76 anni fa: l’8 marzo 1937 inizia la battaglia di Guadalajara

manifestoL’idea di sfondare a Guadalajara – in alternativa alla irrealizzabile offensiva verso Valencia – era nata quando, a sud di Madrid, Varela aveva attaccato sul fiume Jarama, riuscendo a varcarlo, ma restando poi bloccato, fino a essere messo in serie difficoltà dai contrattacchi repubblicani. Guadalajara era una assonnata cittadina a nord della capitale. Se Varela avesse progredito, una avanzata dal settentrione sarebbe stata l’altro braccio di una tenaglia che avrebbe rinserrato e stritolato Madrid. Ma sul Jarama si era arrivati a una guerra di posizione, dopo alterni combattimenti durante i quali Roatta era stato invano sollecitato ad anticipare i tempi della sua azione. Il comandante del Ctv voleva preparare le cose per bene: guardava agli interessi del suo settore, e della sua carriera, più che a quelli di Franco; contraccambiato cordialmente, in questi sentimenti, da Franco stesso. Il «Caudillo» assicurò comunque a Roatta, il primo marzo, che quando le divisioni italiane si fossero mosse, anche il settore del Jarama sarebbe stato riattivato. Mussolini, informato dell’attacco verso Guadalajara, lo considerò «ottimo per accerchiare sul serio Madrid e forse determinare la resa». Roatta, in un ordine operativo, definiva «risolutiva» la progettata operazione. All’accerchiamento di Madrid mostrò di credere anche Franco, che fissò orientativamente il punto d’incontro tra le truppe di Roatta e le truppe spagnole attaccanti da sud «nella ragione tra Alcalà de Henares e Tajuna».
Il Ctv fu ammassato al completo per la offensiva. Tre divisioni di camicie nere, la divisione Littorio dell’Esercito, 81 carri veloci armati di mitragliatrice e otto autoblindo. In tutto 35 mila uomini. Queste divisioni moderne e bene equipaggiate, rispetto allo standard della guerra civile, erano tuttavia motorizzate solo in parte: nel senso che ogni unità non aveva automezzi sufficienti per il trasporto di tutti gli uomini, ma doveva secondo le circostanze chiedere i camion alla sezione autoveicoli. Gli altri procedevano a piedi. Sulla destra del Ctv era schierata la divisione Soria del generale Moscardò, il difensore dell’Alcazar di Toledo, con 10 mila uomini. Nella prima fase dell’attacco la Littorio non fu impegnata, perché ancora in trasferimento verso il fronte. Due divisioni repubblicane spagnole di nuova formazione presidiavano debolmente il settore.
La mattina dell’8 marzo, alle 7,30, le Fiamme nere del generale Amerigo Coppi diedero inizio all’avanzata. Il tempo era inclemente, cadeva la pioggia che presto si trasformò in nevischio. Gli aeroporti erano bloccati da una bruma insistente. Le camicie nere della II divisione erano al battesimo del fuoco e, come fu scritto in un rapporto, dimostrarono, in quelle avverse condizioni, poca propensione ad attaccare. Il coordinamento tra l’azione della II divisione (Fiamme nere) e la III del generale Luigi Nuvoloni (Penne nere) fu alquanto deficiente, e i progressi un poco inferiori al previsto. La manovra prevedeva «scavalcamenti» di reparti che causarono ingorghi e confusione. Comunque il cuneo del Ctv riuscì a penetrare nella fragile linea nemica per una profondità variante tra i 6 e i 12 chilometri. Una notizia impensierì Roatta, meno tuttavia di quanto avrebbe dovuto: gli spagnoli non avevano sferrato i promessi attacchi sul Jarama, consentendo al comando repubblicano di avviare verso Guadalajara robusti rinforzi.
