2057 anni fa: il 15 marzo del 44 a.C., alle Idi di marzo, Giulio Cesare viene assassinato da un gruppo di senatori romani

Cesare - Il grande giocatoreEra già mattina inoltrata. Ansiosi i congiurati attendevano l’arrivo di Cesare nella Curia. Temevano che per un qualsiasi imprevisto il loro piano potesse sfumare. Plutarco però li presenta, almeno nelle prime ore di quel giorno cruciale, sicuri e intrepidi. Fra di essi c’erano dei pretori che, fuori della Curia, ascoltavano con calma e umanità i litiganti, emettendo sentenze precise ed equilibrate, come se non avessero altro per la testa. Il biografo greco ne è ammirato, e quando il racconto lo porta a parlare di loro come di cospiratori, si affretta ad aggiungere: «Cospiratori? Chiamiamoli così». Riferisce un alterco fra Marco Bruto e un contendente che non intendeva accettare il suo giudizio. «Mi appellerò a Cesare,» disse il cittadino insoddisfatto, e Bruto rispose, guardandosi intorno, come se volesse parlare a tutti i presenti e non solo all’interlocutore: «Credi che Cesare riuscirebbe a impedirmi di agire secondo la legge? ».
La fermezza d’animo dei congiurati fu messa a dura prova nel corso della mattinata da tutta una serie di episodi, tanto che fino alla fine essi non furono certi di poter portare a compimento il loro piano delittuoso. Publio Casca, il meno coraggioso dei cospiratori, fu avvicinato da un amico che gli disse: «Mi nascondi un segreto, ma Bruto mi ha detto ogni cosa». Casca sbiancò in viso. Credendosi scoperto già stava per giustificare in qualche modo la sua partecipazione al complotto, ma l’altro incalzò scoppiando a ridere: «Mi ha detto, mi ha detto come hai fatto a diventare tanto ricco da poter concorrere alla carica di edile». Poco dopo un senatore, Popilio Lenate, si avvicinò a Bruto e a Cassio. Li tirò in disparte dicendo: « Sono con voi, e prego gli dèi perché possiate portare a termine ciò che avete in mente di fare. Ma affrettatevi perché tutti parlano del vostro segreto». Bruto non ebbe il tempo di riflettere sul significato di quelle parole – la congiura era davvero scoperta o Lenate si riferiva ad altro? – perché uno schiavo gli portò la terribile notizia che la moglie stava morendo. Porcia lo aveva visto la mattina nascondere il pugnale sotto la toga e uscire di casa con l’aria d’un assassino più che di un vendicatore. Erano trascorse alcune ore senza che dal Senato le fosse giunta alcuna notizia, e la sua fibra, sebbene forte e resistente, non aveva retto all’ansia e al timore. Improvvisamente aveva perso i sensi. Non dava più segni di vita e i servi l’avevano creduta morta. Così portarono il ferale annuncio a Marco Bruto il quale, benché sconvolto, non abbandonò gli altri congiurati nel momento supremo dell’azione.
Decimo Bruto non aveva finito di rivolgersi a Cesare con toni un po’ aspri, un po’ suadenti, che già lo aveva preso per mano e lo tirava fuori del palazzo. In quel momento cadeva davanti ai loro occhi nell’atrio una statua del dittatore riducendosi in frantumi. Nessun presagio poteva ormai trattenerlo. Quante volte egli stesso aveva esclamato: « Quod necesse est, necesse est evenire Caesari»? Ora saliva nella lettiga che lo avrebbe portato al Senato. Anche quella mattina, come sempre, il popolo faceva ressa intorno a lui per toccarlo, per porgergli una petizione. Fra quella gente si fece strada un uomo alto e austero, un maestro di eloquenza, il greco Artemidoro che aveva saputo qualcosa del complotto. Artemidoro aveva in mano un piccolo rotolo nel quale aveva scritto poche righe per scongiurare Cesare di non recarsi in Senato, ma lui, preso il rotolo, lo passò subito a uno dei suoi segretari ripromettendosi di guardarlo più tardi. Né diede ascolto alle parole del dotto amico che gli diceva sottovoce: «Leggilo tu solo. Subito. È importante». In quel momento Caio Giulio fu distratto dalla vista di Spurinna, l’augure che qualche giorno prima lo aveva messo in guardia dalle Idi di marzo. Non poté trattenersi dal dirgli con una certa sufficienza mista a soddisfazione: «Sei un falso profeta. Le Idi di marzo sono arrivate», e l’augure, triste in volto, temendo ancora di aver ragione, rispose in un soffio: « Ma non sono passate».
