La Futa – una strada nella storia: pagine di viaggio – Michel Eyquem De Montaigne

Michel de Montaigne

Michel de Montaigne

La Domenica [Montaigne] aveva deliberato di incamminarsi a sinistra verso Imola, la marca d’Ancona e Loreto, per raggiungere Roma; ma un tedesco gli disse di essere stato derubato dai banditi nel ducato di Spoleto. Così prese a destra in direzione di Firenze. Ci gettammo improvvisamente in un cammino aspro e paesi montuosi, e giungemmo la sera a LOIANO, sedici miglia, piccolo villaggio assai scomodo. Non vi sono in questo villaggio che due ostelli, famosi tra tutti quelli d’Italia per i tradimenti che vi si operano ai danni dei passanti, cui [gli osti] fanno quantità di belle promesse di tutte le sorte di comodità, prima che mettano piede a terra, per burlarsene una volta che li hanno alla loro mercé, del che esistono proverbi pubblici.
Ne partimmo di buon mattino l’indomani, e seguimmo fino a sera una strada che, per la verità, è la prima del nostro viaggio che si possa dire scomoda e selvaggia, e attraverso montagne più aspre che in alcun’ altra parte del nostro viaggio giungemmo la sera a SCARPERIA, ventiquattro miglia. Piccola cittadina della Toscana, ove si vendono astucci e forbici, e simili mercanzie.
[Montaigne] traeva il massimo gusto dalle dispute degli osti. Hanno questo costume, di inviare qualcuno incontro agli stranieri a sette o otto leghe di distanza scongiurandoli di prendere alloggio presso di loro. Troverete spesso l’oste medesimo a cavallo, e in diversi luoghi svariati uomini ben vestiti che vi aspettano in agguato; e per tutta la durata del cammino, egli, che li voleva lusingare, si lasciò piacevolmente intrattenere con le diverse offerte che ciascuno gli faceva, e non v’ è niente che non promettano . Ve n’era uno che gli avrebbe offerto una lepre in dono se solamente avesse voluto visitare la sua casa. Le loro dispute e le loro contestazioni s’arrestano alle porte delle città, e non osano più proferire parola. Di solito vi offrono una guida a cavallo a loro spese, per condurvi e portare parte del vostro bagaglio fino agli alloggi in cui vi recate; cosa che fanno sempre, e pagano a loro spese. Non so se vi siano obbligati da qualche ordinanza a causa dei pericoli delle strade.
Sin da Bologna avevamo conteggiato quanto avevamo da pagare e da ricevere a Loiano. Dietro consiglio delle genti dell’oste ove alloggiavamo e di altri luoghi, [Montaigne] inviava qualcuno di noi a prender notizie di tutti gli alloggi, dei viveri e dei vini, e a sentire le condizioni, prima di scendere da cavallo, e accettava le migliori; ma è impossibile fare un capitolato così preciso da sfuggire ai loro imbrogli: poiché o vi fanno mancare la legna, o la candela, o la biancheria, o il fieno che avete dimenticato di specificare. Questa strada è piena di passanti; poiché è la strada principale e ordinaria per Roma.
Fui colà avvertito di una sciocchezza che avevo fatto, avendo dimenticato di osservare, dieci miglia di qua da Loiano, a due miglia dalla strada, la cima di una montagna dalla quale, con il tempo piovoso e i temporali, si vede uscire di notte una fiamma di grande altezza; e colui che mi narrò il fatto mi riferì che in seguito a grandi scosse ne escono a volte dei pezzetti di monete recanti delle effigie. Sarebbe stato bene vedere di cosa si trattava. Partimmo l’indomani mattina da Scarperia avendo il nostro oste come guida, e percorremmo una bella strada tra parecchie colline popolate e coltivate. Deviammo dal cammino alla mano destra all’incirca per due miglia per vedere un palazzo che il Duca di Firenze vi costruisce da una dozzina d’anni, e per abbellire il quale impiega tutti i suoi cinque sensi. Sembra che di proposito abbia scelto