Il giorno successivo le cose sembrarono andare meglio, con la conquista della località di Almadrones. Il comandante delle forze repubblicane di Guadalajara, Vicente Rojo, ebbe il nove marzo la sensazione che gli italiani e Moscardò avessero realizzato uno sfondamento tipo Malaga, anche se nel frattempo reparti dell’XI brigata internazionale, con carri russi 726, stavano affluendo al fronte, prendendovi posizione. Nella notte dal 9 al 10 un reggimento comandato dal console della Milizia Francisci raggiunse d’impeto Brihuega catturandone la guarnigione al completo. Proprio davanti alle linee di Brihuega del Ctv, si attestò la mattina del 10 marzo il battaglione Garibaldi della XII brigata internazionale, formato da italiani antifascisti. La prima brigata internazionale agli ordini di El Campesino giungeva a Guadalajara, come unità di riserva. La sera del 9 marzo Roatta poteva ancora sperare in un brillante proseguimento dell’offensiva: ma per qualche giorno i combattimenti si svolsero, accanitamente, al limite che l’avanzata aveva raggiunto. Vi furono piccoli progressi delle unità italiane, ma le camicie nere erano stanche, infradiciate, scoraggiate, e in molti casi anche digiune perché i servizi di sussistenza si erano dimostrati impreparati ad accompagnare lo sviluppo dell’azione. L’11 marzo Roatta ordinò una sospensione di 24 ore delle operazioni, sia per dare riposo alla truppa, sia per studiare qualche variante al piano originario, la cui esecuzione diventava difficile per la accanita resistenza a sud di Brihuega. Intanto il comandante italiano rinnovava gli appelli a Franco per una vivacizzazione del fronte del Jarama, ricevendone l’assicurazione che esso si sarebbe mosso.
Invece si mossero, il 12 marzo, i repubblicani, con un contrattacco potentemente appoggiato dalla loro aviazione, meno handicappata di quella legionaria e nazionalista dal maltempo perché usufruiva di aeroporti con piste migliori, il cui fondo non si era trasformato in fanghiglia. I combattimenti, che ebbero il loro epicentro in un tratto della strada Madrid-Saragozza, non apportarono mutamenti sostanziali alle posizioni; ma la divisione Penne nere diede allarmanti segni di cedimento morale e di incapacità tattica, con episodi di fuga disordinata, e con la perdita di cinque pezzi di artiglieria piazzati in posizione avanzata. Per questo Roatta decise di sostituire la I divisione camicie nere (Dio lo vuole!) alla seconda, e la divisione Littorio alla III, la più provata: il che lo lasciò senza riserve fresche. Quindi telegrafò a Roma che «la situazione era completamente ristabilita», e forse lo sarebbe stata se, rinunciando a ogni proposito di ulteriore avanzata, egli fosse passato decisamente alla difensiva. Ma non poteva farlo, anche perché un telegramma del Duce, con singolare intempestività, intonava fanfare trionfali: « A bordo del Pola in rotta verso la Libia ho ricevuto le informazioni sulla grande battaglia che si sviluppa di fronte a Guadalajara. Con fiducia nel cuore seguo questa battaglia, profondamente convinto che il valore e lo spirito dei nostri legionari spezzerà la resistenza dell’aggressore. La distruzione delle forze internazionali sarà un successo di immensa portata e sarà specialmente un successo politico. Comunicate ai legionari che seguo di ora in ora le loro azioni che saranno coronate dalla vittoria».
