La Futa – una strada nella storia: pagine di viaggio – Louise Colet

Louise Colet

Louise Colet

Discendiamo all’Hotel Brun, ove giunge contemporaneamente un enorme carico di viaggiatori. Non c’è un minuto da perdere per procurarsi dei posti sulla diligenza che ci deve fare oltrepassare gli Appennini. Faccio avvertire del nostro arrivo M. de Franchis, che ho conosciuto a Parigi. In precedenza avvocato a Napoli, amico di Mancini, uomo erudito e di spirito, M. de Franchis è diventato consigliere della corte di cassazione di Bologna. Accorre subito, e mi conduce alle vetture che partono l’indomani mattina per Firenze. Non ci sono più che due posti, ci dicono: uno all’interno e l’altro sull’imperiale. Domando chi ha riservato i posti interni, mi nominano tra i viaggiatori un bersagliero dell’esercito italiano.
«Non ho dubbi, dico a M. de Franchis, fermo quali che siano i due posti vacanti, poiché conto sulla galanteria del bersagliero per cedermi il suo all’interno».
«E avete ragione, replica M. de Franchis, un Italiano non può rifiutare nulla a una Francese».
L’indomani siamo in piedi alle tre del mattino; alle quattro arriviamo sul posto, dove si carica di già la diligenza, o piuttosto una specie di grande baracca ove si siede trasversalmente. Scorgo, al lume chiaro dell’alba, il bersagliero al quale devo presentare la mia richiesta. Alla prima parola che pronuncio mi interrompe con la più cortese cordialità:
«Sono felice di questo scambio, mi dice; potrò fumare a piacimento sull’imperiale senza disturbare nessuno».
Montiamo in otto in uno scompartimento che non ha che sei posti. Una giovane inglese manda dei gemiti e mormora degli shocking a ripetizione. Mi informo dal conducente se il nostro bagaglio sia stato caricato. Mi risponde con quel sacramentale siate sicura che mi rassicura ben poco, poiché temo che una parte dei bauli abbia dovuto fare posto a questa sovrabbondanza di viaggiatori. La diligenza vacilla e scricchiola sotto un peso inusitato; il postiglione frusta i cavalli, che resistono un momento e attraversano, al termine di una moderata corsa, un quartiere a Est di Bologna.
Il giorno si leva; imbianca dapprima, poi dora i meandri che gli arbusti e i ruscelli formano sui versanti più bassi degli Appennini, in prossimità di Bologna. Sono già dei paesaggi di volta in volta ridenti o grandiosi. Spero di ritrovare alcuni dei più begli aspetti dei Pirenei. Ahimé! Quale delusione! La parte degli Appennini attraversata dalla strada che unisce Bologna a Firenze è monotona e arida, eccetto nei dintorni di Fontebuona. Si direbbe che il fuoco del cielo sia passato in queste gole e su queste alture. Attraverso una strada soffocante nelle discese e glaciale nelle salite, la dura diligenza galoppa o va a passo di lumaca. Queste alternanze di movimento e di atmosfera provocano nel viaggiatore un affaticamento ben altrimenti irritante del mal di mare.
Non si ha nemmeno per compenso la bellezza dell’orizzonte. Stanca di cercare invano all’esterno qualche torrente, qualche valle ombreggiata o qualche cima nevosa, rivolgo i miei sguardi e la mia attenzione sui nostri compagni di viaggio. Ho detto che eravamo in otto, pressati sino a stritolarci in questo mezzo traballante. Dalle prime luci del giorno, sono colpita dalla meravigliosa bellezza di una ragazza addormentata che poggia la testa sulla spalla della sorella maggiore, meno bella di lei, ma la cui aria seria e buona rivela come un amore di giovane madre per la splendida fanciulla che sostiene. Costei ha gli occhi chiusi; le ciglia nere delle sue lunghe palpebre carezzano con le punte ricurve le guance brune e rosate; l’incantevole nasino si dilata a ciascun soffio che spira dalle labbra porporine; nulla di fresco e casto al pari di queste labbra, che lasciano intravedere in una smorfia ingenua dei piccoli dentini d’un candore abbagliante; la fronte, un po’ bassa, di una purezza greca, è incorniciata da folti e sottili capelli neri, spartiti nel mezzo dai lati; essi si intrecciano dalle tempie al collo; la sua vita pare slanciata e flessibile come quella di una ninfa antica; a ciascun movimento che essa faccia dormendo, se il suo mantello si scosta o se il velo gettato sui suoi capelli