45 anni fa: il 16 marzo 1968, durante la guerra del Vietnam, soldati americani entrano nel villaggio di My Lai ed uccidono 347 persone, in gran parte anziani, donne e bambini. Passerà alla storia come il massacro di My Lai

Monumento in memoria del massacro di My Lai

Monumento in memoria del massacro di My Lai

Il mattino del 16 marzo 1968, 3 compagnie dell’11ª brigata di Fanteria dell’Americal Division lanciarono un’operazione del tipo ‘search and destroy’ nell’area di My Son. Obiettivo della compagnia C era i148° battaglione viet cong che – secondo informazioni in possesso del comando USA – aveva base nel villaggio segnato sulle mappe militari con il nome di My Lai-4. Gli uomini sarebbero stati trasferiti sul posto per mezzo degli elicotteri.
Sulla zona d’atterraggio non incontrarono alcuna resistenza ed il capitano Ernest L. Medina decise di inviare nel villaggio il 1° e il 2° plotone. All’avvicinarsi degli americani, alcuni abitanti tentarono di fuggire e furono eliminati. Il 2° plotone irruppe nella parte settentrionale di My Lai-4, scagliando bombe a mano nelle capanne e uccidendo quanti ne uscivano. I suoi uomini violentarono e trucidarono le ragazze vietnamite, poi raccolsero gli altri abitanti e li fucilarono.
Una mezz’ora più tardi, Medina ordinò al 2° plotone di raggiungere il vicino villaggio di Binh Tay, dove i soldati in gruppo violentarono altre ragazze. Poi radunarono una ventina di donne e bambini: uccisero tutti a sangue freddo.
La strage degli innocenti
Nel frattempo, il 1° plotone, comandato dal tenente William L. Calley jr., aveva fatto irruzione nella parte sud di My Lai-4, sparando a chiunque tentasse di scappare, passando a filo di baionetta gli altri, violentando le donne, abbattendo il bestiame, distruggendo il raccolto e le case. I superstiti vennero ammassati e condotti vicino ad un canale di scolo. Là il tenente Calley aprì il fuoco sui contadini inermi e ordinò ai suoi uomini di fare altrettanto. Vuotarono caricatore su caricatore sul gruppo di civili fino ad abbatterli tutti. Poi, miracolosamente, un bambino di 2 anni strisciò fuori dal groviglio dei corpi piangendo. Lo stesso Calley lo spinse indietro e gli sparò.
Mezz’ora dopo giunse il 3° plotone. I soldati dettero il colpo di grazia ai feriti, appiccarono il fuoco alle case, uccisero il bestiame ancora vivo e i pochi superstiti che cercavano di scappare. Raccolsero infine donne e bambini e li uccisero a raffiche di M16.
Furono assassinate in tutto fra 172 e 347 persone inermi: vecchi, donne e bambini. Il capitano Medina scrisse nel suo rapporto che erano stati uccisi 90 viet cong e nessun civile. L’ufficio stampa della divisione comunicò a sua volta la morte di 128 nemici, la cattura di 13 sospetti e il recupero di 3 armi! Un giorno come tanti altri in Vietnam.
Le cose sarebbero forse finite lì se 2 giornalisti (il fotografo di guerra Ronald Haeberle e il reporter dell’esercito Jay Roberts) non fossero stati assegnati al plotone di Calley. Essi erano stati testimoni dell’atroce e insensata carneficina. Una donna era stata colpita con tanta ferocia e con così tanti proiettili da far volare tutt’intorno schegge delle sue ossa. Sul bambino di un’altra donna morta si era infierito a raffiche di M16. Un altro bambino era stato sventrato a colpi di baionetta. Dopo aver violentato una ragazza, un soldato le aveva messo la bocca dell’M16 nella vagina tirando poi il grilletto. Un vecchio era stato gettato in un pozzo con una granata stretta nella mano; a lui la scelta: morire annegato o saltare in aria. Un bimbo scampato alla carneficina era stato freddato con un solo colpo. Il sergente maggiore Hugh C. Thompson, pilota di un piccolo elicottero da ricognizione che sorvolava il villaggio, aveva cominciato a sganciare fumogeni per indicare la posizione dei civili feriti da evacuare. E rimase allibito nel vedere che i soldati americani seguivano il fumo e davano il colpo di grazia ai feriti.