Il fronte era sostanzialmente fermo, anche se i repubblicani effettuarono qualche fortunato colpo di mano, del quale risentirono in particolar modo i reparti legionari che avevano intrapreso la offensiva con la convinzione di aprirsi un varco come «il coltello nel burro». Insieme alla guerra guerreggiata si svolse, tra le linee opposte, una guerra propagandistica, soprattutto là dove le camicie nere si scontravano con i «garibaldini» italiani della Repubblica. Già 1’11 marzo furono buttati sulle linee italiane volantini il cui testo era attribuito a soldati del Ctv presi prigionieri il giorno precedente. «Camerati, commilitoni – recava il volantino – siamo 31 soldati del I battaglione mitraglieri. Il 10 marzo ci hanno mandato avanti per prendere Guadalajara. Ci hanno mandato avanti senza dirci che avevamo di fronte degli italiani … Le storie sui banditi rossi, gli incendiari, gli assassini sono tutte fandonie. Dei lavoratori come noi, dei contadini come noi ci stavano di fronte. Ci hanno detto perché combattono e hanno ragione … ». Altoparlanti piazzati nelle foreste declamavano: « Italiani, fratelli. Quelli per cui vi si manda forse alla morte sono nemici vostri come sono nemici del popolo spagnolo ». A volte anche dagli altoparlanti risuonava la voce di legionari prigionieri, che attestavano la loro identità in modo inequivocabile, così che non si potesse credere a una finzione. Il 14 marzo Roatta si era convinto – anche per gli effetti disgregatori che la propaganda dei garibaldini avrebbe potuto ottenere – che fosse opportuno rinunciare ad altri sviluppi della offensiva, e telegrafò a Mussolini che « nella nostra speciale situazione possiamo tenerci accontentati, temporaneamente, di un successo parziale».
Ma Franco era di diverso avviso. Così tiepido in precedenza circa le azioni del Ctv, ora insisteva affinché l’offensiva di Guadalajara fosse proseguita fino in fondo. Dopo un incontro, Franco e Roatta si lasciarono con l’intesa che il Ctv sarebbe rimasto fermo fino al 19 marzo, e quindi avrebbe proceduto alla occupazione della foresta di Brihuega. Attacco questo che secondo Roatta doveva semplicemente rettificare l’andamento del fronte, e secondo Franco doveva essere il preludio di una ripresa su vasta scala della avanzata.
Fingendo di voler soddisfare questa intenzione del «Generalissimo», Roatta aveva anche accennato a una variante della offensiva che in sostanza avrebbe richiesto il ritiro del Ctv dal settore in cui era impegnato: ed era proprio questo che il comandante voleva, per dare respiro alle camicie nere. Roatta era preoccupato, e, alla maniera di Cadorna nel 1917 – anche in circostanze non ancora drammatiche – riversò la colpa sui comandanti inferiori e sulla truppa. Una sua circolare del 16 marzo, che Olao Conforti ha riportato per esteso nel volume Guadalajara, e che recava il numero 3.002, suscitò malumore. Essa aveva per oggetto « la preparazione morale» e lamentava nelle prime righe che i reparti « difettino sovente di mordente e di aggressività e si lascino con facilità impressionare dalle vicende del combattimento». Gli ufficiali inferiori vi erano accusati di essere «professionalmente poco a posto», «ispirati al programma utilitario e pacifista», « indegni di uomini dell’anno XV dell’era fascista». Per ovviare a questo collasso psicologico i comandanti avrebbero dovuto spiegare, secondo Roatta, che la situazione morale e materiale del nemico era pessima, «quella che precede il crollo». Gli uomini delle brigate internazionali, dovevano ripetere, «sono quegli stessi che i nostri squadristi hanno sonoramente legnato nelle vie d’Italia». A questa comunicazione ne seguì immediatamente un’altra, meno verbosa e più dura, che citando casi di autolesionismo, di simulazione di ferite, di abbandono della prima linea da parte di legionari che scortavano feriti i quali non avevano alcun bisogno di essere accompagnati, disponeva che i vili fossero passati per le armi e aggiungeva, minacciosamente, che «già cinque individui hanno subìto, tra ieri e oggi, questo giusto castigo».