cade all’indietro, un uomo di una cinquantina d’anni, seduto accanto a lei, s’affretta a risistemarglieli per proteggerla dal freddo. Per queste cure assidue lo scambio per il padre della bella dormiente, e, rapita dal quadro che mi offre la sua ineffabile bellezza, gli dico che è ben fortunato ad avere una figlia simile. «Non è mia figlia, ma mia sorella», mi dice, aggiungendo subito con semplicità: «è vero sembro suo padre, sono molto vecchio vicino a lei». In questo momento una salita formidabile, ove i cavalli si trascinano senza fiato, mi decide a scendere dalla vettura; il fratello dell’adorabile creatura, sempre addormentata, ne scende anch’esso e mi offre il braccio. Mi domanda se conosco la bella Venezia. Alla mia risposta, che vi ho vissuto per due mesi e che Venezia è il ricordo più toccante che abbia dell’Italia: «Avrete senza dubbio, riprende, visitato il palazzo Morosini?» – Gli rispondo con un cenno affermativo del capo. «Ebbene, prosegue, io sono un Morosini; uno dei più oscuri e dei più poveri. Nel 1848, mi sono battuto a Venezia agli ordini di Manin; da allora, vivo in esilio; mio padre, morto da qualche anno, aveva avuto in seconde nozze le mie due giovani sorelle che avete appena vedute; esse hanno perduto la madre; era mio dovere offrire loro asilo. Sono appena andato a cercarle a Ravenna, ove una vecchia parente me le ha condotte da Venezia; la maggiore è un’anima coraggiosa, che ha acconsentito a questa specie d’esilio; essa ama la libertà dell’Italia e sarà felice di vivere a Firenze liberata. Ma l’altra, aggiunse l’uomo con candore: «Ahi! è poverina! un tenero cuore, ama molto Venezia, piange sempre a parlar di lei, ma la credo innamorata! e proseguì con rassegnazione: In questo caso tornerà sicuramente a Venezia; a l’amore bisogna ubbidire».
Sono stata ben sovente toccata, nel corso del mio viaggio, dalla semplicità velata di grandezza con la quale gli Italiani parlano dei sentimenti naturali e soprattutto dell’amore. Hanno ereditato questo aspetto dagli antichi, che non dissimulavano affatto le loro passioni, e pertanto le rendevano nobili (così come si eleva e irradia tutto ciò che ha luogo in piena luce), invece di degradarle. In Francia ci si fa beffe senza pietà dell’amore infelice e sincero. Meglio è per il povero essere che ne è colpito nascondersi ben presto in qualche luogo solitario e morire, senza tanto chiasso, del proprio male; sarà più dignitoso e meno amaro del terminare i propri giorni circondati dalla curiosità banale del mondo e dell’avere per epitaffio un motto sarcastico.
Mentre il signor Morosini mi raccontava senza pompa la sua nobile storia, eravamo arrivati al punto culminante della salita, alla posta di Lojano. Mi fermai per riprendere fiato e guardare attorno a me le cime nude degli Appennini, ammassate l’una accanto all’altra; le più alte erano ancora coperte di neve. Un’aria fredda scendeva riversandosi negli stretti valloni, dal suolo nero e incolto, ove crescevano a fatica pochi alberi. Questi monti si innalzavano da tutte le parti come onde gigantesche; più tardi, le irregolarità delle rocce della catena della Somma, dietro il Vesuvio, mi hanno richiamato l’aridità della parte degli Appennini di cui ho appena parlato. La polvere, sollevata dal vento ghiacciato, era secca e plumbea, come quella che sentii turbinare un giorno ai piedi del vulcano. Tuttavia, qualche bella nuvola sospesa nella purezza del cielo azzurro e la costante imponenza di una simile immensità, per quanto nuda e desolata, ci offrivano in questo momento un quadro ben attraente. Di lontano si distaccava, all’estremo orizzonte, la catena delle Alpi, sorpassando nell’aria le più elevate creste degli Appennini; la si sarebbe detta una ma di giganti che sorvegliano la crescita dei loro piccoli e li proteggono con la loro ombra.
La diligenza cambiava cavalli, mentre il mio sguardo si perdeva nella distesa infinita di queste grandi rocce calve. Quale teatro per il formidabile delitto della guerra! Cosi gli uomini non hanno perso un’occasione. Le falangi romane sono passate di qua, e di secolo in secolo eserciti nemici vi si sono scontra ti, gettando in queste gole aperte i corpi mutilati e sanguinanti dei combattenti.
