La Futa – una strada nella storia: pagine di viaggio – Johann Caspar Goethe

Johann Caspar Goethe

Johann Caspar Goethe

LETTERA XXXVI

Venezia, alli 6 Giugno 1740

Risolto dunque di partir da Firenze il 20 di Maggio, per non esser intrigato, e conseguentemente più spicciato nel passar gli orribili monti Fiorentini, continuazione dell’Appennino, mandai innanzi le mie robe con muli sin a Bologna, e presi col mio domestico la posta a cavallo. Non molto distante da Firenze cominciammo a salir così pian piano, che non potetti contenermi di dir che facevamo posta straordinaria sulla lumaca. Quando venivamo in una stazione, raramente vi erano cavalli, e, se ve n’erano, il loro padrone non s’affrettava mica nel dar loro la biada e condurli all’abbeveratojo, come se nessuno vi fosse che li domandasse; e più si rimproverava simil lentezza, più cresceva la malizia di costoro, i quali fanno a modo loro. Basta; ci voleva un animo avvezzo alla pazienza, e danari, mentre di rado sono contenti colla tassa, non ostante la quale sopraffanno i viandanti, in spezie se un particolare fa la strada: ma, poter di Bacco, vedendomi tra gente impulita, ruvida e dura, come gli scogli tra i quali vivono, pensai far meglio usar civiltà, invece di oppormi, ed accomodarmi alla loro ingiustizia, che pur poco importava. Onde ho superato molte inconvenienze, e Dio lodato che fra tanti incomodi e pericoli vedomi contento e sicuro. Avendo poco tempo di residuo per il dì dell’Ascensione, fui costretto a viaggiar notte e giorno. E andar di notte tra balze orribili nell’oscurità certo avrebbe impaurito l’uomo il più intrepido. Ed infatti mi accadde un caso che racconterò a V.S. Facendo dunque strada di giù in su, mentre una grandissima oscurità, il postiglione che andava avanti col mio domestico, il mio ronzino si fermò in un subito, e non ostante le spronate non voleva passare oltre. Egli brussava fuor del suo solito, e quel che mi fece quasi perder un pochetto l’animo fu il chiamar ad alta voce gli altri due, nessuno mi rispondeva. In somma questi, non sentendomi dietro di loro, da se stessi ritornarono per cercarmi, e, raggiuntomi, il mio cavallo riprese il libero passo. Sicuro, non so che pensare. Non vorrei esser posto fra i troppo creduli in certa materia. Ma dall’altro canto peccherei forse, se mi ostinassi in negarle assolutamente gli spettri, giacché il fatto accadutomi è indubitabile. Una sola circostanza mi fa dubitar dell’avventura, e si è la notte oscurissima, ch’appena rendeva visibile la testa del cavallo, per conseguenza mi potevo facilmente ingannare, immaginandomi cose che non erano, giacché all’arrivo del postiglione e del servo il mio cavallo proseguì la strada. Ma, se vogliamo credere al postiglione, uomo pratico di questo luogo, il qual dice esser poco sicuro, bisogna dir anche che l’accadutomi sia provenuto da quello che fa tanto ridere gl’increduli; con tutto ciò sarò sempre dubbioso.
A mezzanotte arrivammo in una stazione chiamata Fiorenzuola, ch’era nella sommità di queste montagne, consistendo in una sola casa, ove fece d’uopo restar sin all’alba, con mio grandissimo incomodo, merceché la stanza, quantunque un poco elevata dalla stalla de’ cavalli ed altri animali, ma aperta da una banda, in maniera di galleria, onde le esalazioni animalesche giungevano fin a noi. Fu poi gran fortuna la mia, che non ebbi molt’appetito, perché sarei stato miseramente appagato. All’incontro ebbi caro il sonno, e, quando io dormivo, il lacchè faceva la guardia, e così alternativamente passammo la notte, non trovando altro per confortare lo stomaco che un bicchiere d’acquavita.
Da questo albergo magrissimo partimmo all’alba, con una nebbia che ci toglieva la vista dei dintorni, che probabilmente avrebbero dato diletto a gli occhi con uno spettacolo incomparabile Da questa dunque accompagnati, discesimo pian piano, e più si avanzava tra le orride e penose montagne, più chiara diventava l’aria e ci rendeva visibile tutta la campagna vastissima di Bologna colla città medesima. Fu Domenica che vi entrai galoppando, verso mezzodì, e perché si aspettava la novella d’un altro Papa eletto, fummo presi per i portatori di essa, onde correva il popolo nelle strade per le quali passavamo, il che ci diede uno spettacolo fuor di modo: ma, informato del contrario, ciascun si ritirò.

Johann Caspar Goethe – Viaggio in Italia (1740)

Dal libro LA FUTA – una strada nella storia, edizioni L’inchiostroblu, testi a cura di Maurizio Ascari, pubblicazione della Cassa Rurale ed Artigiana di Loiano

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