32 anni fa: il 17 marzo 1981 viene trovata in una villa di Licio Gelli la lista degli appartenenti alla P2

Licio Gelli ai tempi dell'esplosione del caso P2

Licio Gelli ai tempi dell’esplosione del caso P2

La loggia massonica coperta Propaganda 2 – divenuta poi nel linguaggio corrente la P2 – assurse agli onori delle prime pagine e dei notiziari televisivi poco dopo la metà di marzo del 1981. Il 17 di quel mese la Guardia di finanza aveva eseguito una serie di perquisizioni a tappeto nella villa Wanda di Arezzo, proprietà di Licio Gelli, e nelle sedi delle società Giole e Socam di Castiglion Fibocchi, alle cui attività il Venerabile era largamente interessato. I finanzieri avevano agito per disposizione dei magistrati milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo – il secondo apparterrà, negli anni Novanta, al pool di «Mani pulite» ­ che intendevano far luce sulla bancarotta di Michele Sindona, con i suoi strascichi granghignoleschi e criminali. Risultava ai magistrati, infatti, che Sindona aveva avuto frequenti rapporti con Gelli.
La Finanza non immaginava certo di qual calibro sarebbero state le scoperte che a Castiglion Fibocchi l’attendevano: vi fu rinvenuta infatti tutta la documentazione della P2, con i registri degli iscritti, attestanti la posizione che ciascuno di loro occupava in seno all’organizzazione, e con altro materiale non meno sconvolgente, ben ordinato in buste e cartelle. 962 erano i nomi elencati, incluso un gruppetto di aspiranti all’iniziazione che avrebbero dovuto conseguirla il successivo 26 marzo. Fu subito chiaro che quella non era una loggia qualsiasi: per la sua segretezza, ma anche per la qualità o gli incarichi di gran parte degli affiliati.
In sé, l’appartenenza a una loggia massonica non era illegale, né immorale, né sospetta. Ma la P2 era, e lo si sapeva da tempo – seppure in una cerchia ristretta d’attenti lettori di settimanali o d’addetti ai misteri del potere – una entità speciale, cui si addiceva la fama di tenebrosità che la leggenda nera attribuisce alla massoneria. Basterà citare L’Espresso del 29 maggio 1977 che scriveva: «Loggia P2 … È il nucleo più compatto e poderoso della massoneria di Palazzo Giustiniani: ha 2400 iscritti, la crema della finanza, della burocrazia, delle Forze armate, dei boiardi di Stato, schedati in un archivio in codice… Gelli, interlocutore abituale delle più alte cariche dello Stato (si vede spesso con Andreotti ed è ricevuto al Quirinale), è ascoltato consigliere dei vertici delle Forze armate, con amici fidati e devoti nella magistratura».
Ha spiegato Massimo Teodori in P2: la controstoria: «La loggia Propaganda 2 era un’antica struttura che accoglieva gli elementi più importanti e prestigiosi fin da quando, nel secolo decimonono, la massoneria aveva giuocato un ruolo centrale nelle vicende della storia nazionale. Dopo la seconda guerra mondiale, nel momento della ricostituzione della massoneria italiana incoraggiata e sostenuta dalla massoneria americana, era stata riorganizzata anche quella loggia speciale -la P2 – nelle cui liste venivano trasferiti gli elementi più in vista e coloro che dovevano restare particolarmente coperti e riservati, cioè non esposti al contatto con il popolo massonico». Un’istituzione, insomma, che per molti era discutibile – come la massoneria stessa, del resto – ma che rimaneva nell’ambito dell’ortodossia: quella dei codici italiani e quella dei codici di Palazzo Giustiniani.
Senonché nelle vicende della P2 s’inserì, per traviarla, il seduttore Licio Gelli: che ne fece il centro e il motore d’una serie di intrighi e di attività su cui la magistratura e il Parlamento italiano, nonché i mezzi d’informazione, si sono arrovellati per oltre un decennio, senza venirne soddisfacentemente a capo. Classe 1919 (21 aprile, Pistoia), Licio Gelli è figlio d’un mugnaio. Fu sempre un pessimo scolaro – un quattro perfino in cultura fascista, le sue pagelle confermano che si può essere perdenti a scuola e vincitori nella vita – e una testa calda. Sedicenne, aveva preso a schiaffi un professore: poiché Capanna e i sociologi permissivisti erano di là da venire, lo si espulse da tutte le scuole del Regno. Il reprobo, che aveva una gran voglia di menar di nuovo mani, ma non aveva più professori su cui sfogarsi, decise d’arruolarsi come legionario di Mussolini per la guerra di Spagna. Non aveva – diciassettenne appena – l’età: ma contraffece i documenti d’identità e fu destinato al 735mo  battaglione Camicie nere. Nei combattimenti di Malaga, il fratello Raffaello gli morì al fianco. Tornò a Pistoia nel 1939, reduce ventenne, e narrò a puntate la sua esperienza guerriera sul Ferruccio, il settimanale della locale Federazione fascista: puntate che poi raccolse in un volume (dodici lire il prezzo di copertina, cinquecento copie in tutto) dal titolo emblematico, Fuoco. Diventò quindi impiegato del Guf (l’organizzazione degli universitari fascisti) ma all’università non approdò mai. Il tentativo di strappare almeno un diploma in ragioneria, presentandosi come privatista agli esami, franò sotto una valanga di insufficienze. La scuola fascista aveva evidentemente un suo rigore: e non cedette alla suggestione dei nastrini iberici.