Mentre Spurinna pronunciava queste parole, Cesare appariva davanti alla Curia. Sul suo volto bianchissimo calava un’ombra, quasi un velo di timore come se egli riandasse col pensiero agli eventi infausti di quei giorni. Forse non gli era sconosciuto il destino verso il quale si incamminava, ma la fortuna chiude gli occhi a coloro che devono morire osserva Petrarca narrando la vita del dittatore. Non c’era tempo per altre decisioni. Come al passaggio del Rubicone, ancora una volta Cesare poteva esclamare: «Il dado è tratto». Ma poteva farlo fra sé e sé, ora che attraversava la soglia del Senato, non essendo più lui a condurre il gioco. Il «colpo di Venere» non era più suo. Tutto era pronto al di fuori di lui. La partita gli sfuggiva di mano. Da protagonista si trasformava in vittima. Da quel momento il suo destino era dominato da altri. Ma anche per gli altri, i congiurati, quelle ore si erano presentate incerte e aperte a ogni sbocco. Via via essi avevano perso la sicurezza e la fierezza iniziali. Ancora un piccolo imprevisto e il loro piano sarebbe crollato. Già si trovavano sull’orlo della disperazione quando davanti al Senato comparve la vittima designata.
Il dittatore scese dalla lettiga adorna d’avorio, affiancato dai littori con i fasces dorati. Subito gli si avvicinò quel Popilio Lenate che poco prima aveva detto a Bruto e a Cassio di conoscere il loro segreto. Il senatore tratteneva a lungo Cesare, gli parlava all’orecchio con animazione, sicché i congiurati, sbigottiti, temettero che gli stesse rivelando il complotto. Cadeva nel vuoto anche il loro attentato come erano già falliti quello dei giovani cavalieri e il progetto di Cicerone, Lucullo e Catone che si diceva avessero armato la mano di Lucio Vezio? Con rapide occhiate dense di disperazione si erano già lanciati il messaggio estremo. Stavano per mettere mano ai pugnali e darsi la morte, anziché cadere prigionieri, ora che erano stati scoperti. Ma Bruto poté fortunosamente capire che Lenate parlava a Cesare non per svelare il complotto, ma per chiedergli un favore. Bruto sorrise agli altri e il destino, che indicava la morte di Cesare, riprese il suo corso. L’incaglio era durato pochi attimi.
I congiurati avevano nascosto i pugnali tra le pieghe della toga, e avevano dislocato nel vicino teatro di Pompeo cinquecento gladiatori dando loro a credere di doversi preparare a scendere nell’arena per un combattimento in occasione della festa popolare che si svolgeva proprio il 15 marzo in onore d’un’antica divinità, Anna Perenna. Ma in realtà li tenevano pronti a intervenire alloro segnale. In atto di omaggio i patres conscripti si alzarono in piedi all’apparire di Cesare il quale frettolosamente raggiunse il suo seggio dorato. Con lunghi discorsi Trebonio tratteneva Marco Antonio sulla soglia della Curia per tenerlo lontano nel momento dell’assalto e impedirgli di intervenire in difesa di Cesare. Marco Antonio, forte e coraggioso, costituiva un serio pericolo per i congiurati che sulle prime avevano divisato di sopprimerlo insieme al dittatore, ma poi Bruto li aveva dissuasi da ciò. Diceva che il loro scopo, unico e nobile, era di salvare la repubblica sopprimendone il tiranno in nome dell’unità del popolo. Uccidere anche un solo cesariano, soggiungeva, distorceva il senso della loro azione. La gente non li avrebbe creduti amanti della repubblica, ma sostenitori di un partito, quello di Pompeo.
