La Futa – una strada nella storia: pagine di viaggio – Jean-Michel Moreau de Bioul

Venerdì, 28 ottobre

Finiscono qui le belle pianure della Lombardia; cominciammo a salire le tristi montagne dell’Appennino. Per quanto appaiano estremamente aride, fanno la ricchezza dell’Italia. Senza di loro persino questo bel paese non sarebbe abitabile, dato che tutti i fiumi che lo bagnano vi traggono origine. Esse si estendono a partire dalle Alpi e traversano l’Italia in tutta la sua lunghezza, sino alla punta del reame di Napoli. Cosicché in tutti i paesi del mondo ci si avvede del fatto che la Provvidenza ha dato il tocco finale alla sua opera.
Le prime tra queste alture che si sono presentate ai nostri occhi non sono costituite che da terra o sabbia, e non vi crescono che pochissima erba e dei piccoli cespugli di ginepro e biancospino. I torrenti che scendono dalle montagne più elevate ne trascinano buona parte a valle, tanto che i rilievi, incavati in tutte le maniere, assumono le forme più pittoresche. I torrenti, d’altro canto, costituiscono letteralmente una massa fangosa, e, in un istante, un piccolo ruscello che si poteva passare con un balzo diventa un grande fiume. Si rimane qualche volta colpiti nel vedere su questi ruscelli dei ponti di una grandezza prodigiosa, che sembrano nei periodi di secca non essere di alcuna utilità. Ne ho visti alcuni che il duca di Modena sta facendo erigere attualmente su dei minuscoli torrentelli. Abbiamo passato i fiumi a guado, le ruote non affondavano nell’acqua di tre pollici.
Queste montagne, come le Alpi, sono poste le une al di sopra delle altre, al punto che quando se ne è salita una, se ne deve salire un’altra simile, e le più alte sono semplicemente quelle che occupano la posizione più elevata. Sono queste che con i loro alti picchi arrestano le nubi e distribuiscono le acque a destra e a manca.
In tutte queste alture si trovano delle strade magnifiche. Le povere capanne che compongono i villaggi annunciano la miseria degli abitanti. La popolazione ha un bruttissimo aspetto. Hanno tutti un’aria sinistra. Andammo a Messa nel villaggio di Pianoro. Nell’attendere che cominciasse, sostammo sul sagrato della chiesa, ove i contadini e le contadine dei dintorni erano al pari riuniti. Non ho mai visto gente più sporca; per darsi prova di amore e amicizia reciproca gli uomini e le donne si misero a cercare i pidocchi gli uni degli altri. È una prova di tenerezza che non si manifesta in altri paesi. Alla fine suona la Messa, al termine di un’ora e mezza che stavamo ad aspettarla. Nessuno degli abitanti aveva un libro di preghiere, ma tutti dei rosari, il che mi fece presagire che pochi sapessero leggere. Finita la Messa, ritornammo nel nostro albergo, che è certamente la più sozza bettola che si possa trovare. Il formaggio che formava la base del nostro pranzo somigliava a un pezzo di cemento; ci venne servita una presunta zuppa, che consisteva in maccheroni fatti con una farina tutta nera, bolliti unicamente nell’acqua, senza altro condimento che il formaggio detestabile di cui ho appena parlato, in confronto al quale il peggiore gras stoffé del nostro paese sarebbe parso un piatto delizioso. Era un venerdì, credo che da queste parti il Santo Padre sia d’accordo con gli albergatori per fare osservare ai viaggiatori la più stretta penitenza. Dormimmo nel villaggio di Lojano. La cena faceva perfettamente paio con il pranzo. I letti e tutto l’albergo erano della massima sporcizia. Regnava in quel momento a Bologna e dintorni una malattia epidemica, che vi imperversa quasi sempre, e non è altro che la galla; per evitarla feci togliere il materasso e dormii tutto vestito sulla paglia.