un luogo scomodo, sterile e montuoso, e addirittura senza sorgenti, per avere l’onore di andarle a cercare a cinque miglia di distanza, e la sabbia e la calce ad altre cinque miglia. È un luogo quello ove non vi è nulla di piano. Si gode la vista di parecchie colline, che è la forma universale di questa regione. La dimora si chiama Pratellino. L’edificio è trascurabile, a vederlo da lontano, ma da vicino è molto bello, sebbene non quanto i più belli della nostra Francia. Dicono che vi siano centoventi camere mobiliate; ne vedemmo dieci o dodici delle migliori. I mobili sono gradevoli, ma non magnifici.
Vi è di mirabile una grotta con varie nicchie e stanze, la quale supera tutto ciò che abbiamo mai visto altrove. Essa è incrostata e formata ovunque da una materia che dicono essere portata da qualche montagna, e che è stata tutta cucita con dei chiodi in maniera impercettibile. L’azione dell’acqua causa non soltanto musiche e armonie, ma persino il movimento di diverse statue e porte a varie ante, animali che vi si immergono per bere, e cose simili. A un sol tocco, tutta la grotta è piena d’acqua, tutti i sedili vi spruzzano acqua nel sedere; e fuggendo dalla grotta, salendo le scalinate del castello, sprizzano da ogni due gradini di questo scalone, ideato per dare piacere, mille fili d’acqua, che vi bagneranno fino alla sommità dell’edificio. La bellezza e la ricchezza di questo luogo non si possono rappresentare elencandole. Al di sotto del castello vi è, tra le altre cose, un viale largo cinquanta piedi, e lungo cinquecento passi circa, ch’è stato spianato con grande spesa; ai due lati vi sono dei lunghi e bellissimi corrimano in pietra da taglio, ogni cinque o dieci passi; lungo questi corrimano dei rivoletti d’acqua sgorgano dal muro, di modo che questo è punteggiato di getti d’acqua per tutta la lunghezza del viale. In fondo vi è una bella fontana che versa in un grande bacino tra­ mite la condotta di una statua di marmo, raffigurante una donna che fa il bucato. Essa torce una tela di marmo bianco, dalla quale gronda l’acqua, e al di sotto vi è un altro bacino, ove sembra vi sia dell’acqua che bolle per il bucato. Vi è anche, in una sala del castello, una tavola di marmo con sei posti, a ognuno dei quali, sollevando un coperchio di marmo a mezzo di un anello, corrisponde un incavo praticato nella suddetta tavola. In ciascuno di questi sei incavi scaturisce un getto di viva fonte, perché ognuno vi rinfreschi il suo bicchiere, e ve n’è nel mezzo uno grande per mettervi la bottiglia. Vedemmo anche dei buchi molto larghi nel terreno, ove si conserva una grande quantità di neve tutto l’anno, distesa su di una lettiera di stecchi di ginestra, il tutto ricoperto di paglia di segala disposta ben alta a forma di piramide, come una piccola capanna. Vi sono mille serbatoi, e si costruisce il corpo di un gigante, il cui occhio ha un’apertura di tre cubiti, essendo il resto proporzionato sul medesimo, da cui uscirà acqua in grande abbondanza. Vi sono mille vivai e stagni, e tutto ciò tira acqua da due fonti, per infiniti canali. In una bellissima e grande voliera vedemmo degli uccellini, simili ai cardellini, con due lunghe piume nella coda, come quelle di un grosso cappone. Vi è ancora una singolare stufa per bagni a vapore. Ci fermammo colà per due o tre ore, e poi riprendemmo il nostro cammino giungendo per la sommità di alcune colline a [Firenze].

Michel Eyquem De Montaigne (1533-1592) – Diario di viaggio di Michel de Montaigne in Italia nel 1580 e 1581

Dal libro LA FUTA – una strada nella storia, edizioni L’inchiostroblu, testi a cura di Maurizio Ascari, pubblicazione della Cassa Rurale ed Artigiana di Loiano

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