206 anni fa: l’8 febbraio 1807, nella battaglia di Eylau, Napoleone sconfigge i Russi del Generale Bennigsen

Napoleone ad Eylau, dipinto di Antoine-Jean Gros

Napoleone ad Eylau, dipinto di Antoine-Jean Gros

In un’atmosfera ovattata per la neve cadente, alle otto del mattino Eylau fu investita dalle artiglierie russe, che ebbero una pronta e altrettanto intensa risposta da parte di quelle francesi. Il bombardamento nocque più ai russi, che non potevano fruire della protezione delle case della cittadina e agivano su un fronte compatto, ma intorno alle nove i loro mortai avevano prodotto ingenti danni agli edifici, e il fuoco che se ne sprigionava andava a sciogliere per aria la neve che scendeva ancora copiosa. Frattanto partiva l’ala destra francese contro Tučkov, che Napoleone intendeva impegnare per distogliere l’attenzione di Bennigsen dal prossimo attacco in forze sul fianco opposto. Anche il generale russo scattò in avanti, e lo scontro avvenne più o meno a metà strada tra i due schieramenti, fino a quando Lewal non fu costretto a ripiegare sulla posizione di partenza, una collina denominata “del Mulino”. Né andò meglio sull’esterno, dove era intanto arrivata la prima divisione di Davout, condotta da Friant, che fu subito affrontata dalla cavalleria nemica.
Era un momento di imprevista difficoltà per Napoleone, che seguiva gli eventi dal campanile della chiesa di Eylau; ci pensò un po’ su e poi decise di impegnare il fianco destro russo per impedire a Bennigsen di proseguire con grandi forze l’attacco a Soult; lanciò quindi Augereau affiancato da Saint Hilaire contro Tolstoj, nella speranza che il secondo potesse poi congiungersi con le forze di Davout e incrementare così la forza d’urto. Era u n piano rischioso, perché le truppe di quest’ultimo non erano ancora del tutto operative; raramente l’imperatore aveva fatto tanto affidamento sull’improvvisazione, ma doveva fare i conti con la disponibilità delle sue milizie, che poteva cambiare in ogni momento: dietro Friant, infatti, stava allora comparendo in lontananza la divisione Morand.
Ma la manovra si risolse in una carneficina. In mezzo alla tormenta le due divisioni di Augereau, forti di 9000 uomini, non riuscirono neanche a marciare in formazione e, se le prime brigate avanzavano in ordine sparso, quelle successive riuscivano a malapena a mantenere il quadrato; il maresciallo da parte sua, ferito e malato, non era in grado di sostenere un combattimento, a maggior ragione in quelle condizioni, e non a caso aveva chiesto il giorno prima a Napoleone di essere sostituito nel comando. Augereau non ebbe quindi modo di soprintendere l’avanzata delle sue truppe, che finirono per perdersi e capitare a tiro delle artiglierie situate sul fianco del centro nemico; il fuoco di 70 cannoni si riversò senza pietà su di loro, e come se non bastasse, gli arrivarono proiettili anche dalle spalle, perché i francesi che continuavano a sparare contro il centro nemico non si erano accorti di loro. Allo stesso tempo, Saint Hilaire si ritrovò solo davanti a Tolstoj, senza essere in grado di proseguire l’attacco, ma finendo anzi esposto al contrattacco avversario.
Dopo essere stato decimato dalle artiglierie di entrambi gli schieramenti, il corpo di Augereau fu investito da un assalto alla baionetta della riserva di Doctorov, e i pochi superstiti – non più di un terzo degli effettivi – riuscirono a riparare con lo stesso maresciallo al cimitero di Eylau, mentre un reggimento resistette ancora un po’ su una collinetta, prima di essere spazzato via dall’attacco russo; Augereau aveva tentato di inviare a quel reparto dei messaggeri per invitarlo a sloggiare, ma solo uno, il testimone di questi eventi, il capitano Marbot, era stato in grado di raggiungerli, solo per essere investito anch’egli dall’assalto russo, riuscendo poi a salvarsi con pochi altri.