Il fronte era illusoriamente stazionario, ma i «rossi» preparavano la loro controffensiva nel settore di Brihuega facendovi affluire reparti delle brigate internazionali e carri armati russi. Il proposito di prendere l’iniziativa era stato avversato, in campo repubblicano, dai generali Miaja e Rojo. L’avevano invece sostenuto a oltranza Lister, Longo, Vidali (del ruolo che gli italiani ebbero tra i «rossi» parleremo più avanti). Fu deliberato che l’attacco sarebbe stato portato dalla brigata Garibaldi, dalla brigata del Campesino, e dai carri armati con equipaggi russi: questi ultimi impiegati parsimoniosamente, e se possibile da lontano, per evitare il rischio della cattura. Stalin aveva impartito ordini precisi, in proposito, e ai generali e consiglieri russi – pochi dei quali scamparono, nonostante lo zelo servile, alle successive purghe – importava più obbedire a Stalin che vincere una battaglia. L’offensiva avrebbe coinciso con il 18 marzo, data anniversaria della Comune di Parigi.
Vediamo di ricapitolare per sommi capi lo schieramento quale si presentava il 18 marzo. Il fronte era tenuto dalla I divisione camicie nere – su Brihuega – alla cui destra era la divisione Littorio. Fronteggiavano le camicie nere i carristi del generale russo Pavlov, la brigata del Campesino, la brigata Garibaldi, e la 70ma brigata internazionale, mentre i battaglioni internazionali Thälmann, Edgar André, Commune de Paris e la brigata Lister premevano contro la divisione Littorio. Quel 18 marzo Roatta era lontano dal fronte, essendosi recato a Salamanca per una convocazione di Franco, che egli stava inseguendo da giorni, senza riuscire a vederlo. Anche questo colloquio aveva avuto un carattere interlocutorio. Franco era irremovibile. Il Ctv aveva i mezzi necessari – diceva – per proseguire l’azione preordinata, disponeva di «un’ottima situazione tattica, che ci permette in ogni momento la manovra avvolgente sulla destra dello spiegamento». Andasse dunque avanti, insisté il «Generalissimo». Del promesso alleggerimento spagnolo a sud, nel settore del fiume Jarama, non si parlò affatto.
Proprio mentre Roatta usciva dalla difficile conversazione con il gelido « Caudillo» gli fu recapitata la notizia che i repubblicani si erano avventati sulla I divisione camicie nere, e l’avevano messa in crisi. Reggeva invece ottimamente la Littorio, contro la quale non erano tuttavia entrati in azione i carri armati: l’animoso Bergonzoli aveva subito reagito, incoraggiando i soldati delle prime linee con la presenza fisica, com’era nelle sue abitudini di trascinatore. Riportò anche una lieve ferita. Il generale Rossi aveva annotato che «la mattina trascorse calma». Quando, nelle primissime ore del pomeriggio, fu sferrato l’attacco – e la concentrazione del fuoco di artiglieria e di aviazione repubblicano non lasciava dubbi sugli obbiettivi -, il comandante della Dio lo vuole! si diede a giro­ vagare, per rendersi conto di cosa stesse succedendo. Durante circa tre ore non fu diramata da lui alcuna direttiva: e quando cominciò a darne, gli eventi erano ormai sfuggiti al suo controllo. Non ci fu alcun serio tentativo di attuare un perimetro difensivo, di organizzare una seconda linea. Il cedimento fu, o almeno apparve, così rapido e catastrofico, che Rossi inviò al comando del Ctv, alle 19,15, un fonogramma avvilito. «Con freddezza pari alla gravità della situazione comunico che la mia divisione ha ceduto di fronte alle forti pressioni avversarie e che le truppe ripiegano in inesorabile ritirata. Col mio comando sto trasferendomi ad Algora.»
