La Futa – una strada nella storia: pagine di viaggio – Théophile Gautier

Théophile Gautier

Théophile Gautier

La strada da Bologna a Firenze passa per l’Appennino, questa spina dorsale dell’Italia; spina dorsale, in effetti, della quale ogni scarno monticello costituisce una vertebra. È certo che taluni nomi esercitino, persino sul viaggiatore più avvezzo alle delusioni, un’influenza magica. L’Appennino è di questi: lo si è incontrato in Orazio e negli autori dell’antichità, che gli studi classici mescolano alle nostre prime impressioni, ed è difficile non essersi già fatti un’idea dell’Appennino, che la vista della realtà contraddice e deforma in maniera singolare.
La catena appenninica si compone di una successione di collinette rotonde e aride, sgretolate, escoriate al vivo, di monticelli rugosi, di rilievi scabbiosi che assomigliano a mucchi di pietrame e detriti; niente rocce gigantesche, cime ardite vellutate di pini, picchi immersi nelle nubi e inargentati dalle nevi, ghiacciai dai mille cristalli scintillanti, cascate sulle quali gioca la fascia dell’arcobaleno, laghi blu come il turchese ove il camoscio viene a bere, niente aquile che planando tracciano cerchi nel cielo luminoso; – null’altro che una natura povera, triste e sterile, e che pare più meschina ancora dopo le maestà olimpiche delle Alpi svizzere e gli orrori romantici della valle di Gondo, di un pittoresco tanto grandioso e terribile.
Certo, la mania dei paragoni è una bizzarria dello spirito, ed è ingiusto domandare a un luogo di esserne un altro; ma noi non potevamo impedirci, dall’alto del nostro banchetto d’imperiale, contro il quale avevamo avuto l’imprudenza di scambiare il nostro angolo di coupé per potere esaminare il paesaggio più agevolmente, di pensare a quelle belle sierras spagnole, di cui nessuno parla e la cui bellezza ignorata è ben superiore a quella delle località italiane, forse troppo celebrate; ci ricordammo di un tragitto da Granada a Velez-Malaga, attraverso la montagna, per un sentiero sperduto ove forse non passano nemmeno due viaggiatori all’ anno e che supera tutto ciò che si può immaginare in quanto a capricci di forma, luce e colore.
Pensavamo anche alla nostra escursione in Cabilia, a quelle montagne dorate dal sole d’Africa, a quelle vallate piene di oleandri, mimose, corbezzoli, lentischio, ove filtravano ruscelli abitati da piccole testuggini, a quei villaggi cabili circondati da palizzate di cactus e a quegli orizzonti frastagliati con tanta varietà di forme e costantemente dominati dall’imponente profilo del Djurdjura, e in verità l’Appennino ci appariva mediocre, malgrado la sua reputazione classica.
Non vorremmo sottoscrivere quel famoso paradosso marsigliese che consiste nel dire: «Si gela in Africa, si brucia in Russia». Tuttavia, dobbiamo ammettere che battevamo i denti per il freddo nella nostra postazione sopraelevata, malgrado una sovrapposizione di paltò e di gabbani da fare invidia a Méry, il freddoloso poeta. Giammai a Parigi, durante gli inverni più rigidi, ci siamo rivestiti simultaneamente di una simile quantità di panni, e tuttavia non eravamo che alla metà di settembre, una stagione che si ha l’abitudine di credere tiepida e incantevole sotto il dolce cielo della Toscana: vero è che l’altitudine del terreno rinfresca l’aria, e che il freddo dei paesi caldi è particolarmente fastidioso per l’improvviso contrasto.
Non è con l’intenzione di elevare un monumento al nostro principio di congelamento e al battere dei nostri denti che effettuiamo in questa sede tale osservazione. Poco importa all’universo che noi abbiamo avuto caldo o freddo sull’imperiale di una diligenza; ma questa annotazione potrà impedire a qualche Parigino, ingenuo e fiducioso, di partire da Tortoni per Firenze nel mese d’agosto in pantaloni di nanchino e giacca da caccia di traliccio, e fargli aggiungere al bagaglio un plaid di tartan, un paltò da marinaio e una sciarpa; preverremo così qualche costipazione di testa e di petto. La descrizione delle nostre sofferenze non è dunque personale; essa è del tutto filantropica.
