201 anni fa: il 7 febbraio 1812 nasce a Portsmouth lo scrittore, giornalista e reporter di viaggio britannico Charles Dickens

David CopperfieldI.
LA MIA NASCITA

Si vedrà da queste pagine se sarò io o un altro l’eroe della mia vita. Per principiarla dal principio, debbo ricordare che nacqui (come mi fu detto e credo) di venerdì, a mezzanotte in punto. Fu rilevato che nell’istante che l’orologio cominciava a battere le ore io cominciai a vagire.
Dalla infermiera di mia madre e da alcune rispettabili vicine, alle quali stetti vivamente a cuore parecchi mesi prima che fosse possibile la nostra conoscenza personale, fu dichiarato, in considerazione del giorno e dell’ora della mia nascita, primo: che sarei stato sfortunato; secondo: che avrei goduto il privilegio di vedere spiriti e fantasmi; giacché questi due doni toccavano inevitabilmente, com’esse credevano, a quegli sciagurati infanti dell’uno o dell’altro sesso, che avevano la malaugurata idea di nascere verso le ore piccole di una notte di venerdì.
Sulla prima parte della loro predizione non è necessario dir nulla, perché nulla meglio della mia storia può dimostrare se sia stata confermata o no. Sulla seconda osservo soltanto che, giacché in fasce non mi avvenne di veder gli spiriti, a quest’ora sono sempre in attesa d’una loro visita. Ma non mi lagno di non aver goduto questo onore; e se c’è qualcuno che presentemente lo gode e se ne compiace, buon pro gli faccia, e senza invidia!
Nacqui con la camicia, e questa fu offerta in vendita sui giornali al modesto prezzo di quindici ghinee. Se la gente che solcava i mari a quel tempo fosse scarsa a denari o fosse invece di poca fede, e preferisse cinture e indumenti di sughero, non so: il fatto sta che non vi fu che una sola e unica domanda di acquisto; e questa da parte di un agente di cambio, che offriva due sterline in moneta e il resto in vino di Xères; ma che rifiutava per un prezzo più alto di esser garantito dall’annegare. Quindi l’annuncio fu ritirato in pura perdita – a proposito di vino di Xères, era stato venduto allora quello posseduto da mia madre, – e dieci anni dopo la camicia fu messa in lotteria fra cinquanta persone del vicinato a mezza corona a testa, con l’obbligo per il vincitore di sborsare altri cinque scellini. All’estrazione ero presente anch’io, e ricordo d’essermi sentito molto imbarazzato e confuso per quella gestione d’una parte di me stesso. Ricordo inoltre che la camicia fu vinta da una vecchia la quale trasse, con gran riluttanza, da un panierino che aveva in mano, i cinque scellini pattuiti tutti in spiccioli di rame: mancava un soldo, e ci volle Dio sa quanto tempo e un’infinità di calcoli per dimostrarglielo, e finalmente non fu possibile farglielo capire. È un fatto che sarà a lungo rammentato laggiù: che essa non soltanto non corse mai il rischio di annegare, ma spirò trionfalmente a letto, di novantadue anni. Ho saputo poi che fino al suo ultimo giorno di vita, essa s’era vantata di non esser mai stata sull’acqua, tranne che dall’altezza d’un ponte, e che nell’atto di farsi il tè, bevanda per la quale andava matta, soleva parlare con grande indignazione dell’empietà dei marinai e di quanti si pigliavano la briga d’andar vagando per il mondo. Le si obiettava invano che certi comodi, e forse anche il tè, derivavano appunto da quella cattiva abitudine. Essa ribatteva sempre, con maggior enfasi e con una conoscenza istintiva della forza del suo argomento: «Noi non andiamo vagando».
E ora per non vagare e divagare anch’io, tornerò alla mia nascita.
Nacqui a Blunderstone, nel Suffolk. Ero un figlio postumo. Da sei mesi gli occhi di mio padre s’erano chiusi alla luce del mondo, quando i miei s’apersero. Sento qualche cosa di strano in me, anche ora, al pensiero che egli non mi vide mai; e qualche cosa di più strano ancora nella vaga rimembranza rimastami delle mie prime visite infantili alla pietra bianca della sua tomba nel cimitero attiguo alla chiesa, e dell’indefinibile pietà che provavo nel vederla così sola nella notte buia, quando il nostro salottino era così caldo e lucente di fuoco e di candele, e contro di essa – quasi con crudeltà, a volte mi sembrava, – venivano chiuse e sbarrate le porte di casa.