Faldella, cui era stata passata la comunicazione, scongiurò Rossi di soprassedere, ma l’altro ribatté secco che retrocedeva per non essere fatto prigioniero, e interruppe la comunicazione. Faldella, costretto a decidere da solo, chiamò Bergonzoli, e lo avvertì che il suo fianco sinistro andava pericolosamente sguarnendosi per la rotta della prima divisione. «Non mi resta allora che ritirarmi» osservò Bergonzoli. A sera inoltrata Faldella si avviò in automobile verso il fronte, nella speranza di poter avere dai comandanti di divisione informazioni meno laconiche. Non aveva ancora dato disposizioni affinché la II divisione camicie nere del generale Coppi, che era di riserva, assumesse la posizione difensiva di sicurezza. Assente Roatta, esitava a firmare un ordine che significava il passaggio definitivo dalla offensiva alla difensiva, la perdita di una parte del terreno conquistato, il riconoscimento dell’insuccesso. Sperava ancora che i reparti di Coppi potessero contrattaccare, non soltanto bloccare l’azione repubblicana.
Nelle retrovie constatò che le cose andavano peggio di quanto supponesse. Gli sbandati erano molti, e Rossi aveva evidentemente perdute la testa. Faldella lo sorprese mentre altercava col generale Coppi, ciascuno dei due sostenendo che l’altro doveva tenersi la responsabilità del settore. Coppi obbiettava che non poteva assumere il comando di reparti dei quali non sapeva nulla. Rossi rispondeva, sostanzialmente, che quei reparti non esistevano più se non sotto forma di una accozzaglia di fuggiaschi. In realtà non era così, e il generale era crollato prima della truppa. Alcuni reggimenti – uno dei quali aveva perso il comandante, colonnello Frezza, caduto in combattimento – erano stanchi e provati ma ancora ordinati e utilizzabili. Le forze «rosse» – cui aveva reso visita lo stesso Presidente della Repubblica Azaña – avevano in gran parte esaurito, il 18 marzo, la loro forza propulsiva, tanto che la sera stessa il contatto tra i due schieramenti fu interrotto, e quasi per l’intero 19 marzo i legionari non furono disturbati, nel loro ripiegamento, dal nemico.
La battaglia di Guadalajara era già finita, a quel punto. Gli attacchi che i repubblicani sferrarono ancora, nel nevischio persistente, il 20 e 21 marzo, non avevano capacità di penetrazione, anche se in uno di essi furono utilizzati otto carri armati russi. La linea del fronte era stata ristabilita. I legionari, pur avendo fallito gli obbiettivi più ambiziosi, la conquista di Guadalajara e l’avvolgimento di Madrid, avevano mantenuto, dopo il ripiegamento, posizioni 10- 15 chilometri più avanzate rispetto a quelle precedenti. Non diversamente erano in precedenza andate le cose per gli spagnoli, sul Jarama. Ma le premesse spavalde della offensiva, e il panico dal quale i comandi si lasciarono prendere per l’insuccesso, dilatarono le dimensioni dello scacco. I repubblicani, che avevano resistito e contrattaccato, poterono asserire d’aver trionfato. Si ripeteva così, settant’anni dopo, quel che era avvenuto a Custoza, dove lo scoraggiamento italiano per una mancata vittoria regalò quella vittoria agli austriaci, che non s’erano dapprima accorti d’averla ottenuta.
Il bilancio delle perdite non era tale da fiaccare un esercito. Quattrocento legionari caddero sul campo. Fu piuttosto allarmante il numero dei prigionieri e dispersi, circa cinquecento, ad attestare che taluni reparti avevano ceduto malamente. Nelle mani dei repubblicani erano rimasti anche 25 pezzi di artiglieria e 67 autocarri. Ma duemila «rossi» erano stati messi a loro volta fuori combattimento, e centinaia erano stati catturati. Tutto sommato una battaglia che, fallite le ambizioni di chi l’aveva impegnata, diventava secondaria dal punto di vista militare. L’avvilimento italiano, e l’abilità propagandistica dei repubblicani, la trasformarono in un avvenimento di risonanza enorme. Hemingway, che pure avrebbe dovuto essere immune da retorica, scrisse che «a Brihuega è riservato un posto accanto alle altre decisive battaglie mondiali». Non si può neppure sostenere che Davide avesse abbattuto Golia, perché a Guadalajara i repubblicani impiegarono tutti i carri armati e aeroplani di cui potessero disporre. Il 20 marzo avevano in linea fra i trenta e i trentacinquemila uomini. Il fronte era stato dunque potentemente rinforzato anche grazie alla inazione delle truppe spagnole sul Jarama.
