488 anni fa: il 24 febbraio 1525 viene combattuta la battaglia di Pavia. Francesco I di Francia è sconfitto e preso prigioniero dalle milizie imperiali

Battaglia di PaviaQuando nel 1525, gli eserciti del re di Francia Francesco I e del marchese di Pescara, al servizio dell’imperatore Carlo V, si scontrarono nel parco della villa di Pavia, le armi da fuoco sui campi di battaglia europei erano in uso già da almeno un secolo. Se quindi dovessimo cercare l’origine dell’impiego della polvere da sparo come arma da campagna, dovremmo volgere lo sguardo più indietro rispetto a quel febbraio del 1525.
Ma se invece cerchiamo di comprendere quando l’uso dell’arma da fuoco, e in particolare di quella individuale, divenne non diciamo predominante ma in qualche modo, per la prima volta, decisivo, allora è proprio alla battaglia di Pavia che bisogna guardare. A Pavia, infatti, per la prima volta in una grande battaglia decisiva si assisté alla sconfitta di un corpo di cavalleria, la gendarmeria di Francia, cioè la migliore cavalleria pesante del tempo, da parte del tiro intenso e continuato di un corpo di fanti armati di archibugi: gli archibugieri del marchese di Pescara.
L’Italia per la sua posizione geografica e la sua tradizione storica, tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, era un crocevia, anche teorico, delle riflessioni e dei cambiamenti che da cinquant’anni attraversavano l’arte militare. La presenza dei Francesi nelle guerre d’Italia d’inizio secolo, con la loro cavalleria e la migliore artiglieria d’assedio d’Europa, delle fanterie svizzere, che avevano conquistato pochi anni prima fama d’invincibilità, e dei loro fedeli imitatori, i mercenari lanzichenecchi, oltre che dell’armata spagnola, dotata della disciplina e dell’organizzazione migliore del tempo, resero i campi di battaglia italiani un luogo privilegiato ove le teorie e le tattiche che ne conseguivano furono messe alla dura prova della battaglia.
Nel suo celebre saggio sulla rivoluzione militare, il professor Geodfrey Parker sostiene che il cambiamento che portò a sancire un’indiscussa superiorità militare delle potenze europee dalla fine del Seicento sia cominciato e abbia trovato organicità proprio in quei primi trent’anni del XVI secolo che insanguinarono l’Italia.
Probabilmente – almeno è mia opinione – la datazione del fenomeno è da spostare di diverse decine d’anni in avanti, ma resta fuor di dubbio che l’esperienza militare delle guerre d’Italia contribuì a spazzar via dai campi di battaglia ogni avanzo del guerreggiare medievale e offrì a teorici militari e generali materiale su cui basare la riflessione che, in seguito, porterà al compimento, quello sì rivoluzionario, del processo verso il modo “moderno” di fare la guerra.