Richiamato alle armi dopo l’intervento italiano nel secondo conflitto mondiale Gelli «trascorse qualche mese a Torino nel 127 mo fanteria – ha raccontato Renzo Trionfera – facendosi più che altro ricordare per la familiarità con una gazza addomesticata, naturalmente ladra, mascotte del reggimento». Al giovanotto mancava una laurea, ma non il fegato, e la voglia di aggiungere altro fuoco di combattimento a quello già sperimentato e a quello libresco. Chiese di entrare nei paracadutisti e fu accontentato: ma alla scuola di Viterbo si fratturò un braccio durante un’esercitazione. Addio alle armi: venne messo in congedo illimitato.
Non restò in ozio. L’ex-federale di Pistoia, nominato prefetto di Cattaro, lo volle con sé, e lo nominò segretario del Fascio locale. Per sua fortuna, Gelli era in Italia quando fu annunciato, l’8 settembre 1943, l’armistizio. Lo si vide presto in giro dalle sue parti, al seguito dei tedeschi, imbaldanzito da una uniforme molto fuori ordinanza: camicia bruna, foulard al collo, pantaloni alla cavallerizza, stivaloni neri. Si spacciava per interprete dei tedeschi, con i cui comandi aveva indubbia familiarità: ma riesce difficile immaginare che cosa potesse interpretare, visto che di tedesco non sapeva una parola. Dava l’impressione d’essere un «repubblichino» dei più fervidi e accaniti, e in parecchi gli pronosticavano guai grossi, per il giorno in cui l’ultimo fascismo fosse definitivamente crollato, insieme al padrone nazista. Ma non avevano fatto i conti con la versatilità opportunistica – unita peraltro a un notevole coraggio – di cui il giovanotto era già capace. Mentre si pavoneggiava al fianco dei tedeschi faceva il doppio o triplo giuoco, aiutando i partigiani, e distribuendo loro i lasciapassare rossi della Kommandantur. Si avvaleva della sua autorità per bloccare interventi contro ebrei ed antifascisti, e forniva alle formazioni di Salò che rastrellavano la montagna indicazioni fuorvianti. S’era legato d’amicizia a Silvano Fedi, libertario e anarchico, intrepido comandante d’una formazione partigiana. Insieme liberarono dal carcere pistoiese di Villa Sbertoli una cinquantina di prigionieri politici, oltre ad alcuni ebrei.
Finita la guerra cominciò per Gelli una nuova vita, inevitabilmente anch’essa, come la precedente, all’insegna dei doppi tripli e quadrupli giuochi. Gelli fu autista-segretario del deputato democristiano Romolo Diecidue e gestì, senza troppa fortuna, una libreria. Ma nel contempo veniva sospettato dal Sifar d’essere un attivo collaboratore del Pci e di svolgere attività di spionaggio in favore dei Paesi dell’Est.
L’esistenza di questo affarista non molto fortunato e di questo avventuriero non affermato ebbe, nei primi anni Sessanta, una duplice importante svolta: Licio Gelli approdò, su raccomandazione d’un ex-compagno d’armi, alla Permaflex, la ditta di materassi a molle dove avrebbe costruito, per sé e per le sue iniziative, una solida base economica; ed entrò nella massoneria di Palazzo. Giustiniani – uno dei due maggiori rami in cui era divisa – guadagnandosi, con una rapidità sorprendente, la stima e la fiducia del Gran Maestro del momento, Giordano Gamberini, e del Gran Maestro aggiunto, l’avvocato Roberto Ascarelli. I quali gli affidarono, con la carica di segretario organizzativo, la loggia «coperta» che era il gioiello dell’organizzazione. Quando fu evidente che il materassaio toscano era diventato ingombrante, i vertici della massoneria di Palazzo Giustiniani (Lino Salvini aveva rimpiazzato Giordano Gamberini) non furono più in grado di sbarazzarsi di lui.