Roatta aveva perso ogni fiducia nelle sue divisioni, e dal 19 marzo in poi non smise di chiedere che il Ctv venisse ritirato dal fronte, e sostituito con unità spagnole: anche se, con patetica furbizia, sostenne che si dovesse farlo perché, essendo le italiane truppe d’assalto, il loro compito era quello di sferrare offensive, non di tenere le posizioni. Franco non rispondeva, opponendo alle sollecitazioni del comandante italiano i suoi impenetrabili e lunghi silenzi. A quel punto Roatta si rivolse all’ambasciatore Cantalupo, che telegrafò a Ciano in termini drammatici: «Nemico continua attaccare. Nostri volontari a parere di Roatta non reggono più. Franco rifiuta finora sostituire nostri reparti con truppe spagnole. Su richiesta della missione militare domando che Franco riceva immediatamente telegramma dal Duce per ottenere subito sostituzione. Situazione aggravasi di giorno in giorno».
Il quadro della situazione risultava troppo catastrofico, in quel testo, non c’è dubbio. Ma non era colpa di Cantalupo, assillato perché si rivolgesse direttamente a Franco. L’ambasciatore, orgogliosamente nazionalista, era amareggiato perché gli spagnoli esultavano delle nostre amarezze, nei cabaret si cantava « los españoles, aunca rojos, son valientes», e le iniziali Ctv erano interpretate con « Cuando te vas?», quando te ne vai? « La freddezza che circonda le nostre truppe è diventata di gelo» aveva scritto in un rapporto. Pensando di comportarsi come il suo dovere esigeva, Cantalupo scrisse il 21 marzo una nota per Franco, quel giorno a Valladolid, rinnovando perentoriamente la richiesta di un avvicendamento dei legionari che «falcidiati dalla morte e dal freddo hanno compiuto tutto il loro dovere senza conoscere la solidarietà spagnola». Questa volta Franco rispose. Avrebbe mandato una unità spagnola nel settore del Ctv, promise, ed era grato ai legionari. Subito Cantalupo ritelegrafò a Roma per avvertire che finalmente era stato ottenuto ciò che Roatta desiderava.
Mussolini aveva saputo che le cose andavano male in Spagna la sera del 19 marzo, durante l’intervallo di uno spettacolo a Sabratha, in Libia, dove era in visita e dove aveva ricevuto e impugnato la «spada dell’Islam». Quelle brutte notizie gli guastarono il viaggio che doveva consacrare la vocazione filo-islamica del fascismo. Anticipò di tre giorni il ritorno a Roma, e seguì il resto del programma immusonito e distratto. Guadalajara non indusse il Duce ad abbandonare la Spagna franchista, come Cantalupo quasi suggeriva, seppure implicitamente, in una relazione sconfortata. Anzi avvertì Franco che Roatta (confermato, ma per breve tempo come si vedrà, al comando dei legionari) aveva ordine di ottemperare alle sue (di Franco) istruzioni. Dopo tanta smania di autonomia e di successi esclusivamente italiani il Ctv si adattava a un ruolo più modesto. «Franco può contare sull’aiuto dell’Italia fascista» concludeva il messaggio.