La genesi
All’inizio del XVI secolo la Francia si sentiva accerchiata dai possedimenti degli Asburgo. La Spagna, Napoli, le Fiandre, l’Austria formavano una cortina che minacciava di chiudere il regno in un anello di ferro, non solo impedendo ogni possibile espansione della potenza francese, ma anche rendendo insicura la stessa posizione della monarchia all’interno del Paese.
Quando nel 1519 Carlo, duca di Borgogna, re di Spagna e arciduca d’Austria, salì al trono imperiale divenendo Carlo V, sembrò che i peggiori timori del re francese, Francesco I di Valois, dovessero realizzarsi.
Per la Francia diventava essenziale rompere l’assedio che i territori dinastici degli Asburgo e i possedimenti spagnoli e imperiali stringevano attorno al Paese.
Il campo di battaglia tra Valois e Asburgo sarebbe stato, com’era già successo nei decenni precedenti, l’Italia. Mentre gli Spagnoli tenevano il regno di Napoli, alla Francia era andato, dopo il trattato siglato a Noyon nel 1516, il ducato di Milano, per questo, quando gli Ispano-imperiali portarono un esercito in Lombardia occupando alcune piazzeforti, Francesco I scese in Italia, nell’ottobre del 1524, con un esercito forte di diverse decine di migliaia di uomini e di una potente artiglieria d’assedio.
Inferiori di numero gli imperiali si ritirarono, nell’attesa di rinforzi, dietro la linea dell’Adda, lasciando guarnigioni in alcune piazze fortificate tra cui Pavia. Nello stesso mese Francesco entrò a Milano ove la popolazione, seppure in massima parte ostile ai Francesi, minata dalla peste, non oppose alcuna resistenza.
Francesco I decise allora di volgersi contro Pavia, occupata ancora dagli Spagnoli, che con la sua posizione strategica per il controllo delle vie di comunicazione tra Milano e Genova, costituiva una spina nel fianco delle posizioni francesi.
La guarnigione di Pavia era formata da circa 6.000 soldati, tra spagnoli, tedeschi e italiani, comandati da un vecchio ed esperto soldato, don Antonio de Leyva. Forte dell’enorme superiorità Francesco I decise di conquistare la città d’assalto, lanciando una serie di attacchi alle mura che, però, furono tutti respinti dalla guarnigione aiutata anche dalla popolazione che temeva il saccheggio che inevitabilmente sarebbe seguito alla caduta della città.
Francesco si vide quindi costretto ad iniziare un vero e proprio assedio e, fatte preparare le batterie per i suoi cannoni pesanti, dispose le sue truppe attorno alla città.
Dopo tre mesi per quanto al limite della fame la guarnigione ancora non aveva capitolato e un esercito imperiale forte di 25.000 uomini, al comando di Carlo di Lannoy, viceré di Napoli, di Carlo di Borbone, ex connestabile di Francia, e di Ferdinando d’Avalos, marchese di Pescara, giunse davanti alle mura della città mettendo il campo ad est dell’abitato.
Subito Francesco, per parare la minaccia, fece spostare le truppe a nord-est delle mura, nella zona dove sorgeva il grande parco visconteo, con al centro il castello di Mirabello, vasta area cintata fatta costruire da Giangaleazzo Visconti.

La battaglia
Dopo tre settimane di scaramucce e inconcludenti duelli d’artiglieria, i comandanti imperiali decisero di passare all’azione. I contingenti mercenari che formavano il loro esercito non erano più pagati da qualche tempo, quindi i generali di Carlo V temevano, di lì a poco, di perdere il controllo sui loro uomini.
Il piano imperiale prevedeva un movimento sulla sinistra dello schieramento francese da dove, una volta occupato il castello di Mirabello nel Parco Visconteo, le forze ispano-imperiali avrebbero potuto minacciare i collegamenti con Milano, obbligando Francesco a togliere l’assedio a Pavia.
Le milizie imperiali si mossero nella notte tra 23 e il 24 febbraio, quando, dopo aver praticato tre brecce nel muro orientale, penetrarono di sorpresa nel parco. Protette dalla fitta nebbia che gravava sul terreno le avanguardie imperiali, circa 3.000 archibugieri, presero il castello, cacciandone le guardie francesi che corsero a dare l’allarme al campo di Francesco I.
Colto di sorpresa il re non perse comunque tempo; messosi personalmente al comando della sceltissima cavalleria schierò, all’interno del parco e in faccia agli imperiali, i lanzichenecchi della Banda Nera, e al loro fianco i quadrati della fanteria svizzera, mentre, dietro una linea di cannoni, si posizionò sulla destra assieme alla cavalleria.
Anche l’esercito imperiale si dispose in ordine di battaglia, con la cavalleria al centro supportata dietro e sui fianchi dai lanzichenecchi e dai reggimenti spagnoli ed italiani, gli archibugieri del marchese di Pescara rimasero sulla destra, tra l’esercito e il castello di Mirabello. La battaglia fu aperta da un deciso attacco della gendarmeria francese che riuscì facilmente a disperdere la cavalleria imperiale che le era uscita incontro. Mentre i gendarmi francesi si riorganizzavano, in attesa di lanciare l’attacco finale assieme alle fanterie, i cannoni francesi aprirono il fuoco sulle linee spagnole, dove gli uomini furono costretti a cercar scampo gettandosi nei solchi del terreno. Fu a questo punto che Francesco I, sentendosi ormai certo della vittoria, disse al signore di Lescun: “Monsignore, domani sarò il signore di Milano”.
In effetti, la situazione sembrava ormai compromessa per gli imperiali ma, approfittando della pausa, il marchese di Pescara aveva fatto scivolare i suoi archibugieri, che si muovevano in ordine aperto, nei boschetti ad ovest del campo di battaglia, e quando la cavalleria francese tornò all’attacco fu accolta da un micidiale fuoco di fianco. La cavalleria francese fu rapidamente decimata dal tiro degli archibugi e quando, in disordine, fu controcaricata dalla cavalleria spagnola, nel frattempo riordinatasi dietro le proprie linee, non poté opporre gran resistenza. Francesco si batté con valore ma, attorniato dai nemici, non poté evitare l’onta della cattura. La cattura del re non fu sufficiente a definire la vittoria imperiale. Al centro dello schieramento francese la Banda Nera (che sapeva non poter sperare quartiere poiché leggi imperiali definivano traditori i Tedeschi che servivano la Francia) mosse all’attacco delle linee nemiche ma fu anch’essa fermata dal tiro degli archibugi e, controcaricata dai picchieri italo-­spagnoli, fu messa in rotta.
Anche le fanterie svizzere avevano mosso in avanti, ma vista la situazione preferirono aprirsi un varco nella cinta occidentale per cercare scampo verso Milano.
La battaglia era veramente finita, la vittoria imperiale era stata totale: i Francesi avevano perso, oltre al treno d’assedio, un numero di uomini che varia secondo le fonti dai 6.000 ai 10.000, mentre gli imperiali lamentarono circa 1.000 perdite.
Con Francesco prigioniero, il controllo dell’Italia settentrionale passava a Carlo V.