Poco alla volta la notizia della strage trapelò. Gli uomini della compagnia C annunciarono baldanzosamente una grande vittoria a My Lai. I viet cong distribuirono volantini denunciando le atrocità. Senza troppa convinzione, l’esercito indagò sulle voci circa il massacro, voci che avevano raggiunto anche l’ alto comando USA, ma concluse che non c’erano sospetti tali da rendere necessaria l’apertura di un’inchiesta. Un soldato semplice, Ronald Ridenhour, cominciò ad interessarsi della vicenda a titolo del tutto personale. Fece in modo di incontrare i soldati della compagnia C e in particolare uno, Michael Bernhardt, che si era rifiutato di prendere parte al massacro. Con l’avvicinarsi del congedo, l’euforia degli uomini della C riguardo alla ‘grande vittoria’ di My Lai si stava raffreddando e molti cominciavano a chiedersi come avrebbero potuto tornare alla vita civile con questo peso sulla coscienza. Sapevano di non poter avviare alcuna azione senza rischiare un’accusa di omicidio, ma erano disposti a parlare con Ridenhour.
Questi raccolse le loro testimonianze, ma comprese che se le avesse prodotte agli organi competenti dell’esercito, il tutto si sarebbe concluso con un’altra affrettata indagine ed un’altra insabbiatura. Tornato in patria, alla fine del turno di servizio, sentì che non poteva ignorare quanto aveva saputo. Scrisse una lettera nella quale elencava tutte le prove raccolte e la spedì a 30 esponenti politici.
Il rappresentante dell’Arizona al Congresso, Morris Udall, fece pressioni sull’esercito perché Ridenhour fosse interrogato. 6 mesi più tardi – a circa 18 dal massacro – il tenente Calley fu accusato di omicidio.
Non sapeva leggere una mappa
Calley era un ragazzo come tanti altri. Perito di una compagnia di assicurazioni a San Francisco, si stava recando nella nativa Miami, dove era stato richiamato alle armi, ma ad Albuquerque rimase senza soldi e si arruolò in quella città.
Seguì il corso di addestramento di base a Fort Bliss, nel Texas, e fu poi inviato alla scuola di Fort Lewis, nello stato di Washington, e quindi alla scuola allievi ufficiali di Fort Benning, in Georgia, dove fece ben poco per distinguersi. Ne uscì senza saper leggere nemmeno una mappa. Prima di prendere i gradi, gli fu chiesto di parlare per 3’ sul tema: «Vietnam, paese ospite». Si ricordò di aver detto che le truppe americane non dovevano recare insulto o danno alle donne e che dovevano comportarsi correttamente. Ma il resto era avvolto nella nebbia.
Questo affrettato addestramento non era stato certo sufficiente per prepararlo al vuoto morale che regnava nel Vietnam. Egli in effetti non fu in grado di controllare i suoi uomini e non fu capace di resistere alle pressioni dei suoi superiori che volevano un ‘conteggio dei corpi’ sempre più alto.
Il problema era che Calley e i suoi uomini non riuscivano a trovare neanche un viet cong. In seguito spiegò che una volta si era addirittura chiesto se uccidere o meno una prostituta con la quale aveva avuto un rapporto e che aveva manifestato simpatie per il comunismo. Ma sul campo di comunisti non c’era la minima traccia. Le imboscate e le battute organizzate dagli americani erano così rumorose ed inefficaci che i nemici se ne accorgevano a chilometri di distanza. Durante i pattugliamenti, poi, i suoi uomini finivano sempre per cadere in qualche trappola.
Durante un’azione presso My Son, in febbraio, l’operatore-radio di Calley fu colpito da una fucilata. Per 3 giorni, la compagnia cercò di penetrare a My Son, ma fu respinta; 2 uomini incapparono in trappole esplosive e rimasero uccisi, un altro fu colpito da un cecchino. Il reparto si ritrovò circondato da trappole mortali e quando finalmente riuscì a venirne fuori indenne, altri 2 uomini furono abbattuti da tiratori ben appostati.