Il Ctv era a pezzi, tranne per la divisione Littorio, che aveva conservato notevole compattezza, solidità, e capacità combattiva. In aprile Roatta accettò un ruolo in sottordine, e il comando dei volontari fu assunto dal generale Ettore Bastico, che si era distinto nella guerra d’Etiopia, e che non si sarebbe distinto nella seconda guerra mondiale. Il posto di Faldella, come Capo di Stato Maggiore, fu preso dal generale Gastone Gambara (ma Faldella restò in Spagna con altri compiti), i generali Rossi, Nuvoloni e Coppi furono sostituiti e rimpatriati, il generale Favagrossa fu incaricato di riorganizzare l’Intendenza. Insieme ai gerarchi che guidavano le camicie nere, e che non avevano brillato durante la battaglia, o addirittura, come Rossi, avevano dato pessima prova di capacità professionale e di carattere, fu silurato Cantalupo. Chiamato a Roma per riferire, il 31 marzo, non tornò più a Salamanca. Contribuì a determinarne la disgrazia una lunga lettera di Farinacci a Mussolini che muoveva all’ambasciatore vari appunti, uno dei quali risultò forse decisivo: Cantalupo era, secondo il ras di Cremona, un menagramo. Guadalajara era coincisa con la sua nomina. Per l’occasione Farinacci mancò di rammentare al Duce quali problemi egli avesse già avuto per la influenza deleteria di noti jettatori. Anche Roatta sosteneva che Cantalupo aveva ingigantito la portata dell’insuccesso. Nel giugno l’ambasciatore fu collocato a disposizione, e nel 1938 messo a riposo. Intanto il generale Roatta riprendeva l’ascesa nella gerarchia militare, e alla vigilia della guerra mondiale era sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito.
Bastico decise che conveniva al Ctv leccarsi le ferite, lasciandole rimarginare. Egli ordinò un controllo dei volontari tra i quali si erano infilati molti individui che avevano conti da rendere alla giustizia, e che speravano, combattendo, di passare su quei trascorsi un colpo di spugna. Avessero conquistato Guadalajara, si sarebbero meritati una fedina penale pulita. Sconfitti, furono espulsi e riconsegnati, in Italia, alla legge. Circa 3.700 furono i legionari riconosciuti indesiderabili, duemila nella sola prima divisione camicie nere.
Su Guadalajara, Mussolini tacque fino a quando, con la campagna del nord, il Ctv ritornò in azione. Il 19 giugno, sul Popolo d’Italia, fu pubblicato un articolo non firmato, che era di pugno del Duce: bastava ad attestarlo, oltre allo stile, anche la disposizione, diramata dai comandi, che fosse letto nelle caserme della Milizia. Il titolo era, appunto, «Guadalajara». Nella ricostruzione della battaglia Mussolini attribuì la causa prima dell’insuccesso al maltempo e alla confusione avvenuta durante la manovra di «scavalcamento» tra la prima divisione camicie nere e le unità che avrebbero dovuto rimpiazzarla. I reparti furono così, spiegava il Duce, facile bersaglio della aviazione «rossa». A un certo punto il comando italiano «diede l’ordine alle truppe di retrocedere, e questo fu un errore, un grande errore». «I legionari italiani si erano battuti da leoni, e non erano stati battuti… Lo scacco di un battaglione diventò una disfatta. Un ripiegamento imposto da un comando e che si svolse in ordine quasi perfetto fu bollato come una catastrofe … Più che di un insuccesso deve parlarsi di una vittoria italiana, che gli eventi non permisero di sfruttare a fondo.» Veniva, da ultimo, la frase ad effetto: «Anche i morti di Guadalajara saranno vendicati». L’enfasi e l’abilità dialettica di Mussolini non potevano cancellare le ripercussioni negative della vittoria mancata: Il Duce esagerava, nella riscrittura della storia. Ma aveva esagerato la propaganda repubblicana e antifascista, nei suoi squilli trionfali. Soprattutto, aveva esagerato Roatta, subito rassegnandosi al peggio.

Se volete approfondire le vicende la battaglia di Guadalajara e la partecipazione italiana alla Guerra civile spagnola potete farlo sfogliando le pagine dell’ottavo volume della Storia d’Italia di Indro Montanelli nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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