Una zia di mio padre, e per conseguenza una mia prozia, della quale in seguito dovrò dir di più, era la persona più importante della mia famiglia. La signora Trotwood, o la signora Betsey, come la mia povera madre sempre la chiamava, quando si sentiva capace di vincere il terrore che le incuteva perfino il nome di quel formidabile personaggio (cosa che avveniva di rado), era andata sposa a un uomo più giovane di lei, e molto bello, ma non nel senso di certo adagio casalingo che dice: «Chi è buono è bello» – perché c’era un grave sospetto ch’egli avesse battuto la signora Betsey, e anche che egli avesse, in una questione finanziaria controversa, fatto dei preparativi frettolosi ma energici per scaraventarla giù da una finestra del secondo piano. Queste evidenti prove d’incompatibilità di carattere indussero la signora Betsey a dargli un bel gruzzolo per levarselo dai piedi, ed ottenere una separazione per mutuo consenso. Egli s’imbarcò per le Indie con quel capitale, e colà, secondo una strana leggenda nella nostra famiglia, fu visto una volta insieme con un babbuino cavalcare un elefante; ma io credo invece che fosse stato visto insieme con una di quelle principesse indiane che si chiamano «babù». Comunque, dieci anni dopo, giunse in patria la notizia della morte di lui. Nessuno seppe mai che effetto la nuova facesse su mia zia; perché ella, immediatamente dopo la separazione, aveva ripreso il suo nome di ragazza, s’era comprata un villino in un villaggio lontano, in riva al mare, vi s’era stabilita insieme con una domestica, e d’allora aveva vissuto sola come una reclusa, in un inviolabile ritiro.
Mio padre era stato, credo, il suo beniamino; ma il matrimonio da lui contratto l’aveva offesa a morte, per la ragione che mia madre era «una bambola di cera». Essa non aveva mai visto mia madre, ma sapeva che non aveva ancora venti anni. Mio padre e la signora Betsey non s’erano visti più. Egli aveva il doppio dell’età di mia madre quando la sposò, ed era di debole costituzione. Morì un anno dopo, e, come ho già detto, sei mesi prima che io venissi alla luce.
Stavano così le cose nel pomeriggio di quel venerdì che io chiamo – e mi si scusi se così faccio – importantissimo. Non avevo dunque modo di poter sapere a quel tempo lo stato delle cose, o di aver qualche rimembranza, fondata sulla prova dei miei sensi, di ciò che segue.
Mia madre, molto malandata in salute e assai scoraggiata, era seduta accanto al fuoco, e guardava le fiamme a traverso le lagrime, piangendo amaramente su se stessa e sul piccolo essere senza padre, la cui venuta al mondo, poco entusiasta per quell’arrivo, era già stata salutata da alcune grosse di spilli profetici in un cassetto di una camera superiore; mia madre, dico, stava, in quel lucente e ventilato pomeriggio di marzo, seduta accanto al fuoco, molto timida e gravemente dubbiosa d’uscir viva dalla triste prova che doveva affrontare, quando, levando gli occhi, nell’atto di asciugarseli, alla finestra opposta, vide una sconosciuta arrivar dal giardino.
Mia madre ebbe come un sicuro presentimento, alla seconda occhiata, che fosse la signora Betsey. Il sole che tramontava, oltre la siepe, raggiava sulla sconosciuta, che si dirigeva verso la porta con una truce rigidezza di aspetto e una gravità d’andatura che non potevano appartenere a nessun’altra al mondo.
Quando ella giunse sulla soglia, diede un’altra prova della sua identità. Mio padre aveva narrato spesso che mia zia di rado si comportava come gli altri cristiani; e così ella, invece di sonare il campanello, si diresse risolutamente alla finestra, e guardò a traverso i vetri, poggiandovi il naso con tanta forza che in un istante, soleva dire la mia povera madre, era diventato perfettamente bianco e piatto. E questo fece tanta impressione su mia madre, che io son persuaso di esser nato di venerdì per opera e fatto della signora Betsey.
Mia madre, levatasi tutta agitata, era corsa a rifugiarsi dietro una sedia in un angolo. La signora Betsey, guardando nella stanza intorno intorno, con lenta e inquisitiva penetrazione, cominciò dall’altro lato e girò gli sguardi, come la testa di saraceno di un orologio olandese, finché non li posò su mia madre. Come la vide, aggrottò le ciglia e le fece un cenno imperioso di andare ad aprire. Mia madre andò.
– La signora Copperfield, immagino? – disse la signora Betsey, poggiando la voce sull’«immagino», con un’allusione, forse, alle gramaglie e alla condizione di mia madre.
– Sì – disse mia madre, con un filo di voce.
– La signora Trotwood – disse la visitatrice. – Avrete sentito parlar di lei, immagino.
Mia madre rispose che aveva avuto quel piacere, pur con la triste consapevolezza di far trasparire che non era stato un gran piacere.