«Bisogna partire!» ci grida il conducente. Risalgo in vettura battendo i denti; spero di riscaldarmi a stretto contatto con i viaggiatori, ma ho fatto i conti senza la graziosa Inglese che ho osservato alla partenza, e che, seduta accanto alla madre sulla stessa panca ove io occupo due posti con mia figlia, si ostina da Bologna a lasciare aperti i finestrini che si trovano dietro di lei. Fintanto che siamo stati sul versante orientale degli Appennini, il supplizio è stato sopportabile; ma ora che tocchiamo le cime innevate e che il vento, sfiorandole, solleva le loro polveri gelate per poi soffiarle invisibili sino a noi, sento passare nella schiena come una lama di ghiaccio. Questa tortura, che minaccia di prolungarsi per più ore, mi spinge a parlamentare con la giovane inglese; essa è bionda, sempre sorridente di un risolino beffardo; i suoi occhi sono azzurri e vivi: sarebbe veramente attraente, non fosse per qualcosa di secco e deciso che fa, per così dire, contrastare la sua espressione con il fascino dei lineamenti. Alle prime parole, interrotte dalla tosse, che le rivolgo per pregarla di volere chiudere il vetro, essa mi risponde con un tono deciso:
«Signora, sono desolata di rifiutare; ma ciascuno paga qui, ritengo, per sistemarsi come meglio crede; voi avete freddo e io soffoco; il vento fa tossire voi, rinfresca e rianima me; non posso quindi morire per esservi gradita».
Sua madre interviene e le fa osservare che così fa del male a se stessa, che, con la sua cagionevolezza di petto, l’aria ghiacciata è pericolosa; ella replica con il medesimo accento metallico: «Non morrò in Italia che di calore e di noia; perché non abbiamo passato la stagione a Londra o a Vienna, ove stavamo così bene? Credete voi che le feste popolari che si daranno per il re di Piemonte mi interessino? Amavo molto di più le nostre feste aristocratiche».
Pronunciò quest’ultima frase in italiano con un sorriso di sfida e come per essere intesa dal buon Morosini, che ha parlato con calore di Vittorio Emanuele con il quarto viaggiatore seduto al suo fianco, il quale è un deputato di Bologna. Questi signori sollevano le spalle. «È pazza», mi dice il signor Morosini, «forse meglio esser pazzi d’amore». E getta uno sguardo di compassione sulla giovane sorella, che tiene sempre la testa appoggiata sul seno della maggiore, e ci nasconde i suoi occhi chiusi; poi mi offre con cordialità il suo pesante mantello da viaggio; lo accetto e ne faccio un baluardo. Ben presto arriviamo a Filigare, stretto altopiano degli Appennini che separava un tempo la frontiera papale dalla frontiera granducale. Grazie a Dio, la barriera è caduta, e Bolognesi e Toscani si danno la mano attraverso i monti. L’edificio vuoto e chiuso della dogana, un tempo orgoglioso e importante, guarda con invidia il piccolo albergo vivo e rustico che si innalza di fronte e sembra sfidare quella maestà decaduta. È verso l’umile botella che oggi tutti i viaggiatori si lanciano. Sbarazzati dal fastidio del controllo dei bagagli e del visto sui passaporti, non pensano più che a prendere posto attorno a una tavola frugale e a placare il loro appetito.
Il signor Morosini scuote leggermente il braccio dell’attraente sorella e le dice con gentilezza: «Bisogna aver coraggio e mangiar un poco». Ella apre languidamente i suoi grandi occhi neri, e la fiamma che ne scappa focosa, intenerita, divorante, raddoppia la sua bellezza e la trasfigura; l’anima dell’adorabile fanciulla corre, per cosi dire, sui tratti del suo viso, fluendo dai suoi sguardi.
Risponde al fratello con una voce melodiosa e carezzevole: «Non ho fame, caro, lasciami un poco sola con la sorella». Egli insiste invano per condurla a pranzare; la sorella maggiore lo invita a non contrariarla, promettendogli d’ottenere ch’ella mangi un poco quando lui non sarà più là.