Le conseguenze
La prigionia di Francesco I in Spagna portò ad una sospensione della guerra tra Francia e Asburgo, con questi ultimi che avevano, di fatto, affermato il loro dominio sull’Italia. La contesa riprese dopo la liberazione del re che riuscì, una volta tornato libero, a formare la Lega di Cognac che unì Francia, Venezia, Papato e Sforza contro Spagna e Impero. Seguirono ancora anni orribili, fatti di battaglie, saccheggi e violenze di ogni genere, dei quali fece le spese soprattutto la popolazione italiana. Il quadro strategico generale non subì però mutamenti rispetto a quello che si era creato dopo la battaglia del 1525 e così alla morte di Francesco II Sforza, nel 1535, il ducato di Milano diventò una provincia spagnola.

I personaggi
Carlo V (Gand 1500 – San Jerònimo de Yuste, Estremadura 1558). Figlio di Filippo il Bello, arciduca d’Austria e di Giovanna la Pazza, grazie all’accorta politica matrimoniale del nonno, l’imperatore Massimiliano I, eredita la Franca Contea, le Fiandre e i territori asburgici dal padre, mentre dalla madre riceve la corona di Spagna. Nel 1519, alla morte di Massimiliano I di cui è unico erede, Carlo, avuto l’appoggio dei grandi banchieri tedeschi, ottiene la corona imperiale, dando avvio al sogno di ricostituire la monarchia universale di Carlo Magno.
L’ambizioso progetto politico, che si basava su un’ideale restaurazione dell’unità politica e religiosa dell’impero, ha come principale antagonista il re di Francia Francesco I, contro il quale Carlo V conduce una lotta pluriennale. Teatro principale degli scontri è l’Italia, dove è facile intessere alleanze per l’una o l’altra parte, data la sua complessa e frastagliata situazione politica e territoriale. Carlo V, dopo aver sconfitto Francesco I a Pavia nel 1525, si garantisce la supremazia in Italia e, di riflesso, in Europa. Nel 1530 è incoronato imperatore da papa Clemente VII, al quale nel 1527 aveva inflitto il “Sacco di Roma”.
Nel frattempo la situazione si è fatta difficile nei territori tedeschi, affidati alla gestione del fratello Ferdinando I d’Austria, a causa del diffondersi del luteranesimo, al quale si legano le rivolte dei principi e la guerra dei contadini (1525). L’atteggiamento di Carlo V nei confronti dei protestanti, seguaci di Lutero, alterna la tolleranza alla forza, costringendo le parti in causa scendere a patti rimandando infine la questione al concilio generale che avrebbe deliberato in materia di fede e riforma della Chiesa (Concilio di Trento, 1545-1563). Un altro grave pericolo che Carlo V si trova a fronteggiare negli anni del suo governo è costituito dall’esercito dei Turchi che, avanzando attraverso l’Ungheria, arriva a minacciare la stessa Vienna.
Riconosciuto ormai il fallimento del programma politico di accentramento e assolutismo monarchico in Germania e in Europa, nel 1556 Carlo V abdica ritirandosi dallo scenario politico. I suoi domini vengono divisi tra il figlio Filippo II, a cui spettano la Spagna, l’Italia, le Fiandre e tutte le colonie, e il fratello Ferdinando I che governa sui possedimenti asburgici.

