La Futa – una strada nella storia: pagine di viaggio – Lorenzo Da Ponte

Lorenzo Da Ponte

Lorenzo Da Ponte

Come non v’era alcuna cantante di grido in Bologna, risolsi immediatamente d’andar a Firenze. Oltre al bisogno ch’io aveva d’andarvi per faccende teatrali, io n’era spinto gagliardamente da un vivissimo desiderio di vedere quella famosa e da me non pria veduta città. Il freddo era eccessivo, ed io non osai pigliare meco la mia consorte. Corsi all’uffizio della posta, per vedere se v’era occasione per Firenze. Mi fu risposto che poteva partire sul fatto, se non mi dispiace a che una donna venisse meco. Il padrone della posta mostrommi allor una giovane d’apparenze gentili, vestita con decente semplicità e quasi avvenente. Mi parve un poco strano che una donna tale viaggiasse così; ma, un poco per curiosità di sapere chi fosse, un poco per non perder tempo, accettai la sua compagnia.
Partimmo da Bologna verso le quattro pomeridiane, e per ben due ore né ella parlò a me, né io a lei. Fu essa la prima a rompere il silenzio; e fur questi i suoi primi detti.
– Ho un gran sonno! – Anch’io in verità – replicai. Tacemmo entrambi per molti minuti. Ruppe novellamente il silenzio, per dirmi che non poteva dormire. – Nemmen io – dissi allora. – Non vorrebbe che cianciassimo un pocolino? – soggiunse allora. – Molto volentieri, madama.

DIALOGHETTO BIZZARRO.

– Di che paese è lei, mio signore?
– Veneziano, per servirla.
– Ed io sono fiorentina.
– Due bei paesi.
– I più belli di tutta l’Italia. Io sono stata molte volte a Venezia. È bella. Ma Firenze! Ci vuol altro per agguagliare Firenze! Vi è stato lei a Firenze?
– Signora no; non ci sono mai stato.
– Vedrà, vedrà che paradiso! Le donne poi! … Son tanti angioletti. Le piacciono le belle donne?
– Quanto è permesso a un uomo della mia età, che ha già una moglie.
– Lei ha una moglie?
– Sì, ho una moglie; ed è quella che vide alla porta del mio albergo, dove montammo in carrozza.
– Quella giovine? Quella, sua moglie?
– Quella, mia moglie!
– Mi perdoni, ma io l’ho creduta sua figlia. Bravo! È di buon gusto. Ma è sua moglie veramente?
– Come! V’hanno delle mogli veramente e dell’altre mogli non veramente?
– Oh! avrebbe potuto essere la sua dama, ed Ella il suo cavalier servente.
– Scusi madama. Mia moglie non è italiana, ma nacque in Inghilterra.
– Non hanno serventi le inglesi?
– No, non hanno serventi.
– Quanto le compiango!
– Per qual ragione?
– Perché un cavalier servente è la più dolce bestia del mondo.
– Mi par che, un marito, che soffralo, è una bestia molto più dolce.
– È maritata, signora?
– Lo fui, ma, grazie al cielo, nol sono più. La morte me ne ha liberata in sei mesi.
– Una donna del suo merito troverà presto un altro marito.
– Io, un altro marito? Signore, questa è una pillola che si può inghiottir una volta, ma non due, da una femina ch’abbia un’oncia di cervello.
– Avrà dunque de’ cavalieri serventi.
– Ne ho avuto, e spero d’averne ancora; ma adesso, in verità, sono senza del tutto. Vuol lei farmi da servente fino a Fiorenza?
– Madama, non ci avrei grazia.
– Io sarò la sua maestra, e l’assicuro che, se comincia, ci troverà gusto.
– Io non ho voglia, madama, di diventar quella dolce bestia… che piace tanto a madama.