Tutti gli altri viaggiatori si precipitano nella botella, il cui unico camino, quello della cucina, manda nel cielo azzurro un lungo ciuffo di fumo bianco. Questo alberghetto è tenuto da quattro donne: una vecchia madre e le sue tre figlie. Gli uomini lavorano nei campi o curano i cavalli. Ci fanno salire una scala sconnessa che conduce alla sala da pranzo, imbiancata a calce e con un pavimento di mattoni sbrecciati. La tavola, circondata da alte sedie di paglia, è apparecchiata al mezzo; essa è ricoperta, secondo la terribile abitudine degli italiani (nelle locande più oscure si intende) con una tovaglia già usata. Su dei piatti di vecchia ceramica colorata si innalzano a piramide due enormi formaggi parmigiani, ai quali fanno fronte delle fette di mortadella; i graziosi fiaschi toscani, ricoperti di paglia intrecciata, contengono vino locale. Ci portano, in una zuppiera ovale, alla quale manca uno dei quattro piedi, un bollito bianco e grasso fatto con del montone. Prendiamo tutti posto. La giovane inglese, che ha già mandato uno shocking di sdegno vedendo la tovaglia sporca, ne manda un secondo più energico spiegando il tovagliolo macchiato di vino. Le faccio eco, malgrado il mio rancore per il vetro aperto, e ciascuno protesta all’unisono. La vecchia ostessa si mostra irritata, ma finisce per rassegnarsi ad aprire un grande armadio che si trova nella sala e a farne uscire dei tovaglioli bianchi. Le figlie ci servono la minestra; è orribile, come pure il bollito, e i pollastrelli, scarni e coperti di una salsa nera, che seguono. Mangiamo tutti, bene o male, eccetto la smorfiosa inglese, la quale rifiuta di avvicinare le sue labbre rosee a questi cibi problematici. Essa è molto graziosa, così imbronciata, con quell’aria aristocratica; e, poiché la bellezza disarma sempre, ci si interessa di ciò che potrebbe piacerle. Il bersagliero che mi ha ceduto il posto all’interno si è seduto accanto a lei; egli domanda a una delle cameriere se non si possono avere per questa signora uova fresche.
«Facilissimo», risponde la buona figliola, la quale scende immediatamente nel pollaio a prendere due uova che hanno fatto proprio in quell’istante, ci dice lei, le sue due galline bianche, e con un gesto ce le mostra, che razzolano davanti all’albergo. La giovane inglese consente a inghiottire le due uova alla coque e a bere, quindi, un po’ di vino bianco; poi si alza, immerge le dita rosee in una bacinella piena d’acqua tiepida e rimonta in vettura con l’aria di una regina in viaggio, mentre noi beviamo il caffè torbido con dello zucchero grezzo.
Il postiglione fa schioccare la sua. frusta, gli uomini effettuano un tratto di strada a piedi, per digerire fumando, le donne si ammassano nell’orribile carcassa. Ritrovo la bella veneziana, la testa reclinata sul capo della sorella; domando a questa se la cara giovine ha mangiato un poco. «Poca cosa», mi dice lei, «soltanto un dolce». Penso di distrarla parlandole di Venezia, ma lei scoppia in singhiozzi e ripete con un accento di profondo rimpianto: «Cara Venezia, troppo bella», e, nel pronunciare queste parole, una tale fiamma traversa il suo sguardo molle di pianto, da farmi pensare, come il signor Morosini, che sicuro la ragazza è innamorata, e che, attraverso il miraggio della laguna e di Piazza San Marco, si disegna per lei una figura adorata.
Che contrasto tra questa bella giovane, così appassionata e naturale, la cui anima brilla senza costrizioni, creatura candida, inconsapevole della sua incomparabile bellezza, dimentica del disordine della sua toilette e tutta presa da un sentimento che la fa vivere e morire; quale contrasto, dico io, tra costei e la bionda inglese, dall’occhio freddo e fiero, dalla voce tagliente, dall’acconciatura impeccabile, che si liscia con la manina guantata la piuma del cappello Pamela gonfiando a tratti le trecce dorate che incorniciano le sue guance rosee e incrociando simmetricamente la sciarpa porpora che le circonda il collo! Sono il Sud e il Nord, l’ispirazione della natura a confronto con il mondo fittizio e pretenzioso della moda, la bellezza antica e la bellezza moderna; l’una fatta per trascinare, per sconvolgere il cuore e consumarlo nell’amore, l’altra capace di sedurre, indispettire, appassionare per l’ostacolo … ma poi? Se fossi stato uomo avrei voluto essere amato dalla prima e mi sarei allontanato dall’altra con spavento.