Per fortuna dei congiurati, quella mattina Lepido, il magister equitum, non si trovava a Roma. Era impegnato con la cavalleria in una manovra nei dintorni della città, e anche questa coincidenza stava a dimostrare come Cesare avesse trascurato di prendere la benché minima precauzione in vista d’una seduta di fondamentale importanza, indetta per cambiare la repubblica in monarchia, per conferirgli il nome di re, anche se questo titolo avrebbe avuto valore nelle province e non nella penisola. Appariva però chiaro a tutti come quella distinzione fra sovranità de facto e sovranità de iure nascondesse un trucco, e come ben presto sarebbe caduta ogni limitazione alla sua regalità.
I patres gli si fecero incontro. L’aula non era affollata, sebbene si dovesse votare sulle sorti della repubblica. Ma si sapeva che tutto era già stato deciso fuori di essa, e inoltre si era fatto tardi. Alle undici passate Cesare non si era ancora visto, per cui molti se ne erano tornati ai loro affari, stanchi di aspettare. Il dittatore aveva accresciuto il numero dei componenti del Senato portandoli da seicento a novecento e quindi a mille, eppure quel giorno nella sala non c’erano più di sessanta senatori. La colossale statua marmorea di Pompeo, con la spada sguainata in pugno, si ergeva imponente al centro della grande aula circolare che appariva vuota. I patres appartenenti alla congiura si erano avvicinati più di ogni altro al dittatore, e Bruto li cercò a uno a uno con lo sguardo. Non erano più di venti. Una decina di pompeiani di varia natura, lo stesso Bruto e poi Cassio, Ponzio Aquila, Cecilio Buciliano, un altro senatore che si chiamava anch’egli Cecilio, Sulpicio Galba, Quinto Ligario, Rubio Ruga, Sestio Nasone, Marco Spurio. Cinque cesariani delusi, Minucio Basilo, Decimo Bruto Albino, Publio Casca, Tullio Cimbro , Caio Trebonio. Quattro o cinque tra catoniani e repubblicani. di incerta tendenza ma non meno fanatici, come Pacuvio Antistio Labeone, Cassio Parmense, Petronio Turullio. Tra i senatori che non avrebbero partecipato all’assalto, Bruto scorse Cassio Longino, Cornelio Cinna, Domizio Enobarbo, Sesto Pompeo, Popilio Laenes e lo stesso Cicerone.
Tullio Cimbro era quasi addossato a Cesare. Gli parlava intensamente, gli chiedeva di richiamare suo fratello dall’esilio. Cesare si mostrava insofferente. Tullio Cimbro si faceva più insistente, e, come a richiamare la sua attenzione, lo tirò per la toga. Quello era il segnale che i cospiratori attendevano per estrarre i pugnali dalle pieghe delle toghe e colpire la vittima. Cesare poté appena accennare a una protesta contro il gesto di Cimbro. Non aveva finito di dire: «Ma questa è violenza», che fu raggiunto dalla prima pugnalata. Da dietro lo aveva colpito Publio Casca, sotto la gola, verso la nuca, ma senza forza perché tremante di paura. Cesare, benché sanguinante, reagì con prontezza. Riuscì a strappare il pugnale dalle mani dell’attentatore e con quell’arma lo ferì a un braccio mentre esclamava: « Maledetto Casca, che fai?». Poi, sempre brandendo il ferro, cercò di alzarsi, ma venne nuovamente raggiunto da una pugnalata. Nemmeno questo colpo fu mortale, e Cesare riuscì a mettersi in piedi. Furente e atterrito corse, barcollante, da una parte all’altra della Curia, mentre i congiurati lo inseguivano continuando a trafiggerlo. Cassio lo ferì al viso e Buciliano alle spalle. Gli altri senatori, sorpresi dalla fulmineità dell’agguato, erano come inchiodati ai loro scanni, con gli occhi sbarrati, ammutoliti, incapaci di fare un gesto. Quello era il Senato che aveva giurato di difenderlo da ogni insidia, da ogni pericolo. Un Senato in cui neppure i cesariani sapevano proteggere il loro capo, il genio più alto di Roma, l’uomo che si accingevano a proclamare re. Così, un pugno di ribelli riportava lutti e sangue nella città.