– Sono lei in persona – disse la signora Betsey. Mia madre chinò la testa, e la pregò di accomodarsi.
Entrarono nel salotto, donde mia madre era uscita, giacché nella sala grande all’altra estremità del corridoio non ardeva il fuoco, e dal giorno dei funerali di mio padre non v’era stato più acceso; e quando furono tutte e due sedute, e la signora Betsey non diceva sillaba, mia madre, dopo aver tentato inutilmente di frenarsi, cominciò a piangere.
– Sss, sss, sss! – disse la signora Betsey in fretta. – Ma che c’entra ora? Su, su!
Pure mia madre non poté reggersi, e continuò a piangere finché non si fu sfogata.
– Togliti il cappello, bambina, che non sei altro – disse la signora Betsey; – e lascia che ti guardi.
Mia madre aveva tanto timore di lei che non avrebbe potuto rifiutarsi di compiacerla, anche se avesse voluto. Perciò fece ciò che le era stato detto, e con mani così tremanti che la capigliatura (che era abbondantissima e bella) le si sparse intorno intorno al volto.
– Ah, che Iddio ti benedica! – esclamò la signora Betsey. – Tu sei veramente una bambina.
Mia madre era, certo, all’aspetto, molto giovane anche per gli anni che aveva: curvò la testa, come se fosse colpa sua, poveretta, e disse, singhiozzando, che davvero temeva di non essere che una vedova dal cervello di bambina, e che sarebbe stata una mamma dal cervello di bambina, se fosse sopravvissuta. Nella breve pausa che seguì, le parve di sentire che la signora Betsey le palpasse i capelli con mano carezzevole; ma come la guardò in viso con timida speranza, vide la signora seduta, con l’orlo della veste rimboccato, le mani piegate su un ginocchio, e i piedi sull’alare, fissare accigliata il fuoco.
– In nome del cielo – disse improvvisamente la signora Betsey – perché «Piano delle Cornacchie»?
– Intendete la casa, signora? – chiese mia madre.
– Perché «Piano delle Cornacchie»? – ripeté la signora Betsey. – «Allodole allo Spiedo» sarebbe stato più adatto, se aveste avuto qualche idea pratica della vita, tu e lui.
– Il nome lo scelse mio marito – rispose mia madre. – Quando comprò la casa, gli piacque d’immaginare che qui vi fossero delle cornacchie.
Il vento della sera strepitava tanto in quel momento fra i vecchi olmi in fondo al giardino, che mia madre e la signora Betsey guardarono entrambe verso quel punto. Gli olmi si piegavano l’uno verso l’altro, come giganti che si bisbigliassero dei segreti, e, dopo pochi secondi di riposo, si agitavano con tanta violenza, con una convulsione così frenetica di braccia, come per malvage confidenze che li sconvolgessero, che i vetusti rimasugli di nidi di cornacchie sospesi ai loro rami più alti oscillavano e turbinavano come frammenti di un naufragio in un mare tempestoso.
– Dove sono gli uccelli? – chiese la signora Betsey.
– Che cosa? … – Mia madre s’era distratta un poco.
– Le cornacchie… dove sono? – chiese la signora Betsey.
– Non ve ne sono mai state, da quando siamo venuti qui – disse mia madre. – Credevamo… mio marito credeva… che ce ne fossero molte; ma i nidi erano vecchi, e gli uccelli li avevano abbandonati da molto tempo.
– Tutto Davide Copperfield! – esclamò la signora Betsey. – Davide Copperfield dalla punta delle scarpe alla cima dei capelli! Chiama la casa Piano delle Cornacchie, quando non c’è una cornacchia a pagarla un occhio, e acchiappa gli uccelli sulla parola, perché vede i nidi.
– Davide Copperfield è morto – rispose mia madre – e se osate di parlarmi male di lui…
La mia povera madre ebbe qualche istante l’intenzione, credo, di piombare addosso a mia zia, la quale avrebbe potuto metterla a posto con una mano sola, anche se mia madre fosse stata in migliori condizioni di quella sera per un simile scontro. Ma quell’intenzione svanì con l’atto di levarsi dalla sedia, e mia madre risedette accasciata, e svenne.
Quand’essa rinvenne, o quando, come non è improbabile, fu fatta rinvenire dalle cure della signora Betsey, scòrse costei in piedi accanto alla finestra. Lì chiarore del crepuscolo intanto si velava, ed esse non si sarebbero potute vedere che molto confusamente senza la luce del focolare.
– Bene – disse la signora Betsey, tornando al suo posto, come se avesse contemplato per un momento il paesaggio; – e per quando aspetti…
– Ho paura – balbettò mia madre. – Non so che cosa sia… ma morrò, certamente.
– No, no, no – disse la signora Betsey. – Piglia un po’ di tè.
