84 anni fa: l’11 febbraio 1929 il cardinale Pietro Gasparri e Benito Mussolini firmano i Patti Lateranensi tra Vaticano e Regno d’Italia

Il momento della firma dei trattati illustrato sulla copertina de La Domenica del Corriere

Il momento della firma dei trattati illustrato sulla copertina de La Domenica del Corriere

LA CONCILIAZIONE FU IL PUNTO d’arrivo di due esigenze diverse ma tendenti allo stesso obbiettivo. Per la Santa Sede si trattava di porre fine con un accordo soddisfacente, che non sembrasse una resa, alla «iniqua condizione fatta al romano Pontefice». Per Mussolini si trattava di accelerare la dissoluzione di ciò che restava del Partito popolare, togliendo alla sua opposizione al Regime il fondamento morale e politico della «Questione romana»; e di attirare inoltre verso il fascismo quelle masse cattoliche che ancora erano perplesse ed esitanti.
Il 4 maggio 1926 scrisse a Rocco: «Con profonda fede nella missione religiosa e cattolica del popolo italiano, il. governo fascista ha proceduto metodicamente, con una serie di atti amministrativi e di provvedimenti legislativi, a restituire allo Stato e alla nazione italiana quel carattere di Stato cattolico e di nazione cattolica che la politica liberale si era sforzata, durante lunghi anni, di cancellare».
Nell’estate di quello stesso 1926 furono avviate trattative vere e proprie che, sulla scia dell’azione di in precedenza svolte dal padre gesuita Tacchi Venturi, vennero condotte da personaggi apparentemente di secondo piano, ma abili e discreti. Per l’Italia il consigliere di Stato Domenico Barone, per la Santa Sede l’avvocato marchese Francesco Pacelli, fratello del futuro segretario di Stato e Pontefice. Fino a tutto il 1926 gli incontri ebbero il carattere di sondaggi, più che di vero e proprio negoziato, e gli interlocutori non erano investiti di un incarico formale. Lo ebbero soltanto dal l° gennaio del 1927, quando Barone fu espressamente delegato a «trattare per la determinazione de rapporti tra lo Stato italiano e la Santa Sede». Barone e Pacelli – quest’ultimo si sarebbe intrattenuto con il Papa 129 volte, prima che si arrivasse alla firma – si trovarono d’accordo sulla opportunità dì formulare gli accordi in tre documenti: il Trattato, relativo ai rapporti tra i due Stati sovrani, che avrebbe sanato la ferita aperta con la breccia di Porta Pia, il 20 settembre del 1870; il Concordato, riguardante il ruolo della religione cattolica e delle sue istituzioni, in Italia; infine la convenzione finanziaria, in forza della quale alla Santa Sede sarebbero state versate globalmente le somme che le erano assicurate dalla legge sulle Guarentigie, e che non erano mai state riscosse.
Nel gennaio del 1929 Domenico Barone, uno dei protagonisti del negoziato, moriva. Mussolini assunse allora di persona il compito di perfezionare gli accordi, e più volte, in quella estrema fase, l’avvocato Pacelli si trattenne con lui dopo cena, e fino a notte. Tutti gli scogli erano stati ormai superati. Il Vaticano aveva rinunciato a rivendicare il territorio di Villa Pamphili, il che aveva placato le apprensioni di Vittorio Emanuele III per un eventuale ingrandimento dello Stato vaticano. La indennità che la Santa Sede – le cui finanze erano in quel momento tutt’altro che floride – pretendeva dallo Stato italiano era stata ridotta dagli originari tre miliardi a un miliardo e 750 milioni di cui un miliardo in titoli al portatore e il resto in contanti. Importanti, dal punto di vista finanziario, furono anche alcune esenzioni fiscali accordate ai beni e investimenti della Santa Sede, esenzioni attorno alle quali si doveva poi sviluppare, nel dopoguerra, durante il papato di Pio XII, una lunga polemica.