Adesso tutti e tre i settori dell’esercito francese erano sulla difensiva e in evidenti difficoltà: Soult era pressato da Tučkov, il centro era fortemente indebolito dalla strage ai danni di Augereau e Saint Hilaire si trovava isolato a sostenere la minaccia di Tolstoj. Per di più, a metà mattinata una colonna di circa 5000 russi penetrò dentro Eylau e giunse molto vicino allo stesso imperatore, il quale fu salvato solo da un rapido e coraggioso contrattacco della guardia del corpo, che tenne occupati i nemici fino a quando due battaglioni della guardia imperiale vennero a scortarlo fuori città in una posizione più sicura.
Era il momento di Murat. Il suo contingente, 10.700 cavalleggeri che montavano su cavalcature in gran parte requisite in Prussia, era l’unico rimasto integro, e alle undici e trenta Napoleone gli ordinò di avanzare per rimpiazzare il vuoto lasciato da Augereau e di caricare il centro nemico. Fu uno spettacolo straordinario: l’energia e la potenza che sprigionarono quei cavalieri nei due chilometri che li separavano dalle linee nemiche furono memorabili, e travolsero tutto ciò che incontravano. Dapprima Murat investì gli ultimi reparti russi che si ritiravano da Eylau, quindi divise le sue forze in due gruppi, uno dei quali si rovesciò sulla cavalleria nemica che premeva il fianco di Saint Hilaire, per poi proseguire contro il centro avversario e riunirsi oltre esso. La carica ricominciò alle spalle dei russi, allibiti e terrorizzati, e investì nel ritorno le artiglierie che avevano decimato Augereau, per poi rientrare nelle file francesi, con 1500 uomini in meno, sotto la copertura di sei squadroni di mamelucchi e cacciatori della cavalleria della guardia.
Bennigsen aveva perso la sua occasione. L’esito largamente positivo della carica di Murat rinfrancò Napoleone e ridiede morale alle sue truppe, oltre a rallentare non poco la spinta dell’esercito russo nei confronti dei tre segmenti dell’ esercito francese in difficoltà. Adesso, invece di impiegare la guardia per finire di scompaginare il centro nemico – l’imperatore temeva che i prussiani arrivassero prima di Ney e si teneva la sua guardia come riserva -, Napoleone scatenò l’auspicata manovra di aggiramento sul fianco di Tolstoj, approfittando del fatto che le forze di Davout erano ormai completamente schierate. In breve il baricentro della battaglia si spostò sul fianco meridionale, con Davout e Saint Hilaire che ebbero progressivamente ragione degli avversari, obbligandoli a spezzare la linea del loro schieramento curvando fino quasi a schierarsi paralleli dietro il centro e l’ala opposta.
Sembrava fatta, ma Ney non arrivava, per completare 1’accerchiamento sul lato opposto. Il maresciallo, cui era stato inspiegabilmente inviato l’ordine di ricongiungersi solo alle otto del mattino, ne aveva avuta notizia soltanto alle due, molto dopo di quando fu informato Lestocq, che con i suoi prussiani, come temeva Napoleone, giunse sul campo di battaglia poco prima delle quattro; comparso dietro le linee di Soult, il comandante prussiano, che aveva arricchito il suo contingente con alcuni reparti di sbandati della battaglia del mattino, procedette nella sua corsa verso il fianco scoperto di Davout, all’ala opposta. Il suo arrivo sollevò il morale dei russi e li aiutò a riguadagnare il terreno perduto a sud, rinnovando anche in questo settore lo stallo che caratterizzava gli altri. La situazione fu modificata so­ lo verso le sette di sera, quando finalmente cominciarono ad arrivare le truppe di Ney, che alle otto lanciarono un attacco per sottrarre a Tučkov il possesso del villaggio di Schloditten; in un primo momento l’azione riuscì, ma solo per cedere al contrattacco russo.