La violenza del vento è tale su queste montagne prive d’alberi e pelate, le quali ricevono alternativamente i soffi delle brezze raffreddatesi sul Mediterraneo e sull’Adriatico, che il Granduca ha fatto erigere, nel punto culminante della strada, un muro di pietra per proteggere i viaggia­ tori contro le raffiche ghiacciate, che li raggelerebbero e li rovescerebbero. Coloro che hanno visto il mistral all’opera sulla piattaforma del castello dei papi d’Avignone comprenderanno l’utilità di una simile muraglia. Un’iscrizione in segno di benvenuto constata questa benevola attenzione di Leopoldo, attenzione della quale lo ringraziamo dal profondo del cuore.
A quest’altezza, si esce dalla Romagna per entrare nella Toscana; altra visita di dogana: un inconveniente di questi Stati spezzettati in piccoli principati. Si passa la vita ad aprire e chiudere il proprio baule, occupazione monotona, che finisce per rendere furiosi i più flemmatici. Fortunatamente, ci siamo creati al riguardo un sistema filosofico che abbiamo già sviluppato a proposito della dogana romagnola. Gettiamo la nostra chiave a chi vuole prenderla, o la lasciamo nella serratura, e ce ne andiamo tranquillamente a contemplare il paesaggio, occasione che l’implacabile diligenza non sempre offre. Da questo punto di vista, è forse da rimpiangere il fatto che non vi siano altre dogane.
Sebbene la strada non raggiunga mai le scarpate improvvise e le impossibili montagne russe di Salinas e della Descarga, in Spagna, le salite sono spesso abbastanza ripide da necessitare l’aiuto dei buoi. È sempre con piacere che vediamo giungere il pesante tiro, la testa bassa sotto il giogo, il muso umido, il grande occhio pacifico, le gambe incurvate con possanza; innanzitutto, è pittoresco di per sé, essendo sempre accompagnato da un bifolco rustico e selvaggio, e sovente dall’aspetto maestoso, con i capelli incolti, il cappello a punta e la giacca bruna, che reca il pungolo come uno scettro antico; in secondo luogo, vi è un’altra ragione.
Domandavamo un giorno a Cabat, il grande maestro della nostra giovane e meravigliosa scuola di paesaggio, come, nelle sue escursioni, determinasse la scelta del luogo che voleva dipingere
– Vado a caso, ci rispose, sino a quando sento cantare le rane. Dove ci sono delle rane c’è sempre un bel posto; le rane, il che equivale a dire uno stagno, dell’erba fradicia, delle canne verdi, dei giunchi e dei salici.
Le nostre rane sono i buoi. La loro apparizione significa un’ aspra cima, un altopiano elevato, di dove si scopre inopinatamente una veduta immensa; un panorama azzurro di pianure, montagne, valli; un orizzonte disseminato di ville e di città, screziato d’ombra e di luce. I nostri buoi non ci ingannano più di quanto le rane non ingannino Cabat.
Allorché i pendii dell’Appennino cominciano a declinare verso Firenze, questi luoghi si arricchiscono di qualche bellezza. Le colline colpite dall’herpes e dalle verruche scompaiono o si rivestono di vegetazione.
Ai bordi della strada cominciano ad apparire le ville, i cipressi innalzano la loro freccia nera, i pini d’Italia arrotondano il loro verde parasole; un soffio più carezzevole e più tiepido vi permette di aprire il mantello; l’olivo rischia all’aria, senza tremare, il suo triste e glauco fogliame; si avverte un movimento di pedoni, di cavalli e vetture, l’approssimarsi di una grande città viva, cosa rara in Italia, questo ossario di città morte.

Théophile Gautier – Viaggio in Italia (1852)

Dal libro LA FUTA – una strada nella storia, edizioni L’inchiostroblu, testi a cura di Maurizio Ascari, pubblicazione della Cassa Rurale ed Artigiana di Loiano

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