La Futa – una strada nella storia: pagine di viaggio – Jean-Marie Roland de la Platiere

Jean-Marie Roland de la Platiere

Jean-Marie Roland de la Platiere

Non vedrò l’Adriatico che l’anno prossimo: non proseguo sulla Via Emilia per Imola, Faenza, Forlì, Cesena, Rimini, tutte città della Romagna. Il mio contratto per raggiungere Firenze attraverso Pietra-mala, effettuando il viaggio in due giorni e dividendo in due le spese, è di 4 zecchini, non compresa la Buona-mano, che mi riservo di regolare a Pietra-mala, di cui voglio vedere il vulcano a mio agio…

Lettera VIII

Lingua Toscana
In bocca Romana

Dopo avere proceduto in piano, in un’ eccellente contrada, per due o tre miglia, si entra in gole dapprima ben coltivate, coperte di vigneti e di alberi da frutta. Insensibilmente ci si alza, il terreno si fa più povero, la vigna scompare, le abitazioni sono rare: non ci sono più che castagneti.
Si osserva dovunque un’arenaria a grana grossa, che si distacca e forma una sabbia o un gesso molto crudo.
Qua e là ci sono alcuni montoni di cattiva razza, delle caprette, e dei suini di un rosso ardente, come in Svizzera; le genti stesse, nonostante questa strada sia molto frequentata, paiono risentire della povertà del luogo.
Pranzo a Loiano, villaggio a quindici o sedici miglia da Bologna, a nove o dieci da Pietra-mala, circondato da immense foreste di castagneti, cariche di frutti. Se c’è qualche piccolo angolo coltivato, è con del granturco ben magro.
Si sale sempre sino a giungere in vista di Pietra-mala, assisa sul rovescio della montagna. Dall’alto dell’anfiteatro di colline, in direzione della Lombardia, la vista si perde senza confini; ma dal lato opposto resta a lungo limitata.
La nebbia occupa già la cresta di queste alte cime; il vento la trasporta dall’una all’ altra, e noi ci siamo entrati valicandone una: improvvisamente mi sono sentito cogliere da un freddo glaciale; mentre il clima è mite sulle colline, e caldo nella pianura.
Queste montagne tuttavia non presentano nessuna di quelle irregolarità, nessuno di quegli orrori sì frequenti nelle Alpi; niente cadute d’acque, niente cascate, né caverne, né foreste nere, né precipizi, né rocce sospese e minacciose: il loro aspetto è piuttosto triste che spaventoso. Alcune, piantate qua e là, come se fossero spuntate all’improvviso, a causa di qualche vulcano antico come il mondo, hanno la sagoma di coni isolati.
Queste strade ci vengono descritte come estremamente sicure sia di giorno che di notte: gli abitanti hanno in effetti l’aria di buona gente; ma passano tanti stranieri in questo paese!
Ecco il primo ufficio della Toscana; non vi si propone affatto di ispezionarvi; vi si domanda del danaro. Non ho spiccioli, ho detto, si può ispezionare: mi hanno risposto che non ispezionano i Signori; ma che ne sperano una piccola graziosità. Ho rinviato l’incontro all’albergo, ove non hanno mancato di arrivare all’ora di cena. Un mezzo paolo mi è valso i più umili ringraziamenti da parte di due grandi ragazzotti, forti e vigorosi, ma molto malleabili alla vista del denaro. È singolare come la gente ne sia innamorata in questa zona! tutti ne vogliono, tutti domandano su questa strada. Scoprite da lontano della gente vivace e arzilla; vi avvicinate? eccoli che prendono un’aria miserabile! un tono pietoso! giurereste che siano vittime di un malefizio.

Ma questa è una finzione,
Per ingannar le persone.

Vi perseguitano con un accanimento; vi raccontano delle storie… in verità …

È una cosa che fa ridere
Il sentir la povertà!
Illustrissimo Signore,
Cavalier benefattore
Per la vostra nobiltà,
Fate a noi la carità! …
È una cosa che fa ridere
Il sentir la povertà.