Francesco I di Valois-Angoulême (Cognac 1494 – Rambouillet 1547), re di Francia (1515-1547); appartenente al ramo degli Angoulême della casata di Valois, succedette a Luigi XII, ultimo re della dinastia degli Orléans. Generoso mecenate di artisti e letterati, il suo regno fu contrassegnato da una costante rivalità con l’imperatore Carlo V.
Nel 1515 ottenne una schiacciante vittoria sui mercenari svizzeri nella battaglia di Marignano e occupò il ducato di Milano. Nel 1519 si candidò al trono del Sacro Romano Impero, ma gli elettori imperiali gli preferirono Carlo d’Asburgo. Francesco, poco dopo, mosse guerra al nuovo imperatore sul territorio italiano, ma nel 1525 venne sconfitto e catturato a Pavia. Tenuto prigioniero in Spagna, dovette cedere a Carlo V il ducato di Milano e la Borgogna e nel 1527 fece ritorno in Francia.
Dopo un altro periodo di guerra, i due monarchi conclusero la pace di Cambrai (1529), sancita da un’unione matrimoniale: Francesco sposò infatti in seconde nozze la sorella dell’imperatore, Eleonora (in precedenza aveva sposato Claudia di Francia, figlia del re Luigi XII). Ben presto, però, Francesco ruppe la tregua e intraprese altre guerre contro gli Asburgo (1536-1538 e 1542-1544), alleandosi prima con il papa e con i principi italiani, e in seguito anche con i principi protestanti tedeschi e con l’impero ottomano.
Intorno al 1520, quando la religione protestante aveva iniziato a diffondersi in Francia, il cattolico Francesco non si era opposto alla nuova fede; tuttavia, in seguito abbandonò la sua iniziale tolleranza e cominciò a perseguitare i protestanti francesi, mentre nel frattempo con un’abile manovra diplomatica continuava a sostenere quelli tedeschi contro l’imperatore.
I costi della guerra costrinsero Francesco ad attuare ampie riforme economiche facendo affluire denaro nelle casse dello stato con ingenti prestiti pubblici e con la vendita di titoli nobiliari, a seguito della quale si formò una nuova classe aristocratica che ebbe un peso rilevante all’interno del governo fino allo scoppio della Rivoluzione francese.
Sovrano dotato di grande acume politico, seppe circondarsi di artisti e letterati che contribuirono ad aumentare lo splendore della sua corte. Invitò in Francia Leonardo da Vinci, Benvenuto Cellini e altri artisti italiani che progettarono e decorarono i suoi castelli, e incaricò lo studioso Guillaume Budé di creare una biblioteca regia e di istituire le cattedre di greco, latino ed ebraico, che costituirono il nucleo del futuro Collège de France.

Se volete approfondire lo scontro decisivo tra Francesco I e Carlo V potete farlo sfogliando il 26° volume de La Storia – Le grandi battaglie: armi tattiche e strategie militari nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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