Licio Gelli e la sua loggia sono stati associati a tutti i misteri d’Italia, dal progetto di golpe del generale De Lorenzo del 1964 fino all’inchiesta siciliana del 1993 sui rapporti tra mafia e politica, e sul preteso coinvolgimento in essi di Giulio Andreotti. Ma il mistero dei misteri rimane l’ascesa e la crescita d’influenza di Gelli: nessuno, nemmeno un osservatore acuto come Gianfranco Piazzesi, ha potuto compiutamente e convincentemente spiegare come mai questo provinciale astuto, spregiudicato e intrigante (ma questa è merce umana che in Italia abbonda), intelligente senza esagerare, di mediocre cultura, di ricchezza modesta se raffrontata a quella dei veri ricchi italiani, sia diventato così influente da poter condizionare le Forze armate, i partiti politici, l’alta finanza, la stampa; e così leggendario da meritare, a torto o a ragione, che gli fosse attribuita una serie infinita di crimini, stragi e omicidi inclusi. Tutto questo senza che potesse contare sull’avallo e sull’aiuto d’una carica importante, o sul consenso popolare, o sul prestigio d’un nome impostosi per una qualsiasi ragione.
Un punto importante va stabilito fin dall’inizio. Quello della P2 non fu un potere millantato, Gelli non fu l’inventore d’un colossale bluff: la sua loggia ebbe un potere reale, e vasto. Era infiltrata nei vertici politici, burocratici, finanziari e giornalistici del Paese. Negli elenchi di Castiglion Fibocchi furono trovati i nomi di 119 alti ufficiali (50 dell’Esercito, 37 della Guardia di finanza, 32 dei Carabinieri); e inoltre 22 di dirigenti della Polizia, 14 di magistrati, 59 di parlamentari, 3 di ministri. E ancora: un giudice costituzionale, 8 direttori di giornali, 4 editori, 22 giornalisti, 128 dirigenti di aziende pubbliche, diplomatici, imprenditori. L’inserzione in quegli elenchi non era di per se stessa infamante. Molti protestarono d’esservi finiti a loro insaputa, altri di non avere mai immaginato. quali reconditi obbiettivi Gelli si proponesse. Alla pubblicazione degli elenchi seguì infatti una serie interminabile di negazioni, rettifiche, precisazioni, ridimensionamenti. Ma una circostanza apparve impressionante di primo acchito: i vertici dei servizi segreti e della Guardia di finanza, ossia di due organismi cui spettavano delicatissimi compiti di controllo, erano quasi al completo piduisti. Fino al punto che, nei servizi segreti, ufficiali che si detestavano – come Miceli e Maletti – erano tuttavia accomunati dall’appartenenza alla loggia.
La strategia con cui Gelli penetrò nel cuore dello Stato non ebbe nulla di casuale. Nel Venerabile convivevano un mestatore con la vocazione dell’eminenza grigia, un rozzo ideologo, e un affarista. L’ideologo aveva in mente – come molti altri italiani del resto – istituzioni più stabili e più autorevoli: abbinando questa impostazione ad un risoluto anticomunismo. A posteriori, Gelli è stato associato a tutti i conati golpisti – più esattamente bisognerebbe definirli conati di conati – che in Italia sono stati denunciati e registrati – senza che mai vi fosse un principio di realizzazione­ negli ultimi decenni. Certo è che Gelli tenne riunioni di alti ufficiali e di alti magistrati a Villa Wanda: e secondo alcune testimonianze, nel 1973 avrebbe ipotizzato un governo di centro presieduto dal procuratore generale di Roma Carmelo Spagnuolo e appoggiato dall’Arma dei Carabinieri. Quanto vi fosse di serio, in queste trame, e quanto invece di teatrale, per convalidare la propria fama di occulta possanza, è difficile dire. Gelli, che da bambino sognava di fare il burattinaio, s’è sempre compiaciuto di rappresentazioni ed esibizioni nelle quali i burattini – e potevano benissimo essere generali e magistrati – si muovessero ai suoi ordini, con l’aria di voler disfare tutto, e senza far nulla.