Uscivo da una gola, sono rientrato in un altra; ed eccomi a Taglia-ferro ove ceno, a venti miglia da Pietra-mala e dodici da Firenze.
Tra le molte vetture, ne ho incontrata una equipaggiata con quattro muli, e piena di Inglesi, prezzo stabilito da Firenze a Calais. Molti Fiorentini fanno il mestiere di vetturino, vi trasportano dovunque vogliate, e stanno qualche volta dai sei, ai sette, agli otto o dieci mesi di seguito lontano da casa. Non si servono molto di cavalli; ma i loro piccoli muli, che non trottano affatto, hanno il passo molto veloce. Questi animali richiedono meno cure, meno fieno, e sono utilissimi, soprattutto per la montagna.
Per il servizio del paese, si viaggia molto comunemente con degli asini (ahi Pippo!) che sono qui di dimensioni mai viste altrove; alti, forti, vigorosi, agili tuttavia, e belli a vedersi: asini garbatissimi. Noi abbiamo ben degli asini in Francia, ma non della prestanza di questi.
All’incirca a sette miglia da Pietra-mala, dopo essere a lungo discesi, ed essere saliti ancora di più, si giunge a un’altura che unisce due creste di montagne, e si può considerare la sommità degli Appennini, in questa loro parte. Si apre in quel luogo un’immensa vallata, attraverso un gran numero di montagne più basse sulle quali soffia sempre un forte vento. Esse erano occupate da una nebbia leggera, ma così fredda che non ne ho mai sentita una altrettanto pungente dopo il San Gottardo. È il punto in cui d’inverno è più difficile transitare, sia per la forza del vento e il rigore del freddo, che colgono all’improvviso, sia per le nevi, che rendono il cammino periglioso e incerto.
La natura non è completamente morta su queste alture, ma quanto è tormentata! Si vedono a Nord, dove il vento soffia continuamente, alcuni alberi completamente curvi, che vegetano orizzontalmente, con sforzo e languore, nella medesima direzione.
Poco a poco essa si mostra meno matrigna, e si scorge qualche castagno, delle querce, della felce, degli arbusti; si incontrano ugualmente qualche vacca, dei maiali rossi, nessun montone, ma delle capre. Gli animali dormono nei boschi, gli uomini fanno pressappoco lo stesso.
Si scende quindi per quattro miglia, in un vasto bacino ove si trovano molte vigne, il terreno al di sotto delle quali è coltivato, piantate in linea retta, per filari separati da quindici a venti passi, e arrampicate come delle coltivazioni di luppolo. Pareva fossero in parte defogliate, per fare maturare l’uva, che in queste zone non è ancora pronta: è tutta rossa.
Si cominciano a trovare degli olivi e dei gelsi, ma di costituzione debole; dei fichi anche, e altri alberi da frutta; diverse case di campagna, con qualche cipresso attorno. Quest’albero è anche la caratteristica, tra l’altro, della Delizia di Cafaggiuolo, appartenente al Granduca, dove egli tuttavia non si reca mai.
Rientrato in montagne più umili delle precedenti, sono arrivato, in meno di una lega, in una locanda, ove ho mangiato per cena degli eccellenti fichi, ma come sempre dei detestabili funghi! Puh, che robba! che indiavolata robbaccia!
Adesso, ogni qualche lega, si trovano degli alberghi molto buoni; sempre il riso, i polli bolliti, arrosti o in fricassea, maledetti, quanti sono! Negli Appennini, come nelle Alpi, non c’è altra frutta oltre a quella che viene servita: questa gente dà quello che ha, e sempre a sufficienza. Anche se si pagasse più caro non si otterrebbe nulla di meglio; è forza il contentarsi.
Di tanto in tanto, la montagna è coltivata; poi, infine, si arriva su di un’altura dalla quale si scoprono poco a poco i dintorni dell’antica Foesula, le ricche colline della valle ove scorre l’Amo, e la città di Firenze al centro. Tutte queste colline sono coperte di case di campagna, vigne, fichi, olivi, gelsi, con qualche cipresso. Il paesaggio è estremamente vario e piacevole, e la discesa ben selciata. In basso, tra una casa di campagna del principe e la porta della città, è posto un arco di trionfo, nella direzione della porta, sotto il quale si doveva passare; ma gli si gira intorno per riguardo, come coloro che non si servono dei loro mobili per paura di sciuparli.

Jean-Marie Roland de la Platiere – Lettere scritte dalla Svizzera, dall’Italia, dalla Sicilia e da Malta 1776, 1777 e 1778

Dal libro LA FUTA – una strada nella storia, edizioni L’inchiostroblu, testi a cura di Maurizio Ascari, pubblicazione della Cassa Rurale ed Artigiana di Loiano

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