68 anni fa: il 19 febbraio 1945 circa 30.000 Marines statunitensi sbarcano su Iwo Jima, dando il via alla battaglia

Iwo JimaTra le Marianne e Honshu, non c’è che un solo arcipelago, una lunga catena di piccole isole che i giapponesi chiamano Nampo Shoto. Due solamente sono adatte per installarvi una base aerea: Chichi Jima, nel gruppo delle isole Bonin, e Iwo Jima, nel gruppo delle isole Volcano. L’ammiraglio Nimitz sceglie quest’ultima, leggermente più piccola, ma un po’ meno accidentata. Lo sbarco ha luogo il 19 febbraio. Due divisioni di marines, la 5ª a sinistra e la 4ª a destra, si lanciano all’assalto in un mattino radioso e in un ordine perfetto. L’aviazione navale e terrestre ha martellato le difese nemiche per settimane con incursioni sempre più pesanti, ma è stata rifiutata al generale comandante il corpo di spedizione, Holland M. Srnith, la settimana di preparazione di artiglieria che egli chiedeva, e le portaerei dell’ammiraglio Halsey partono per eseguire un’incursione eccezionale contro Honshu, invece di cooperare all’invasione di Iwo lima. Regna l’ottimismo. Si conta di prendere l’isola in quattro giorni.
Il suo nome, Iwo lima, significa isola solforosa. Il suo suolo è scabroso. Lunga 8 chilometri, larga 4, è composta di rocce vulcaniche ed è ricoperta da uno spesso strato di ceneri nere. Il suo profilo nel senso della lunghezza è quello di una sella. L’estremità meridionale è costituita da un piccolo vulcano alto 569 piedi, quasi completamente spento, il monte Surabachi. L’estremità settentrionale è composta da un gruppo di colline dalle quali si sprigionano dei soffioni e il cui suolo è così bollente che è quasi impossibile scavarlo. AI centro, il terreno è meno tormentato. I giapponesi vi hanno costruito due campi d’aviazione e ne stanno approntando un terzo.
Tra i difensori non si può dire che tutto vada bene. Marinai e soldati si lamentano. Una colica che sembra provocata dalla natura solforosa dell’isola fa ammalare centinaia di uomini. L’acqua potabile manca. Kuribayashi ha evacuato i 1200 abitanti e demolito l’unica località, Motoyama, per procurarsi materiale da costruzione. Ha rinunciato a difendere le spiagge, e, volendo resistere il più a lungo possibile, ha organizzato la sua difesa attorno alle due estremità dell’isola. Le caverne naturali sono state sistemate e collegate con gallerie ai posti di osservazione e alle postazioni. La guarnigione conta circa 21.000 uomini appartenenti in maggioranza alla 106ª divisione di fanteria. Kuribayashi deplora la mediocrità di una parte delle sue truppe e in modo particolare l’imperfetto addestramento dei suoi artiglieri.
L’isola è attraversata e il monte Surabachi è isolato fin dal primo giorno. Nel corso dei giorni successivi, il 28° reggimento di marines si inerpica, metro dopo metro, sui fianchi scoscesi del vulcano, spazzando coi lanciafiamme ogni caverna. II 23 febbraio, 40 marines, condotti dal tenente Harold G. Schrier, raggiungono la vetta, issano la bandiera stellata, forniscono alla fabbrica d’immagini della seconda guerra mondiale uno dei documenti più celebri. Ma questo gesto simbolico è ben lungi dal consacrare la conquista di Iwo Jima. Kuribayashi ha concentrato il grosso delle sue forze fra le colline a sud dell’isola. Si scatena una lotta selvaggia.
Le difficoltà sono immense. Il terreno cedevole rende tutto difficile, dallo scarico del materiale al movimento dei fanti. Arrivando di rinforzo, la 3ª divisione del Marine Corps accresce l’affollamento delle spiagge e intensifica le perdite. Non una sola buca giapponese viene conquistata finché l’ultimo difensore non sia morto. Una posizione come la collina 362-A è un’immensa tana di volpe le cui gallerie devono essere murate sopra gli ostinati che vi si annidano. Nella seconda settimana di marzo, i giapponesi sopravvissuti, circa 1500, sono confinati in una minuscola sacca vicino alla punta di Kitamo. Iwo Jima è dichiarata ufficialmente secured, ma un gruppo superstite di circa 500 uomini resiste ancora in una gola selvaggia, fra soffioni solforosi che scaturiscono dal suolo. Il genio americano riesce ad averne ragione con l’aiuto di mine la cui esplosione scuote tutta l’isola. Non si è mai potuto sapere come sia morto l’eroe di questa epica difesa, Kuribayashi.
23.703 giapponesi sono periti, soltanto 216 sono stati fatti prigionieri. I marines perdono 278 ufficiali e 5653 soldati tra uccisi o dispersi. La marina vi aggiunge 881 vittime e la portaerei Saratoga, danneggiata da un kamikaze. La conquista dei pochi chilometri quadrati di Iwo Jima è costata in uomini quasi quanto quella di Luzon, argomento a cui i giornali del gruppo Hearts si appigliano per chiedere che sia dato a MacArthur il comando di tutto il Pacifico, « because he saves the lives of his own men », perché salva le vite dei suoi uomini.

Se volete approfondire la sanguinosa battaglia che costò ai marines americani quasi sei mila morti e che sette anni fa è stata ricordata da Clint Eastwood con i suoi due splendidi film Flags of our fathers e Letters from Iwo Jima potete farlo sfogliando il 2° volume de La seconda guerra mondiale di Raymond Cartier nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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