Il nome di Gelli, massimo mestatore della Repubblica, figura obbligatoriamente in quasi tutti i peggiori misfatti a sfondo politico, dalle stragi all’assassinio del giornalista Mino Pecorelli. Era costui il direttore d’una agenzia di stampa, Osservatorio politico, Op, che viveva sul filo d’uno scandalismo non di rado ricattatorio. Pecorelli, iscritto alla P2, pubblicava notizie riservate, attingendo agli ambienti dei servizi segreti. Fu ucciso la sera del 20 marzo 1979, davanti allo stabile dov’erano i suoi uffici. Nell’aprile del 1993 i «pentiti» di mafia Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia, chiamati a testimoniare contro Andreotti, l’indicheranno come ispiratore del delitto Pecorelli: l’ex-Presidente del Consiglio (che ha respinto con sdegno le accuse) avrebbe voluto evitare, chiudendo per sempre la bocca al giornalista di Op, la pubblicazione di documenti e inchieste compromettenti.
È doveroso precisare che della montagna d’imputazioni ammassatasi su Gelli poco è rimasto di politico ed eversivo. Ne sono rimaste altre per le sue attività e «deviazioni» finanziarie. La più rilevante delle quali si riferisce al crac del Banco Ambrosiano: episodio ultimo d’una catena d’interventi gelliani che risale al caso Sindona, e che s’è sviluppata attraverso un’interferenza economica che divenne massiccia interferenza editoriale. Gelli riuscì ad essere il padrino e in qualche modo il padrone del Corriere della Sera, prima testata italiana per diffusione, per tradizione e per riconosciuta autorevolezza: e mentre consolidava questa incredibile posizione di forza nella società italiana Gelli realizzava ramificazioni estese e importanti della sua attività nel Sud America, in particolare in Uruguay, giovandosi della collaborazione di uomini d’affari – affari insieme giganteschi e tortuosi – come Ortolani e Francesco Pazienza. Il Corriere della Sera era in difficoltà finanziarie. A quel punto entrò in scena un altro «potente» della Milano economica, Roberto Calvi, coetaneo di Sindona ma a prima vista l’opposto del siciliano: per origine – era milanese di nascita – per temperamento – era timido e scostante fino all’arroganza laddove Sindona affettava cordialità ­ per la serietà tradizionale del suo Banco Ambrosiano. Sindona aveva rapporti con la mafia, Calvi li aveva con lo Ior, l’istituto delle finanze vaticane, e con monsignor Marcinkus, che nel gestirle abusava di spregiudicatezza manageriale americana. Smodatamente avventuroso e ambizioso sotto l’aspetto felpato di chierico, Calvi aveva espanso l’attività del Banco Ambrosiano – tra le lodi degli esperti – assorbendo la Banca Cattolica del Veneto e il Credito Varesino: e, sollecitato da Gelli o almeno con l’intermediazione di Gelli, era entrato massicciamente – il 40 per cento – nell’operazione per rilevare il Corriere della Sera. S’è affermato che il pacchetto azionario, pagato 200 miliardi, ne valesse al massimo 60.
Le vicende che seguirono furono convulse. Calvi, incalzato dalle pressioni, divorato dalle sue ansie, erratico e da un certo momento in poi quasi delirante nelle decisioni, distrusse e fu distrutto. Nel Banco Ambrosiano si ebbe anche la «toccata e fuga» di Carlo De Benedetti che, entratovi da condottiero con la carica di vicepresidente, ne uscì dopo 63 giorni ricavandone, almeno secondo la magistratura, un profitto indebito (la Cassazione poi lo liberò da ogni accusa). Nel 1980 ci fu il crollo del fino allora intemerato e rispettato Banco Ambrosiano, e Calvi dovette rispondere di truffa, illegali ripartizioni di utili, esportazione illegale di capitale. Con l’Ambrosiano precipitò nella voragine del crac anche il Corriere della Sera.
Calvi concluse tragicamente il suo itinerario terreno il 18 giugno1982 sotto il ponte londinese dei Frati Neri, impiccato per mano sua o per mano d altri: Gelli invece sopravvisse nemmeno tanto male, seppure con qualche parentesi carceraria in Svizzera e con i moderati affanni dell’estradizione in Italia (dalle autorità elvetiche concessa solo per gli addebiti finanziari, non per quelli stragistici o cospirativi). Quando nell’aprile del 1988 la Cassazione rese definitiva la condanna a 12 anni di Gelli per la bancarotta del Banco Ambrosiano il Venerabile fuggì in Francia, per evitare il carcere: ma poi, là catturato, accettò d’essere estradato in Italia.

Se volete approfondire quello che viene ritenuto uno dei più gravi scandali politici nella storia della Repubblica Italiana potete farlo sfogliando le pagine del libro di Indro Montanelli Storia d’Italia – L’Italia del Novecento nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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