Brandelli di carne nell’aria
Durante la missione successiva, mentre si stavano dirigendo verso il punto di incontro con altri reparti, un’esplosione lacerò la pace mattutina ed un uomo cominciò ad urlare. Poi ci fu un’altra esplosione ed un altro grido. Una 3ª esplosione, poi una 4ª, una 5ª ed una 6ª. Erano entrati in un campo minato e, accorrendo in aiuto dei compagni feriti, gli uomini non facevano altro che provocare altre esplosioni. Nell’aria volavano brandelli di carne. Gli infermieri strisciavano di corpo in corpo e le esplosioni non cessavano. Andò avanti così per circa 2 ore. 32 uomini rimasero feriti o uccisi. Il 4 marzo la compagnia fu presa di mira da un mortaio ed i soldati persero quasi tutto il loro equipaggiamento. 10 giorni dopo, appena 48 ore prima dell’attacco contro My Lai, 4 uomini (fra cui uno degli ultimi sottufficiali della compagnia dotati di esperienza) furono dilaniati da un ordigno esplosivo. In 32 giorni la compagnia C (con 90-100 elementi in tutto) aveva perso 42 uomini senza quasi mai vedere il nemico. Calley era stato testimone di atrocità commesse dai viet cong. Una notte avevano catturato uno dei suoi soldati e la compagnia lo aveva sentito urlare per tutta la notte da 7 km di distanza. Calley aveva pensato che i viet cong avessero installato alcuni amplificatori, ma non era vero. Il soldato urlava tanto forte perché era stato spellato vivo; fu lasciato intatto soltanto il suo volto. Lo avevano quindi immerso nell’acqua salata e infine gli avevano strappato il pene. Calley aveva anche assistito alla disperazione di un capo villaggio, quando un mattino trovò alla sua porta – lasciato dai viet cong – un vaso di terracotta pieno di qualcosa che sembrava salsa di pomodoro. Ma sulla superficie galleggiavano frammenti d’osso, capelli e grumi di carne. Era quanto restava di suo figlio.
Aveva visto alcuni GI sparare ai civili per divertimento o per fare un po’ di tiro al bersaglio. Aveva sentito parlare di elicotteri da combattimento presi a prestito per una battuta di caccia all’uomo e di soldati americani annoiati che ‘andavano a scoiattoli’ nelle aree civili. Aveva visto militari spararsi addosso senza alcun motivo e sapeva di bombe a mano e lacrimogeni scagliati negli alloggi degli ufficiali.
Il dovere sopra la coscienza
Ma in mezzo a tutta questa violenza senza senso, Calley sapeva di avere una ‘missione’. Il governo degli Stati Uniti lo aveva mandato in Vietnam con uno scopo preciso. Era là – pensava – per fermare il comunismo. Non sapeva esattamente cosa fosse il comunismo; sapeva soltanto che rappresentava il ‘male’.
«Consideravo i comunisti proprio come i sudisti consideravano i negri – disse durante un’intervista -. Per quanto mi riguarda, l’uccisione di quegli uomini a My Lai non è stata un’ossessione. Non uccidevo, non avrei potuto uccidere, per il piacere di farlo. In realtà, non eravamo andati a My Lai per uccidere esseri umani. Eravamo là per uccidere un’ideologia rappresentata, come dire, da simboli, bolle d’aria, pezzi di carne. In particolare, io non ero andato a My Lai per annientare esseri intelligenti. Ero là per distruggere un’idea».
Giunse persino a sperare di poter far uscire le idee dalla testa di quegli uomini con una pallottola. E sostenne di non essere stato lui a premere il grilletto: «Personalmente, non uccisi un solo vietnamita quel giorno. Voglio dire io in persona. Rappresentavo gli Stati Uniti d’America. Il mio paese». E Calley riteneva di dover mettere i suoi doveri verso gli Stati Uniti d’America al di sopra della sua coscienza. Non era affatto preoccupato di dover uccidere vecchi, donne e bambini. Aveva sentito storie di ‘mamasan’ che lanciavano granate, di bambini che piazzavano mine, di ragazze che imbracciavano AK-47. E poi, una volta cresciuti, i bambini si trasformavano in viet cong, come i loro padri. E un’altra cosa: dove erano andati a finire gli uomini? Un villaggio pieno di bambini senza uomini? Erano sicuramente di viet cong alla macchia.