Alle nove i combattimenti cessarono, senza che uno dei due schieramenti fosse in una posizione di prevalenza rispetto all’altro. Bennigsen era distrutto dalla fatica, e col morale a pezzi per 1’arrivo di Ney; respinse quindi i suggerimenti dei suoi subalterni, che lo invitavano a proseguire la lotta il giorno successivo, e decise di ordinare la ritirata. Il movimento delle truppe russe fu notato solo verso le tre del mattino dagli uomini di Soult, ma nessuno dei francesi era in grado di darsi al loro inseguimento: gli illesi dovevano combattere la stanchezza per evitare di finire assiderati, e i feriti erano destinati a morire congelati già quella notte. La battaglia di Eylau ebbe termine così, in modo inconcludente quanto il suo svolgimento: se sono accertati 15.000 caduti tra i russi, assolutamente sconosciuta è l’entità di quelli francesi, che sono probabilmente più vicini ai 25.000 ipotizzati da qualche storico che ai 1900 propinati dalla propaganda napoleonica nei suoi mendaci bollettini di guerra. Era stata la più sanguinosa delle battaglie napoleoniche, ma anche l’unica che non avesse portato a nulla, se non a spegnere 1’offensiva di Bennigsen, e Napoleone, che se la prese ancora una volta con Bernadotte perché non si era visto sul campo di battaglia – ma stavolta il maresciallo non aveva colpa -, si diede alacremente da fare per farla passare come una vittoria. Fece quindi ripiegare la Grande Armata, nelle cui fila serpeggiava sempre più il malcontento e si invocava la pace, presso i quartieri invernali, e diede ordine a Lefebvre di riprendere l’assedio di Danzica interrotto per la campagna. Tutto era sospeso e rimandato, nella migliore delle ipotesi, a primavera, mentre a Eylau, dove decine di migliaia di vittime giacevano congelate nella neve rossa, si sistemavano i russi.
«Che massacro! – esclamò Ney percorrendo il campo di battaglia il giorno successivo al combattimento -. E senza risultati!». Considerando quanto Napoleone aveva saputo compiere fino ad allora, Eylau fu per lui un grave insuccesso, e l’imperatore mostrò i primi segni di stanchezza. Molte sono le attenuanti, in realtà, per un’offensiva che egli non aveva cercato in quel momento: le condizioni climatiche e le pessime condizioni delle strade polacche lo avevano privato di una delle sue carte migliori, la velocità, e la scoperta da parte dei russi dei suoi piani di un’altra, la sorpresa; le prime rivalità tra marescialli – cui d’altra parte non sempre era riuscito a imporre la sua volontà – avevano minato la splendida coesione del suo esercito; il popolo non era più dalla sua parte e i francesi erano i primi a non rispettare il blocco continentale. D’altra parte, l’ingranaggio perfetto cui il suo genio e la sua instancabile attività avevano dato luogo sembrava essersi inceppato: stavolta i suoi corpi d’armata avevano marciato su un fronte troppo ampio, e l’imperatore aveva dato battaglia senza la superiorità numerica che riteneva sempre indispensabile; se l’era poi cavata principalmente grazie al valore della riserva di Murat, lasciando per giunta arrivare i russi così vicino alla sua persona da rischiare la cattura.
Si trattava del primo scacco, se per scacco si intende l’incapacità di rendere risolutiva una battaglia; ma d’altronde Napoleone si era trovato costretto a fronteggiare un’offensiva imprevista, mentre solitamente era lui a condurre la danza; fosse stato per lui, i combattimenti sarebbero ripresi in primavera, e a quella stagione l’imperatore rimandò la risoluzione del conflitto.

Se volete approfondire quello che fu uno degli scontri più sanguinosi delle guerre napoleoniche potete farlo sfogliando il volume di Andrea Frediani Le grandi battaglie di Napoleone nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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