Cesare era circondato da una selva di pugnali che i congiurati agitavano urlando. Lo colpivano da forsennati, lo aggredivano come fosse una belva nell’arena. Si ferirono fra loro nella confusione. Cesare urlava, fremeva, e ancora cercava di sfuggire al colpo fatale. Nessuno accorreva in suo aiuto, non i senatori che egli aveva elevato a quella dignità, i romani, gli italici, i galli, gli iberici. Era allo stremo delle forze quando il suo sguardo già offuscato incrociò gli spiritati occhi di Marco Bruto che gli vibrava una pugnalata all’inguine. Cesare si accasciò, si avvolse il capo con la toga, e, guardando per l’ultima volta l’assalitore, disse in greco: «Anche tu, Bruto, figlio mio». Sempre usava il greco nei momenti di più intensa emozione. Non aggiunse altro. Con queste parole di profonda disperazione si chiudeva la sua vita. Esse erano come un lampo rivelatore che d’improvviso metteva a nudo la drammaticità dell’evento: un assassinio politico sfociava in una terribile tragedia umana e familiare. Bruto aveva immerso il pugnale nelle carni d’un nemico che lo amava, d’un uomo che tutto portava a credere fosse suo padre, ma l’odio politico travolgeva nell’attentatore ogni altro sentimento.
È giusto ricordare un’ipotesi di cui si fece paladino un biografo minore, ma non trascurabile, Umberto Silvagni. Egli sosteneva, negli anni trenta del nostro secolo, che non a Marco Bruto, ma a Decimo Bruto intendeva riferirsi Cesare con le sue ultime parole. Ciò perché Decimo era stato adottato nel testamento del dittatore quale suo erede e figlio. « Cesare diffidava di Marco. Ben sapeva di non esserne amato, ne conosceva l’ambizione sfrenata, non l’incluse nel testamento, non lo aveva trattato mai qual figlio, non v’era ragione che così lo chiamasse in quell’istante supremo. Amava e prediligeva, invece, Decimo, che giovanissimo aveva nominato suo legato nella guerra gallica, al quale doveva la vittoria contro i veneti e l’altra contro Domizio Enobarbo a Marsiglia. Decimo Bruto era rimasto fedele a Cesare anche durante la guerra civile, era tra i suoi familiari più assidui e più cari. »
Il corpo di Cesare si era afflosciato ai piedi della statua del Magno alla quale ancora si appoggiava, ansimante e insanguinato, mentre Marco Bruto lo colpiva. Per una straordinaria coincidenza la vittima spirava sotto l’effigie dell’uomo che più di ogni altro aveva attraversato la sua vita. Aveva accolto Pompeo nella cerchia familiare dandogli in sposa la figlia Giulia e lo aveva avuto come socio politico nel triumvirato, ma poi era tutto crollato e se lo era trovato di fronte come il più irriducibile degli avversari. Nel grande scontro fra i due giganti, Pompeo, sconfitto irrimediabilmente, era caduto sotto un pugnale, e ora il suo vincitore subiva la stessa tragica sorte.
Cesare giaceva esanime in un lago di sangue. I patres, che terrorizzati avevano assistito alla fulminea scena del delitto e che erano rimasti impietriti sui loro scanni, si riscossero alfine dall’incantamento. All’immobilità seguì un furioso parapiglia. Tutti insieme i senatori, urlando e gesticolando, si lanciavano verso la porta per fuggire, mentre Bruto gridava per trattenerli: «Non temete. Solo Cesare doveva cadere », Poi, col volto ispirato e levando in alto il pugnale insanguinato, aggiungeva: « Vi abbiamo restituito la libertà ». Perdeva sangue da una mano perché anche lui era stato ferito da uno dei cesaricidi che menava colpi all’impazzata. Lo aveva colpito proprio Cassio nel suo furore. Bruto gridava: «Il tiranno è morto. Viva la libertà. Viva il popolo romano ». Tacque per un attimo, poi riprese a gridare acclamando Cicerone, ma nessuno lo ascoltava nella psicosi della fuga.
