La Futa – una strada nella storia: pagine di viaggio – L. Simond

Louis Simond

Louis Simond

Firenze, 28 ottobre

Siamo partiti questa mattina, due ore prima del giorno, per nascondere i nostri movimenti al nemico, il che vuol dire al viaggiatori giunti nel nostro albergo, i quali, come noi e tanti altri, si precipitano verso Roma in sì gran numero che la posta e gli alberghi non bastano per tutti. Ciascun corriere (domestico itinerante), se sa il suo mestiere, comincia, arrivando la sera, a fare una ricognizione, ovvero ad assicurarsi del numero degli altri viaggiatori e dei loro progetti per l’indomani, avendo cura di rappresentare i suoi padroni come estremamente pigri, di salute delicata, avvezzi a tarde levate, abituati a viaggiare a piccole tratte. Egli si dice stanco all’esasperazione di una simile lentezza. Ciò gli attira la fiducia dei suoi confratelli, i corriere; e, se costoro sono meno astuti di lui, egli ne ottiene le delucidazioni necessarie. Così preparato egli va a rendere conto ai suoi padroni di ciò che ha appreso. Venti vetture in partenza allo spuntar del giorno, tutti i cavalli impegnati, bisognerà attendere il loro ritorno (cinque ore almeno), o partire per primi. Infine ci si lascia persuadere, e nel mezzo della notte si è in marcia, cosa che è meno pericolosa che immediatamente dopo il tra­ monto del sole, poiché i ladri dormono e non si disturbano certo per voi. Il punto d’onore dei corrieri è di prevenirsi l’un l’altro. L’obiettivo della maggior parte dei viaggiatori è d’arrivare, e l’interesse che essi portano a ciò che si potrebbe vedere tra una grande città e l’altra non è abbastanza vivo per far loro preferire il giorno alla notte.
La strada che traversa l’Appennino è eccellente, e la sua salita dolce come quella del Sempione, il che non impedisce che si attacchino dei buoi per salire; il punto culminante non eccede di molto le 350 tese al di sopra di Bologna. I contadini sanno profittare del più piccolo fazzoletto di terra sul fianco della montagna, per quanto ripido sia; e, sfortunatamente per il pittoresco, sfrondano tutti gli alberi fino al vivo, eccetto i castagni; sotto le loro mani le querce rassomigliano agli infelici salici in stato di cattività. L’aspetto che l’Appennino presenta su questa strada è più rude che grandioso: al posto delle rocce si vedono pietre sparse, e la vegetazione è scarna. Nel pomeriggio sperimentammo un violento temporale. Al culmine della tormenta un lampo improvviso ci avvolse e la detonazione fu istantanea. I cavalli diedero una violenta impennata, i buoi stessi corsero un istante in salita, e i postiglioni sdraiati sul collo delle loro cavalcature facevano due segni di croce per volta. Riavutici dalla prima sorpresa, poiché non si ebbe il tempo di avere paura, ciascuno voleva rendere conto di ciò che aveva provato: l’uno aveva visto un globo di fuoco; l’altro aveva avvertito un colpo sulla schiena, sul petto; un terzo aveva perso la respirazione, sentito odore di zolfo, etc. etc. Un grande castagno, alla nostra sinistra, era parso avviluppato di fuoco. Le foglie e i rami in fiamme erano stati trascinati via dal vento. La pioggia, tuttavia, era talmente violenta che se ci si fosse fermati per esaminare l’albero non si sarebbe scoperto niente.
Avevamo da poco letto nel libro di Forsyth un passaggio allarmante su Pietra Mala, ove dovevamo dormire; e trovandoci ben presto vicino a un albergo il cui aspetto non era troppo malvagio, pensammo fosse meglio sostarvi piuttosto che non spingersi fino alla temibile Pietra Mala. Una volta sistemati accanto a un buon fuoco, nella sola camera della casa che avesse un camino, ascoltavamo, non senza un certo piacere, il temporale che batteva invano le finestre, quando ci vennero portati dei giovani viaggiatori colti come noi dalla tempesta. Facemmo loro posto presso il fuoco e riconoscemmo subito che si trattava della figlia e del figlio di Sir James H. d’Edimburgo, la prima, vedova di Sir Thomas D, ucciso a Waterloo.
Vennero ben presto prese nuove disposizioni per alloggiarci, e ci risvegliammo il mattino senza essere stati assassinati, sebbene la cameriera personale di Lady D. ci avesse riferito cose terribili sull’aspetto poco rassicurante delle genti di casa. Le stelle brillavano ancora quando partimmo per Firenze, ove non arrivammo tuttavia che la sera, ritardati sulla strada a causa di un ordine del Gran­ duca che, cenando in campagna, aveva fatto trattenere tutti i cavalli. Apprendendo, con un esempio proveniente così dall’alto, a preferire i nostri comodi a quelli dei viaggiatori che ci seguivano, ottenemmo dai postiglioni di condurci tre tappe di seguito con i medesimi cavalli.
La prima veduta di Firenze, dal versante meridionale dell’Appennino, ci parve mirabile; i muri merlati, le antiche torri, i palazzi, le chiese, alleviavano la triste uniformità dei tetti e dei camini, che la luce già debole contribuiva a cancellare, proiettando allo stesso tempo sull’insieme del paesaggio una certa aura di poeticità. Il primo piano di questo quadro era composto di frutteti, oliveti e case di campagna con aiuole geometriche, terrazze e statue; venivano poi la celebre vallata dell’Arno e le montagne opposte.

L. Simond – Viaggio in Italia e in Sicilia (1828)

Dal libro LA FUTA – una strada nella storia, edizioni L’inchiostroblu, testi a cura di Maurizio Ascari, pubblicazione della Cassa Rurale ed Artigiana di Loiano

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