La Futa – una strada nella storia: pagine di viaggio – William Beckford

William Beckford

William Beckford

13 Settembre, 1780

Al momento ho davvero ben poco da dire su Bologna (ove trascorsi solo due ore) eccetto che mostra di essere assolutamente di pessimo umore, avendo l’azione di un terremoto e del Cardinale Boncompagni messo a soqquadro sia il paese che la popolazione. Per sei mesi il terreno ha continuato a tremare; e per questi ultimi sei mesi, il legato e i senatori hanno brontolato e scribacchiato incessantemente; cosicché, tra le catastrofi naturali e quelle politiche, i Bolognesi devono aver passato un’estate davvero piacevole.
Difficilmente una situazione simile, può immaginare, avrebbe potuto indurmi a ritardare la partenza. Rimandai la consegna delle mie lettere a un’altra occasione, e procedetti, subito dopo avere pranzato, verso le montagne. Fummo ben presto nel mezzo di irte rocce e canaloni pietrosi, ove nella stagione invernale corrono diecimila rivoli, ma che riflettono nei mesi estivi ogni raggio del sole, ospitando la maggior parte degli scorpioni della regione.
Per molte penose leghe il panorama non fu costituito che da tetre collinette, inframezzate da distese incolte, più sterili e funeree di quelle nelle quali si ritirò Maria Maddalena. A volte un crocifisso o una cappella faceva capolino dalle felci e dalle erbe inaridite che ammantano queste desolate praterie. Di tanto in tanto incontravamo un pellegrino dagli occhi bovini, che si trascinava a fatica, con lo sguardo fisso in avanti, come se aspettasse soltanto la notte e l’occasione per avere un motivo in più per correre a Loreto.
Nel corso delle nostre tre o quattro ore di ascesa, la scena aumentò in sterilità e desolazione; ma, al termine della seconda posta, il paesaggio cominciò ad alterarsi in meglio: piccole valli verdi alla base di tremendi dirupi cominciarono ad apparire, cosparse di querce e rinfrescate da corsi d’acqua, che la nudità delle rocce sovrastanti faceva scaturire copiosamente. I fianchi di queste rocce sono costituiti in generale da massi grezzi e malformati; ma le sommità sono pianeggianti e verdi, e su di esse brucano in continuazione greggi di capre bianche, che nel momento in cui passammo li sotto stavano saltellando sul margine dei precipizi.
Mi unii a uno di questi vivaci assembramenti, le cui ombre si allungavano per il calar del sole sul prato. Sedetti in quel luogo alcuni minuti, mentre le bestiole mi scuotevano innanzi le barbe e tentavano di spaventarmi con le coma. Essendosi stancate di saltellarmi intorno e di caricarmi invano a testa bassa, l’intero branco trotterellò via, e io con loro. Mi condussero danzando di rupe in rupe e di macchia in macchia.
Si avvicinava rapidamente l’imbrunire, e spirali di fumo cominciarono a salire dalle misteriose profondità delle valli. Non ero al corrente di quali mostri abitassero queste solitudini e così abbandonai il mio inseguimento per timore che qualche Polifemo, o chissà chi altro, potesse farmene pentire. Mi guardai intorno, non vedevo la vettura; ma, udendo il nitrito dei cavalli in distanza, li raggiunsi ben presto, e salii un altro ripido pendio, dal quale la visuale spaziava su di un esteso tratto di precipizi e foreste.
Un vento gelato soffiava dai picchi più alti degli Appennini, producendo un lugubre fruscio nell’attraversare i boschi di castagni, sospesi al fianco della montagna, per i quali eravamo costretti a passare. Astraendomi dal rumore della vettura, cominciai a interpretare il linguaggio delle foglie, non con grande vantaggio mio o di qualunque altro essere vivente al mondo. Non ero profeta di fausti eventi, e se avessi richiesto un oracolo, come era costume per gli antichi visionari, mi sarei attirato delle disgrazie.
Per quanto tempo proseguii in questo strano umore non posso pretendere di dirlo; ma credo si fosse fatta mezzanotte prima che emergessimo dalla foresta oracolare, e scorgessimo debolmente dinanzi a noi un insieme di miserabili capanne, ove dormimmo. Questo disgraziato villaggio è sospeso sul precipizio di una montagna battuta dal vento, e ogni folata che tira lo scuote sino alle fondamenta. Al nostro arrivo, due megere si fecero avanti con delle lanterne, e ci invitarono, con un ghigno che ricorderò sempre, a un desco di mostarda e interiora di corvo, un piatto che ero ben timoroso di assaggiare, per timore che potesse mutarmi in qualche uccello notturno condannato a trascinarsi eternamente sugli sporti anneriti della capanna.
Dopo ripetute suppliche, ci procurammo qualche uovo e alcune fascine per fare fuoco. Avendo sistemato il mio giaciglio in un cantuccio caldo, caddi ben presto addormentato, e dimenticai tutte le pene e le inquietudini.

LETTERA XI

14 Settembre, 1780

Il sole non si era da molto levato sull’orizzonte quando ci mettemmo in cammino su di un lastricato roccioso, ricavato a forza di piccone da aspri dirupi e precipizi. Si vedeva a malapena qualche albero, e quei pochi che si presentavano alla vista cominciavano già a perdere le foglie. L’aria cruda e pungente di un simile deserto risparmia a fatica un filo d’erba; e nell’intera gamma di queste estese alture non potei scoprire un singolo campo di grano o un pascolo. Abitanti, potete immaginarlo, non ce n’erano. Sfiderei persino uno «Highlander» scozzese a procurarsi di che vivere in un terreno tanto inospitale.
Verso mezzogiorno avevamo superato la parte più tetra del percorso, e il panorama cominciò ad apparire più dolce. Il clima migliorava, così come la visuale, e dopo avere continuato a scendere per parecchie ore, vedemmo boschetti e villaggi nelle pieghe delle colline, e incontrammo una fila di muli e cavalli carichi di frutta. Acquistai alcuni fichi e pesche dalla piccola carovana, e apparecchiai il mio pasto sopra una panca, nel mezzo di cespugli di lavanda in piena fioritura.
Continuando il nostro percorso, dicemmo addio al reami della povertà e della desolazione, ed entrammo in . una valle coltivata, ombreggiata da clivi boscosi. Avanzammo serpeggiando tra loro, in mezzo a boschetti di pioppi e cipressi, sino alla tarda serata. Nel curvare attorno a una collina, scoprimmo Firenze in distanza, circondata da giardini e terrazze che si levavano gli uni sugli altri; la luna piena sembrava brillare con un fascino particolare su questa regione favorita dalla sorte. La sua luce serena sul grigio pallido dell’olivo conferiva un aspetto visionario al paesaggio, quasi si trattasse d’un Elisio, e mi dispiacque che le porte di Firenze mi escludessero da tutto questo.

William Beckford – Italia. Schizzi

Dal libro LA FUTA – una strada nella storia, edizioni L’inchiostroblu, testi a cura di Maurizio Ascari, pubblicazione della Cassa Rurale ed Artigiana di Loiano

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