La Futa – una strada nella storia: pagine di viaggio – Stendhal (2)

Stendhal

Stendhal

Pietra-Mala; 19 Gennaio

Abbandonando Bologna per traversare l’Appennino, la strada di Firenze segue dapprima una piacevole vallata, pressappoco orizzontale. Dopo aver proceduto per un’ora a fianco del torrente, abbiamo cominciato a salire in mezzo a boschetti di castagni che fiancheggiano il cammino. Arrivati a Loiano e guardando verso Nord, abbiamo scoperto una vista magnifica: l’occhio abbraccia di traverso quella famosa pianura di Lombardia, larga quaranta leghe, e che in lunghezza si estende da Torino a Venezia. Confesserò che ciò si sa più di quanto non si veda; ma alla gente piace cercare tante città celebri in mezzo a quest’immensa piana, coperta d’alberi al pari di una foresta. L’Italiano ama fare il cicerone; il maestro di posta di Loiano ha voluto persuadermi che vedevo il mare Adriatico (diciannove leghe): non ho affatto avuto quest’onore. Sulla sinistra gli oggetti sono più vicini all’occhio, e le numerose vette degli Appennini presentano la singolare immagine di un oceano di montagne che fuggono a ondate successive. – Benedico il cielo di non essere un sapiente: questi ammassi di rocce mi hanno procurato stamattina un’ emozione assai viva (è un tipo di bello), mentre il mio compagno, dotto geologo, vede in questo aspetto che mi colpisce soltanto degli argomenti a favore del suo compatriota, M. Scipion Breislak, contro alcuni eruditi inglesi e francesi. M. Breislak, nato a Roma, afferma che è il fuoco ad avere formato tutto ciò che vediamo sulla superficie del globo, montagne e vallate. Se avessi le minime conoscenze di meteorologia, non proverei tanto piacere, certi giorni, a veder correre le nuvole e a gioire dei palazzi magnifici o dei mostri immensi che esse raffigurano nella mia immaginazione. Osservai una volta un pastore degli chalet svizzeri che trascorse tre ore, le braccia incrociate, a contemplare le vette coperte di neve dello Jung-Frau. Per lui, era una musica. La mia ignoranza mi avvicina spesso allo stato di questo pastore.
Una passeggiata di dieci minuti ci ha condotti a un incavo pieno di piccole pietre da cui esala un gas che brucia quasi costantemente; abbiamo gettato una bottiglia d’acqua su queste pietre; subito il fuoco è raddoppiato, il che mi è valso una spiegazione di un’ora che avrebbe trasformato per me, se l’avessi ascoltata, una bella montagna in un laboratorio di chimica. Infine il mio sapiente ha taciuto e ho potuto attaccare conversazione con i villici riuniti attorno al focolare di questo albergo di montagna. C’è una bella differenza tra un luogo simile e l’affascinante salone della signora Martinetti, ove ci trovavamo ieri sera. Ecco un racconto che ho appena inteso sotto l’immenso camino dell’albergo di Pietra-Mala.
Quasi due anni or sono ci ‘si rese conto con terrore, a Bologna e Firenze, che, seguendo la strada sulla quale ci troviamo, i viaggiatori sparivano. Le ricerche di due governi senza nerbo non arrivarono che a questa certezza, che giammai non si trovavano spoglie nelle montagne dell’Appennino. Una sera, la tormenta forzò. uno Spagnolo e sua moglie a fermarsi in un infame albergo a Pietra-Mala, il villaggio in cui ci troviamo: niente di più sporco e di più disgustoso, e tuttavia l’ostessa, provvista di atroci sembianze, indossava anelli di diamanti. Questa donna avvisa i viaggiatori che manderà a prendere in prestito delle lenzuola bianche dal curato, a tre miglia di distanza. La giovane spagnola è mortalmente spaventata dall’aspetto sinistro dell’albergo; con il pretesto di andare a cercare un fazzoletto nella carrozza, il viaggiatore fa un segno al vetturino e gli parla senza essere visto; costui, che aveva in­ teso parlare di sparizioni di viaggiatori, era perlomeno altrettanto terrorizzato. Capiscono subito la situazione in cui si trovano. In presenza dell’ostessa lo Spagnolo gli raccomanda di svegliarli alle cinque del mattino, al più tardi. Il viaggiatore e sua moglie si danno per malati, mangiano molto poco per cena, e si ritirano nella loro stanza; là, morendo di paura e tendendo l’orecchio, aspettano che nella casa siano cessati tutti i rumori, e verso l’una scappano per andare a raggiungere il vetturino, che era già a un quarto di lega, con i cavalli e la vettura.
Di ritorno a Firenze, il vetturino raccontò lo spavento passato al suo maestro, il signor Polastro, uomo onestissimo. La polizia, sollecitata da questi, ebbe molta pena a fare arrestare senza confessione un uomo che compariva sovente a quell’albergo di Pietra-Mala. Minacciato di morte, egli rivelò che il curato Biondi, presso il quale l’ostessa inviava a prendere in prestito dei lenzuoli bianchi, era il capo della loro banda, che arrivava all’albergo sulle due del mattino, allorché si supponeva che i viaggiatori dormissero. C’era sempre dell’oppio nel vino servito a cena. La legge della banda era di uccidere i viaggiatori e il vetturino; ciò fatto, i ladri rimettevano i corpi morti nella vettura e la facevano trascinare dai cavalli in qualche luogo deserto tra le cime dell’Appennino. Là, i cavalli stessi venivano uccisi, la vettura e gli effetti dei viaggiatori bruciati; non si conservava assolutamente che il danaro e i gioielli. Sotterrati con la più grande cura i cadaveri e i resti della vettura, gli orologi e i gioielli venivano venduti a Ginevra. Risvegliata infine da questa confessione, la polizia sorprese tutta la banda a una grande cena nel presbiterio di Biondi: si trovò colà la degna ostessa che, inviando a prendere dei lenzuoli, dava il segnale alla banda che dei viaggiatori degni di attenzione erano appena giunti all’albergo.
Dopo tutto ciò che mi è stato detto, mi rendo conto che sarò obbligato a pensare male dei Fiorentini dei nostri tempi. Non voglio nondimeno tradire i diritti dell’ospitalità e ho appena bruciato diciassette lettere di raccomandazione che avevo per Firenze.

Stendhal  – Roma, Napoli e Firenze (1817)

Dal libro LA FUTA – una strada nella storia, edizioni L’inchiostroblu, testi a cura di Maurizio Ascari, pubblicazione della Cassa Rurale ed Artigiana di Loiano

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