La Futa – una strada nella storia: pagine di viaggio – Giacomo Casanova

Giacomo Casanova

Giacomo Casanova

(1761 circa)

La Corticelli aveva una mantelletta foderata di buona pelliccia, ma il pazzo che la rapiva non aveva neppure un mantello. Il vento era freddissimo e ciononostante non volli mai fermarmi. Avevo paura d’essere seguito e di vedermi obbligato a tornare indietro, il che mi avrebbe causato la più crudele di tutte le mortificazioni. Uno scudo per bere che avevo dato al postiglione lo faceva andare ventre a terra. Sulla cima dell’Appennino credetti che il vento mi avrebbe portato via, ma nulla ebbe la forza di fermarmi, eccetto i tre o quattro minuti necessari a cambiare i cavalli. I postiglioni mi credevano un principe che rapisse la giovane. L’idea di passare per una ragazza rapita fece ridere più volte a gola spietata questa pazzarella per tutte le cinque ore che impiegammo a fare quaranta miglia. Partimmo da Firenze alle otto e non mi fermai che un’ ora dopo mezzanotte a una posta di proprietà del Papa, e dove non avevo più nulla da temere. Il nome di questa posta era «Scaricalasino». Questo nome fece ridere la mia pazzarella e salimmo. Tutti in casa dormivano, ma il baccano che feci e tre o quattro paoli che distribuii subito ai garzoni fecero sì che mi fosse acceso del fuoco e che si mettessero in movimento tutti per darmi da mangiare. Morivamo di fame e di freddo. Ci dissero che non c’era niente da mangiare, ma mi feci beffe dell’oste. Aveva del burro, uova, maccheroni, riso, formaggio parmigiano, pane e del buon vino. E l’animale non vedeva che avevamo quanto era necessario a un pasto eccellente. Mi feci obbedire e dare un letto che stupì l’oste perché per farlo l’obbligai a disfarne quattro. La Corticelli, mangiando come una disperata, quando diceva «che dirà la mamma?» era presa da un riso folle, tanto che sembrava dovesse morirne.
Ci mettemmo a letto alle quattro dopo aver dato ordine d’essere svegliati all’arrivo di una vettura inglese a quattro cavalli. Rimpinzati di maccheroni come eravamo e pieni di Chianti e di Montepulciano non ci venne desiderio di fare all’amore e quando ci svegliammo furono ben poca cosa le nostre follie. Era l’una dopo mezzogiorno, pensammo a mangiare e l’ospite, in virtù dei miei ordini, ci diede un ottimo pasto. Ma quando sopraggiunse la notte e non vidi arrivare il mio equipaggio cominciai a pensare a quello che poteva essere successo. La Corticelli tuttavia non voleva sentir nulla di triste. Dopo cena mi misi a letto, deciso, se i miei non fossero arrivati nella notte, a mandare a Firenze il figlio del mastro di posta. Non arrivarono e mandai un espresso a Costa per sapere tutto, giacché nel caso di qualche violenza mi sarei deciso a far ritorno a Firenze in persona, nonostante la Corticelli, cui questo ritorno sarebbe spiaciuto molto.
L’espresso che mandai partì a mezzogiorno e ritornò alle due per dirmi che i miei sarebbero arrivati in meno di un’ora. Il mio equipaggio veniva con cavalli da carrozziere ed era seguito da un calesse a due cavalli su cui erano una vecchia e un ragazzo.
«È la mamma», dice la Corticelli. «Oh! quanto rideremo! Bisogna prepararle bene da mangiare e lasciare che racconti tutta questa storia sorprendente di cui si ricorderà fino alla morte».
Costa mi dice d’aver tardato ventiquattro ore causa il fatto che l’auditore, per vendicarsi d’aver io disprezzato i suoi ordini, aveva mandato a dire alla posta di rifiutare cavalli ai miei, ma che un certo Agresti non obbedendo a quest’ordine gliene aveva dati quattro, impegnandosi a farlo giungere a Bologna in due giorni e mezzo. Ma ecco la solfa della signora Laura che riempì di gioia l’animo della figlia:
«Ho preparato da mangiare come mi avete ordinato e ho speso più di dieci paoli come vedrete, e che mi restituirete, perché sono una povera donna. Ma pensate di grazia alla mia angoscia quando vidi passare le ore una dietro l’altra senza vedervi rientrare. A mezzanotte mandai mio figlio da Vannini per aver vostre notizie e immaginatevi il mio dolore, giacché sono madre, quando mio figlio tornò dicendo che al vostro albergo non si sapeva nulla di voi. Ho passato la notte senza mettermi a letto e al mattino sono andata alla giustizia lamentando il rapimento di mia figlia e chiedendo che vi si inseguisse per obbligarvi a restituirla. Ma, indovinate: si sono burlati di me, mi hanno detto che non dovevo lasciarla uscire di casa con voi senza venire anch’io. Cos’è la calunnia!» «Calunnia?», dice la Corticelli.
«Certo, perché era come dirmi che ero stata consenziente al rapimento, il che gli sbirri non potevano pensarlo, giacché se avessi acconsentito non sarei andata da loro a chieder giustizia. Dopo sono andata dal dottor Vannini dove ho trovato il vostro cameriere, il quale mi ha assicurato che eravate andati a Bologna dove vi avrei trovato se avessi voluto partire al seguito del vostro equipaggio, e voi pagherete, spero, quello che ho pattuito con il vetturino. Ma permettete che vi dica che quanto avete fatto va oltre i limiti dello scherzo».
La consolai assicurandola che avrei pagato tutto. Partimmo il giorno dopo e arrivammo di buon’ ora a Bologna …

Giacomo Casanova – Storia della mia vita (1761 circa)

Dal libro LA FUTA – una strada nella storia, edizioni L’inchiostroblu, testi a cura di Maurizio Ascari, pubblicazione della Cassa Rurale ed Artigiana di Loiano

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