– Eravamo a questo punto della nostra conversazione, quando udimmo gridare in qualche distanza: – Ferma! ferma! – Erano due giovinotti, che chiedean se non v’era un posto per essi nel calessino, per venir con noi sino a Pietramala; ed io, che bramava molto di non trovarmi più solo con quella donna, non sol condiscesi, ma pregai il cocchiere di prenderli, giacché loco eravi anche per essi; il che volontieri egli fece per un certo prezzo accordatogli. La scena cangiò sul fatto. Non pensò più madamina a far suo cavalier servente un uom ch’avea passati i cinquant’anni: volse i suoi vezzi e la sua civetteria a’ due giovinotti, abbastanza esperti in quell’arte, e, prima che giugnessimo a Pietramala, la loro domestichezza era sì avanzata, che si sarebbero presi da ognuno per amici familiari ed antichi. Cenammo insieme la sera, e la mattina mi fecero tutti e tre la buona grazia di lasciarmi partire tutto solo nel mio calessino da quattro posti, ove ebbi tutta la comodità di far delle riflessioni morali su questa bagatelluccia.
Un pensiero tra gli altri occupò la mia mente. – Se un di quei viaggiatori – diceva io – c’hanno tanta parzialità, tenerezza e carità pelosa per l’onore dell’Italia, incontrato avesse per avventura una simil femina ne’ suoi viaggi, che cosa avrebbe egli scritto, nelle sue relazioni instruttive, delle donne d’Italia? – Chiunque lesse Smollet, Sass o qualche altro viaggiatore di simil conio, può indovinar facilmente quel che costui avrebbe detto. Per me non ne dirò niente né farò alcun lungo comento a questa storiella, lasciandone il doppio carico a chi leggerà queste pagine. ( … )
Dopo aver veduto con mia gran doglia che nemmen a Firenze non v’erano soggetti che convenissero al teatro di Londra, decisi di tornar a Bologna. Il mio viaggio fu più ridicolo che disgraziato. Il freddo era eccessivo e la neve altissima per tutto il cammino. Partii la notte con un vetturino, che aveva un cattivo calesso e due pessimi cavalli; ma fu il solo che per un prezzo esorbitante s’offerse di condurmi fino a Bologna, e, come si seguitava a parlare d’una eminente rottura tra l’armate, così m’affrettai a partire a rischio di tutto. Prima d’arrivare a Pietramala, il mio legno si ribaltò, mentr’io dormiva saporitissimamente; onde io mi trovai, allo svegliarmi, in un tenerissimo letto di neve, per verità un poco troppo freddo, e col calessino addosso in loco di coperte, senza mezzo alcuno di uscirne. Era di notte, ma per buona ventura il cielo era serenissimo e splendeva la luna. Il mio auriga, vedendo il pericolo in cui io era,

Non cadde no, precipitò di sella

e, con un «affé di dua!» che gli veniva dal core, tagliò i tiratori del cocchio con maravigliosa prestezza, affine che il movimento de’ cavalli non mi soffocasse, e, confortandomi alla pazienza, corse a una casuccia poco distante per qualche assistenza, e, tornando in pochi minuti, coll’aiuto di due contadini gli venne fatto di trarmi illeso, ma interizzito e battendo la diana, da quella bolgia nevosa. Mi portarono a Pietramala più morto che vivo, dove la cortese ostessina, che mi riconobbe, mi pose subito in un buon letto, e, dopo avermi strofinato con della neve le gambe e le braccia per ben mezz’ora, mi fece bere dell’ottimo vin di Chianti e due o tre bicchierini d’alchermes, liquore squisito e di virtù prodigiosa, che non si fa che a Firenze, e in men di tre ore mi trovai in istato di ripartire. Ma il mio vetturino era ito a letto e aveva lasciato ordine all’oste di dirmi che il suo calesse ed i suoi cavalli non avrebbero potuto condurmi a Bologna senza pericolo, ch’io gli dessi quel che credeva giusto ed onesto pel viaggio fatto, e che mi provvedessi d’altra vettura.
Consigliommi allor l’oste di pigliar due cavalli, uno per me e l’altro per una guida che m’accompagnasse fino a Bologna, e al sorger del sole partii, avendomi l’oste stesso somministrati i cavalli e la guida. La bestia, ch’io cavalcava, non era più grande d’un somarello, ma docile e forte; sicché arrivai felicemente a Bologna verso la sera.

Lorenzo Da Ponte – Memorie (1799)

Dal libro LA FUTA – una strada nella storia, edizioni L’inchiostroblu, testi a cura di Maurizio Ascari, pubblicazione della Cassa Rurale ed Artigiana di Loiano

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