Domenica, 29 ottobre

Partimmo alle quattro del mattino. Ci trovammo in mezzo alla neve. Era caduta tutta la notte.
Il modo in cui si viaggia in Italia con i vetturini è estremamente fastidioso. Tuttavia è il male minore, o per meglio dire, non ce ne sono altri, poiché la posta, che costa il doppio, non conduce più veloce di loro. Bisogna fare un contratto scritto con questi vetturini e far loro carico de la spese, ovvero fare pagare a loro il vostro cibo e il vostro alloggio lungo la strada, e ciò per non essere vittima degli imbrogli degli albergatori, il che accade sempre quando hanno a che fare con dei viaggiatori. Una volta fatto il vostro contratto con il vetturino siete assolutamente alla sua mercè. Se non avete specificato il momento in cui volete partire, mangiare, etc., bisogna fare quello che vuole. È per questo che non ho potuto in generale fermarmi più di un istante nelle città che mi offrivano degli oggetti di grande curiosità. Avevo tuttavia a che fare con un uomo onesto, che ci conduceva nei migliori alberghi, quando ce n’erano, ma che ci faceva partire alle tre o alle quattro del mattino per fare sette o otto leghe al giorno. La sua vettura era la più scomoda che abbia sinora incontrato. Faceva freddo e fummo obbligati a chiudere i finestrini. Dico finestrini per farmi capire, poiché tutti i falegnami del mondo ne fabbricano di simili. Tre disgraziati cavalli attaccati alla balestra ci tiravano al passo. Hanno tuttavia preso tre volte il trotto nelle sessantadue leghe che abbiamo fatto insieme, grazie al grande gusto che il cavallo di testa aveva per le osterie, volendo entrarvi malgrado il cocchiere. Questi si spazientiva e ci faceva correre, frustandolo, per la portata di un colpo di fucile.
Le montagne degli Appennini sono coperte di castagneti che danno dei marroni deliziosi. Ho osservato che le specie di piante che crescono in queste montagne, per la vicinanza ai paesi caldi, hanno la foglia più spessa e più acquosa che altrove. Al contrario, nei paesi freddi le foglie sono piccole e secche. Ho trovato negli Appennini molte piante di elleboro, di ginestre di Spagna, e molte altre di cui ignoro il nome, alcune delle quali dal profumo delizioso. Ho raccolto, quando li ho trovati, i semi di alcune piante, tra gli altri quelli di un piccolo arbusto che ha delle spine molto pungenti e reca un frutto a forma di cappello rotondo: viene detto lo spino di Giudea. Ho visto qualche cipresso; la direzione dei rami di quest’albero è identica a quella dei pioppi d’Italia. Essendo le sue foglie quasi impercettibili esso non offre presa all’aria e non teme di essere sradicato in quelle montagne sabbiose che non hanno abbastanza consistenza per trattenere un pino agitato dal vento. Non si vede un solo castagno che avendo raggiunto una certa grossezza non si sia rotto. Allora soltanto danno molti marroni, ne hanno quasi tanti quante sono le foglie.
Alloggiammo in un’osteria a cinque leghe da Firenze, chiamata Tagliaferro, ove ci servirono per la prima volta delle donne. Cenammo con foglie di rapa cotte nell’acqua, insaporite con dell’olio. Il resto del cibo che ci venne servito in questa giornata e la pulizia degli alberghi non differivano dal giorno precedente.

Domenica, 30 ottobre

Le montagne si fanno sempre più coltivate mano a mano che ci si avvicina a Firenze. Vi si scorgono molte case di campagne, delle belle vigne piantate al mezzo di campi di grano, che tuttavia non si avvicinano a quelle che si vedono in Lombardia.
Ci sono numerosi viali di cipressi, albero che si presta molto a tale uso. Il suo aspetto è maestoso. Infine vidi Firenze sul fondo di una vallata, in mezzo a incantevoli pendii piantati a ulivi che formano dei quinconce, come i no­ stri frutteti. Il terreno ove sono piantati non potrebbe essere coltivato meglio, sia a ortaggi e vigneti che a grano.
Non ho mai visto altrove delle contadine abbigliate così elegantemente, oltre al fatto che esse sono per la maggior parte molto graziose. Portano i capelli raccolti sopra il capo, legati con un cordone dal quale pende un grosso ciuffo di lana rosso e in modo da lasciar ricadere una treccia di capelli; esse vi posano sopra un grande cappello di paglia guarnito di nastri color rosa, di festoni di garza e fiori finti. Portano un bustino che loro aderisce bene in vita. Il giro del collo è attorniato da una quantità di nodi e fiocchi. Le maniche sono attaccate a questi corsetti sulle spalle con nastri dello stesso colore e rimboccate allo stesso modo; ve ne sono ancora sulle calzature e sulla gonna. Sono sicuramente questi gli originali delle pastorelle che si vedono nei quadri.

Jean-Michel Moreau de Bioul – Viaggio in Italia attraverso la Svizzera e la Germania nel 1791 e 1792

Dal libro LA FUTA – una strada nella storia, edizioni L’inchiostroblu, testi a cura di Maurizio Ascari, pubblicazione della Cassa Rurale ed Artigiana di Loiano

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