E quello che aveva fatto era forse peggio che sganciare una bomba da 250 kg su un’area abitata o arrostire civili con il napalm? A Hiroshima la bomba atomica non aveva forse ucciso anche donne e bambini? Che cosa volevano tutti questi dannati yankee? Non aveva commesso niente di peggio del generale Sherman, durante la guerra civile americana, nella sua marcia verso il mare. La ‘saggezza’ del tempo era riassunta in questa frase: «L’unico modo per mettere fine alla guerra del Vietnam sarebbe quello di far salire tutti i ‘Charlie’ su barche, portarle in alto mare e, dopo aver ucciso tutti, affondarle».
Come molti soldati americani, Calley finì per non credere più nella guerra. Si convinse che sostenere che il comunismo doveva essere fermato in Vietnam prima che si diffondesse in Thailandia, Indonesia, Australia e infine negli Stati Uniti, era un po’ come quell’uomo che veniva a casa tua per uccidere sua moglie perché non voleva sporcare di sangue il suo tappeto e, dal momento che c’era, uccideva anche la tua. Sapeva che erano i viet cong che stavano conquistando ‘i cuori e le menti’ del popolo vietnamita. Dopo My Lai, Calley era diventato un S-5, un ufficiale cioè addetto ad acquistare i maiali per i contadini, ad organizzare lezioni di cucito per le prostitute e condurre i bambini all’ospedale. Ma capì ben presto che tutti i suoi sforzi erano inutili. Il popolo vietnamita non voleva il suo aiuto. Non era affatto interessato ai concetti di democrazia o totalitarismo, di capitalismo o comunismo. Voleva soltanto essere lasciato in pace.
‘Ero come un boy scout’
Il processo contro Calley divise il paese in 2 fronti contrapposti. Chi era a favore della guerra sosteneva che egli aveva fatto solo il suo dovere. I pacifisti affermavano che Calley era unicamente il capro espiatorio, che massacri come quello di My Lai avvenivano tutti i giorni e che sul banco degli imputati dovevano sedere Johnson, McNamara e Westmoreland. Un sondaggio d’opinione rivelò che l’80% degli intervistati era contrario alla condanna di Calley.
La giuria si ritirò in camera di consiglio il 16 marzo 1971, 3° anniversario del massacro di My Lai, e vi rimase per 2 settimane. Riconobbe Calley colpevole dell’omicidio di almeno 22 civili e lo condannò ai lavori forzati a vita. In seguito, con la revisione del processo, la pena fu ridotta a 20 e poi a 10 anni. Fu infine liberato sulla parola il 19 novembre 1974, dopo 3 anni e mezzo trascorsi agli arresti domiciliari: meno di 2 mesi per ognuno degli omicidi di cui fu riconosciuto colpevole e meno di 4 giorni per ognuno dei civili uccisi quel giorno a My Lai.
Le accuse di omicidio premeditato e di comando di azione illegale mosse contro il suo superiore, il capitano Ernest Medina, furono derubricate a quelle di omicidio colposo involontario per non aver esercitato il necessario controllo sugli uomini ai suoi ordini. Niente affatto convinta che Medina fosse a conoscenza di quanto stavano facendo i suoi uomini a My Lai, la giuria infine lo assolse.
Le accuse (fra cui quella di aver violato le leggi e le consuetudini di guerra in base ai principi stabiliti a Norimberga con il processo contro i criminali nazisti) furono estese ad altri 12 ufficiali e soldati. A subire il processo furono soltanto 5 e nessuno fu comunque condannato. Una dozzina di ufficiali, fra cui il comandante della divisione, il generale Samuel W. Koster, furono accusati di aver insabbiato la prima inchiesta sulla strage. Nessuno fu condannato.
Lo stesso Calley non si riteneva né peggiore, né migliore della maggior parte dei soldati e degli ufficiali che avevano prestato servizio in Vietnam: «Ero come un boy scout e mi attenevo al ‘Manuale degli Scout’». Egli è rimasto convinto di aver fatto il suo dovere verso Dio e il suo paese, di essere stato affidabile, leale, disponibile, amichevole, cortese, gentile, ubbidiente, allegro, valoroso, coraggioso, pulito e disciplinato. Eppure a My Lai furono trucidati civili. 100 trovarono la morte in un canale di scolo. Uno di loro era un bambino di 2 anni.

Se volete approfondire l’orribile massacro di My-Lai potete farlo sfogliando le pagine libro Nam – Cronaca e testimonianze della guerra in Vietnam nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in 20° secolo e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...