1925)

Dal libro LA FUTA – una strada nella storia, edizioni L’inchiostroblu, testi a cura di Maurizio Ascari, pubblicazione della Cassa Rurale ed Artigiana di Loiano

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