Ma più importanti della convenzione finanziaria furono, naturalmente, il Trattato e il Concordato. Il Trattato – che regolava il rapporto tra due Stati sovrani – aveva un preambolo di 27 articoli, e subito all’inizio ribadiva il contenuto dell’articolo primo dello Statuto albertino in forza del quale la religione cattolica apostolica romana era la sola religione dello Stato italiano. Riconosceva quindi la piena sovranità e la esclusiva ed assoluta potestà e giurisdizione della Santa Sede sul Vaticano, creando a tale scopo la Città del Vaticano, i cui servizi pubblici sarebbero stati a cura dello Stato italiano. Il Trattato stabiliva quali fossero le persone soggette alla sovranità della Santa Sede, riconosceva ad essa il diritto di legazione attiva e passiva (ossia il diritto di accreditare e ricevere missioni diplomatiche). La Santa Sede dichiarava «definitivamente ed irrevocabilmente composta» la «Questione romana», e riconosceva il Regno d’Italia sotto la dinastia dei Savoia.
Nel Concordato, riguardante la posizione della Chiesa nell’ordinamento interno italiano, si riconosceva alla Chiesa personalità giuridica, con tutti i diritti che ne derivavano, si dava eguale riconoscimento alle «famiglie» religiose, si attribuiva «il dovuto ufficio ed onore all’insegnamento religioso» (con una speciale menzione dell’Università Cattolica di Milano), si ammetteva il ruolo legittimo dell’Azione cattolica. Ai sacerdoti era affidata, nella celebrazione del matrimonio religioso, la funzione di ufficiali civili. Si stabiliva infine che i sacerdoti apostati o colpiti da censura non potessero occupare uffici pubblici, e si concedeva a cardinali e vescovi una speciale posizione giuridica. I vescovi dovevano tuttavia giurare lealtà allo Stato, al Re e al Governo.
La «Questione romana» era chiusa. Indipendente e libero, nei quarantaquattro chilometri quadrati della città leonina, il Romano Pontefice riconosceva finalmente la legittimità del Regno d’Italia, con Roma capitale. L’11 febbraio 1929, un lunedì, poco prima di mezzogiorno, il corteo ufficiale che accompagnava Mussolini si avviò verso il Palazzo apostolico lateranense, dove sarebbe avvenuta la cerimonia della firma. Pioveva a dirotto. Il segretario di Stato cardinale Gasparri attendeva Mussolini (in redingote come il sottosegretario agli Esteri Dino Grandi) nella vasta sala delle Missioni. Per primo firmò Gasparri, quindi porse la stilografica d’oro massiccio che il Papa gli aveva affidato a Mussolini, il quale firmò a sua volta. La penna gli rimase in dono, a ricordo dell’avvenimento. Mentre Mussolini usciva, le campane della basilica di San Giovanni in Laterano suonarono a festa. L’indomani, settimo anniversario della sua incoronazione, Papa Ratti fu acclamato da una grande folla di fedeli per l’accordo raggiunto con «l’uomo che la Provvidenza aveva stabilito di farci incontrare», secondo la sua stessa definizione.
In tutte le chiese d’Italia si pregò e si esultò per la Conciliazione che aveva ridato «Dio all’Italia e l’Italia a Dio». Il governo dichiarò 1’11 febbraio festa nazionale. Le formalità parlamentari che avrebbero reso costituzionalmente operanti i Patti del Laterano furono superate senza difficoltà. La nuova Camera – eletta come vedremo il 24 marzo – fece registrare solo due voti contrari, e sei il Senato: quelli di Luigi Albertini, Bergamini, Croce – il filosofo aveva spiegato in un discorso il suo dissenso non alla Conciliazione, ma al modo in cui era stata realizzata -, Paternò, Ruffini, Sinibaldi.

Se volete approfondire la storica firma dei Patti Lateranensi potete farlo sfogliando le pagine del libro di Indro Montanelli Storia d’Italia – L’Italia del Novecento nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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