L’orrore e il terrore si propagarono rapidamente in tutta Roma, mentre il cadavere di Cesare, raccolto da tre schiavi impietositi, veniva trasportato su una lettiga nel suo palazzo che già risuonava di pianti. Un braccio pendeva all’esterno della lettiga, ed era il segno più impressionante della morte. Il corpo era straziato da ventitre ferite. Il volto, benché contratto, appariva giovanile, non era quello d’un uomo di cinquantasei anni. La città era scossa da tumulti. Alcuni dei congiurati, con le toghe ancora macchiate di sangue, si riunirono sotto un portico. C’era anche Bruto. Volevano irrompere nelle stanze del dittatore per strappare dalle braccia di Calpurnia il cadavere e gettarlo nel Tevere. Si oppose Bruto. A stento poté impedire quel gesto d’inutile barbarie. Allora i congiurati urlarono: « Uccidiamo Marco Antonio », E ancora una volta s’erse Bruto gridando:« Si abbatte la tirannia uccidendo il tiranno. Gli altri non contano ». Marco Antonio riuscì a lasciare Roma di soppiatto, nelle vesti di schiavo. Lepido ne seguì l’esempio senza muovere uno solo dei tanti uomini della sua cavalleria di cui infinite volte s’era gloriato di essere il comandante. L’Urbe era nelle mani del popolo che però non sapeva per chi e per che cosa manifestare. Ci furono delitti inesplicabili, saccheggi di negozi e di magazzini. Le porte della città vennero chiuse, ma i disordini non avevano fine.
Si susseguirono paurosi fenomeni terrestri e celesti. Sul Campidoglio lo scudo del dio della guerra cadde a terra quando vi giunse Bruto seguito dagli altri congiurati che ancora mostravano i pugnali insanguinati. Per più giorni il sole si oscurò, «impietosito di Roma », miseratus Romam, scrive Virgilio. Quasi a nascondere lo strazio in cui la città viveva. Per sette notti consecutive apparve in cielo una grande cometa, sicché il popolo credette, per l’abile suggestione dei cesariani, che il suo spirito fosse asceso tra gli dèi immortali, e Ottaviano due anni dopo, ordinando la divinizzazione ufficiale dell’estinto, fece apporre una stella in cima a una sua statua. La stella ricordava la cometa la quale, col nome di sidus Iulium, provava l’assunzione di Cesare fra gli astri dell’universo, accanto agli altri corpi celesti, Venere, Marte e Giove, che avevano influenzato la sua esistenza terrena. Il Tevere straripò, i monti tremarono. L’Etna eruttò lava ardente e tanto fuoco da incendiare tutta la Sicilia. Le fiamme si estesero oltre lo stretto anche a Regium come a infiammare l’Italia intera. Straripò l’Eridano travolgendo le selve e gli armenti, allagando i campi. Dovunque s’aprivano voragini, « piangeva l’avorio nei templi, sudavano i bronzi delle statue ».
Bruto e i congiurati si affannavano a gridare che nessuno doveva temere di loro. A poco a poco i senatori ricomparvero nelle vie di Roma, mentre il popolo si raccoglieva nel Foro. I cospiratori rimanevano rinchiusi sul Campidoglio, ch’era attorniato da un alto muro, temendo di essere attaccati dai cesariani. La situazione sembrò placarsi, e Bruto scese dal colle sul far della sera. Giunto nel Foro, prese a parlare dai Rostri. Diceva che era tornato il governo popolare repubblicano. La plebe applaudiva e lo chiamava liberatore. Diceva che Cesare aveva ucciso la repubblica, che la sua morte era inevitabile, che la soppressione d’un tiranno era un antico diritto degli uomini amanti della libertà. La plebe protestava e lo chiamava assassino. Appariva oltremodo difficile dominare una massa così ondeggiante fra opposti sentimenti. Parlò pure un altro congiurato, Cornelio Cinna, che ingiuriò trivialmente la vittima. Poi si strappò di dosso la veste militare, avuta da Cesare, per dimostrare quanto odiasse il tiranno. La folla, incollerita, minacciò di aggredire i cesaricidi che in gran fretta si ritirarono nuovamente sul Campidoglio. Bruto e Cassio inviarono messaggeri a Cicerone che aveva approvato il loro gesto pur non avendo partecipato al complotto. Il vecchio consolare, che non poteva fare a meno di vergare fogli anche nei momenti più turbinosi, aveva inviato al cospiratore Minucio Basilo un breve biglietto grondante soddisfazione per la riuscita dell’attentato: « Mi congratulo, sono felice. Ho cura dei tuoi interessi ». Tibi gratulor, mihi gaudeo.

Se volete approfondire la vita di colui che viene giustamente considerato uno dei personaggi più importanti e influenti della Storia potete farlo sfogliando la biografia di Antonio Spinosa Cesare – Il grande giocatore nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in 1° secolo a.C. e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...