La Futa – una strada nella storia: nascita e morte del «Grand Tour»

Grand TourNel corso del Cinquecento, ai tanti viaggiatori scesi in Italia per motivi di carattere religioso si andò affiancando un numero sempre maggiore di aristocratici e dotti, che convergevano da tutta Europa verso il nostro Paese per entrare in contatto con una civiltà, erede del mondo classico, a cui il fiorire dell’Umanesimo e del Rinascimento sembrava avere restituito l’antico splendore. La rinascita culturale diede inizio a una serie di viaggi di istruzione, che indirizzavano il flusso dei viaggiatori non più alla sola meta romana, ma altresì verso le città sedi di atenei famosi, quali Padova, Bologna e Siena.
Parallelamente a questo rinnovato interesse per la civiltà italiana cominciò ad affermarsi quel fenomeno che avrebbe assunto il nome di «Grand Tour». Si trattava di un viaggio di formazione che i giovani rampolli delle famiglie aristocratiche e facoltose intraprendevano per conoscere i diversi Paesi dell’Europa continentale, primo fra tutti la nostra penisola. Questo costume si diffuse con maggiore facilità presso la nobiltà francese, laddove altri popoli si mostrarono in un primo tempo restii a fare dell’Italia la meta di un viaggio educativo. I motivi erano principalmente di carattere religioso. Nei paesi protestanti, infatti, era in atto una campagna antipapista che dipingeva la nostra nazione come la patria di ogni nefandezza e immoralità. Tali pregiudizi venivano riassunti da proverbi dell’epoca, volti a dissuadere i viaggiatori dall’avventurarsi in Italia con il pericolo di dannarsi l’anima. Ricordiamo tra questi il motto «Tedesco italianato è diabolo incarnato», echeggiato dagli Inglesi, che lo riferivano a loro volta ai propri connazionali. Fu proprio la diffusione dei diari dei viaggiatori più illuminati a contribuire al superamento di tali pregiudizi.
Al di là delle attrattive dovute alla cultura e alla civiltà italiana, le peculiarità paesaggistiche e climatiche della penisola, così singolari nel panorama europeo, ne facevano agli occhi dei visitatori nordici un Paese «esotico», o meglio un vero e proprio «Paradiso terrestre».
Un ulteriore elemento era in gioco: il gusto dell’avventura. L’Italia veniva considerata all’epoca fonte di infinite tentazioni, il che non poteva mancare di esercitare un certo richiamo su adolescenti da sempre soggetti al rigoroso controllo della famiglia e delle istituzioni. Lo stesso pericolo dei banditi e le difficoltà materiali del viaggio non facevano che incrementare il fascino dell’impresa.
Nel passaggio dal Seicento al Settecento si verificò un progressivo aumento del numero dei visitatori, al punto che alcuni studiosi individuano in quest’ultimo secolo gli albori di quel fenomeno che chiamiamo oggi turismo, limitato, beninteso, alle classi aristocratiche e alle élites culturali. Le strade del nostro Paese venivano percorse non solo da Francesi, Inglesi e Tedeschi, ma da Olandesi, Scandinavi, Polacchi, .Ruspi, e persino dai primi Nordamericani. E come l’automobile di ogni buon turista dei nostri tempi rigurgita di carte geografiche e guide Michelin, così nei bauli di coloro che ci hanno preceduto trovavano posto graziosi libricini di formato ridotto (si poneva gran cura nel renderli concisi e maneggevoli): gli antenati delle moderne guide di viaggio. Essi contenevano in un primo tempo solo l’indicazione dei diversi itinerari e poche altre informazioni, ma in seguito si andarono arricchendo di cartine stradali, dizionarietti con la traduzione nelle diverse lingue europee dei termini più utili per trattare con osti e vetturini, e tabelle destinate a chiarire i complicati rapporti tra i sistemi di misura e monetari adottati nei diversi paesi – di particolare importanza per chi si spostava nella nostra penisola, che risultò suddivisa sino alla fine dell’Ottocento in una miriade di staterelli e nella quale nemmeno le ore del giorno venivano conteggiate in modo univoco.
In campo artistico l’ormai consolidata abitudine di viaggiare fu accompagnata dalla fioritura della letteratura odeporica – ovvero di quella categoria di testi nei quali i viaggiatori narrano le loro imprese – e dall’affermazione di un particolare genere pittorico: il vedutismo. Come i turisti di oggi acquistano cartoline e poster, i ricchi viaggiatori del Settecento facevano incetta di dipinti raffiguranti città e paesaggi, firmati talvolta da artisti del calibro di Gaspare Vanvitelli, Canaletto e Francesco Guardi.
Fu in quest’epoca che maturò un importante mutamento di gusto. Mentre i giudizi dei viaggiatori cinquecenteschi risultavano condizionati da un canone di bellezza razionale, che si concretizzava nell’apprezzamento delle campagne coltivate, della pianura, dei monumenti della civiltà classica, nel Settecento si pervenne a un’inversione di tendenza, segnata dalla nascita dell’aggettivo pittoresco. Pittoresche erano le cascate, le rocce, i dirupi e i vulcani, gli scenari naturali in breve, alla creazione dei quali uomo non ha posto mano. L’interesse dei viaggiatori per il paesaggio appenninico non poté che risultare accresciuto da questo mutamento di prospettiva. Ne siano testimoni le pagine che autori quali de Sade dedicano al celeberrimo vulcano di Pietramala, meraviglia (dovuta all’esalazione di gas naturale) della quale non resta oggi che un distributore per autoveicoli recante la scritta Metano a colonnetta.
Nell’Ottocento i «turisti» attraversarono sempre più numerosi i valichi delle Alpi e degli Appennini, anche se l’esotismo delle montagne italiane cominciò a perdere presa su chi, come Théophile Gautier, si era avventurato in altri continenti. L’avvento della ferrovia fece poi sì che un buon numero di viaggiatori, preferendo la comodità al pittoresco, scegliesse di spostarsi in treno, magari di notte, per non perdere tempo. L’epoca dei viaggi in carrozza, delle locande malfamate, delle dogane e dei banditi era finita. L’era del «trasporto veloce» si stava affermando con prepotenza e i nostalgici dei tempi andati, prendendo in mano un libro di viaggio che risuonava di fruste schioccanti e delle grida dei vetturini, si accorsero per la prima volta che il presente di ieri era già divenuto un lontano irraggiungibile passato.

Dal libro LA FUTA – una strada nella storia, edizioni L’inchiostroblu, testi a cura di Maurizio Ascari, pubblicazione della Cassa Rurale ed Artigiana di Loiano

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