Gli Appennini diventano sempre più aridi. A Pietramala incontriamo dei corsi d’acqua che si riversano nell’Adriatico. Non lontano di qua, si vedono salire di notte, da un terreno secco e carbonizzato, piccole lingue di fuoco chiamate i fuochi di Pietramala, le quali, di giorno, non producono che un fumo biancastro, simile a quello che si leva da un suolo dissodato e concimato. Montaigne, che passò per la stessa strada più di trecento anni fa, disse nel suo Viaggio in Italia: «Con il tempo piovoso e i temporali, si vede uscire di notte una fiamma di grande altezza; e colui che mi narrò il fatto mi riferì che in seguito a grandi scosse ne escono a volte dei pezzetti di monete recanti delle effigie. Sarebbe stato bene vedere di cosa si trattava». Crediamo che, se Montaigne avesse potuto soddisfare la sua curiosità, non avrebbe trovato né le alte fiamme né le medaglie antiche immaginate dal testimone di cui parla. Rimpiango, come Montaigne, che il chiarore del giorno ci impedisca di vedere le luminosità variabili di questi vulcani in miniatura. Gli uomini sono risaliti in vettura; ma, al colle del Montefuta, mettono nuovamente piede a terra. Un vento ghiacciato soffia con violenza; le creste dei picchi, tutt’attorno, sono coperte di neve. La strada circola al di sopra dei precipizi; essa è contornata di grandi muri che la sostengono e che proteggono, d’inverno, i viaggiatori dalla violenza delle tempeste.
La giovane inglese persiste a trovare il tempo caloroso e a lasciare aperta la tendina dietro di lei, mentre noi ci avviluppiamo il corpo nei mantelli, rigettandone un lembo sulla testa.
Impieghiamo due ore ad attraversare uno degli altipiani più elevati degli Appennini, ove crescono a fatica qua e là pochi alberi rinsecchiti; infine discendiamo nella vallata della Sieve. La vegetazione riprende vigore; i villaggi, i conventi e le dimore di campagna si raggruppano su poggi boscosi che dominano le terre coltivate. Tra Cafaggiolo e Fontebuona si eleva il pittoresco convento dei Frati Serviti, sul piccolo monte Senario, in mezzo a un bosco di antichi e giganteschi cipressi. Pio IX dormì in questo con­ vento quando si recò, qualche anno addietro, da Bologna a Firenze per fare visita al Granduca. In questo momento il chiostro sembra deserto; non scorgiamo nemmeno un religioso nei giardini, non un filo di fumo esce dai camini che coronano i tetti. Poco alla volta i monaci scompaiono da questi bei luoghi che hanno posseduto così lunga­ mente. Traversiamo Fontebuona, che deve il suo nome a una bella fonte d’acqua limpida, e vediamo apparire la villa reale di Pratolino, costruita dai Medici. Essa fu soprattutto abbellita dal Granduca Francesco I, amante e marito di Bianca Capello; egli vi si richiuse con l’imperiosa veneziana, la cui robusta bellezza lo attraeva. Ella beveva molto, se si deve credere a Montaigne, secondo il quale il Granduca metteva abbastanza acqua nel suo vino, ma la consorte quasi per nulla. Al centro dei giardini di Pratolino, oggigiorno distrutti, si trovava una macchina idraulica del genere di quella di Marly; vi si vede ancora la statua colossale dell’Appennino, scolpita su disegni del Giambologna dai suoi allievi.
I cavalli si precipitano per una rapida discesa; la temperatura si addolcisce tutt’a un tratto. Sporgo la testa dalla portiera per abbracciare con lo sguardo la ridente vallata dell’Arno: i gruppi sparsi di case, le ville, i viali, gli oliveti, le vigne scoscese, i prati, ricoprono le fresche colline che formano un’ineffabile cintura attorno a Firenze. La città è come adagiata nel mezzo, tranquilla, graziosa, ad accogliere con un sorriso di benvenuto i viaggiatori che vi giungono. È un quadro pieno di quiete e amenità. Niente a che vedere con l’emozione profonda che produce l’apparizione di Venezia; con il grandioso colpo d’occhio della campagna romana, venendo dalla parte di Albano, Frascati e Tivoli; o con l’incommensurabile bellezza di Napoli, che .si distende all’improvviso in fondo al suo golfo luminoso, recando in fronte il diadema del Vesuvio e ai fianchi l’abito fluttuante delle sue isole, delle coste di Posillipo e di quelle di Sorrento. Qualcosa di raccolto, di circoscritto e brillante, come la sua storia e i suoi destini: tale è il primo aspetto di Firenze. Si è sedotti e affascinati; ma il dominio delle vestigia eterne e la sensazione abbagliante dell’infinito non si impadroniscono affatto dell’anima. L’occhio abbraccia senza sforzo la città dei fiori, limitata da ogni lato. Mano a mano che ci avviciniamo, vediamo spuntare al di sopra dei tetti la cupola di Santa Maria del Fiore del Brunelleschi, poi il campanile di Giotto, qualche cupola, ancora altri campanili e, più da vicino, il famoso battistero.

Louise Colet – L’Italia degli Italiani (1862)

Dal libro LA FUTA – una strada nella storia, edizioni L’inchiostroblu, testi a cura di Maurizio Ascari, pubblicazione della Cassa Rurale ed Artigiana di Loiano

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