– Dio mio, Dio mio, credete che mi farà bene? – esclamò mia madre in tono disperato.
– Ma sì, che ti farà bene – disse la signora Betsey. – Semplice immaginazione. Come la chiami la ragazza?
– E chi sa se sarà una ragazza? – disse ingenuamente mia madre.
– Benedetta chi ha da nascere! – esclamò la signora Betsey, citando inconsapevolmente la frase scritta con gli spilli sul cuscinetto in un cassetto del canterano al di sopra. – Non parlavo della bambina, ma della fantesca.
– Peggotty – disse mia madre.
– Peggotty! – ripeté la signora Betsey, indignata. – È mai possibile che una creatura umana sia entrata in una chiesa cristiana per farsi dare il nome di Peggotty?
– È il cognome – disse mia madre con un filo di voce. – Mio marito la chiamava così, perché si chiama Clara come me.
– Peggotty! – gridò la signora Betsey, spalancando la porta del salotto. – Porta il tè. La tua padrona si sente male. Sbrigati.
Dato quest’ordine con la stessa energia e la stessa autorità di chi in quella casa, fin dalla sua costruzione, avesse supremo e indiscusso comando, e data un’occhiata nel corridoio per vedervi uscire, al suono della voce estranea, Peggotty meravigliata con una candela in mano, la signora Betsey richiuse la porta, e andò a sedersi nello stesso atteggiamento di prima: i piedi sull’alare, l’orlo della veste rimboccato, e le mani congiunte su un ginocchio.
– Stavi dicendo che dovrebbe essere una bambina – disse la signora Betsey. – Non mi contraddire. Dal momento della nascita di questa bambina, io intendo di esser la sua protettrice. Intendo di tenerla a battesimo, e ti prego di chiamarla Betsey Trotwood Copperfield. Non si debbono commettere errori nella vita di «questa» Betsey Trotwood. I sentimenti di lei, poverina, non debbono esser presi alla leggera. Si deve guidarla bene, e bene avvertirla di non aver scioccamente fiducia di chi non la merita. A questo ci penserò io.
A ciascuna di queste sentenze la signora Betsey aveva scosso il capo, come se i torti da lei sofferti si fossero ridestati in lei, ed essa si fosse sforzata di non alludervi più chiaramente. Almeno così sospettò mia madre, mentre l’osservava al tenue chiarore del fuoco: troppo paurosamente soggiogata dalla signora Betsey, e troppo sofferente e sconvolta per conto proprio, per osservar qualcosa con chiarezza e saper ciò che dire.
– E Davide era buono con te, piccina mia? – chiese la signora Betsey, dopo essere stata un po’ in silenzio, cessando dallo scuotere il capo. – Stavate bene insieme?
– Eravamo felici – disse mia madre. – Mio marito anzi era troppo buono per me.
– Ti viziava forse? – rispose la signora Betsey.
– Ora che sono di nuovo sola e padrona di me in questo tristo mondo, temo di sì – singhiozzò mia madre.
– Su! Non piangere! – disse la signora Betsey. – Non eravate bene appaiati, piccina mia… Chi sa poi se due persone possano mai essere bene appaiate… ecco perché t’ho fatto questa domanda. Tu eri orfana, non è vero?
– Sì!
– Facevi la governante?
– Ero governante in una famiglia frequentata dal signor Copperfield. Il signor Copperfield era molto gentile con me, e mi prese molto a cuore, e si mostrò molto sollecito del mio bene, e finalmente domandò la mia mano. E io dissi di sì. E così ci sposammo – disse mia madre con semplicità.
– Ah, povera piccina! – pensava la signora Betsey, con le sopracciglia aggrottate verso il fuoco. – Sai fare qualche cosa?
– Vi domando scusa, signora – balbettò mia madre.
– Sai come si tiene la casa, per esempio? – disse la signora Betsey.
– Non molto, temo – rispose mia madre. – Non tanto come sarebbe mio desiderio. Ma mio marito mi stava insegnando…
(– Ne sapeva molto anche lui!) – disse la signora Betsey in parentesi.
– E forse avrei progredito, perché aveva molta pazienza nel guidarmi; ma la gran disgrazia della sua morte… – Mia madre scoppiò di nuovo a piangere, e non poté proseguire.
– Su, su! – disse la signora Betsey.
– Io tenevo la nota delle spese regolarmente, e la mettevo in ordine ogni sera con mio marito – pianse mia madre in un altro scoppio di angoscia.
– Su, su! – disse la signora Betsey. – Non piangere più.
– E vi assicuro che tra noi non ci fu mai la minima discussione sui conti, tranne quando mio marito mi diceva che i miei tre e i miei cinque si somigliavano troppo, e che era inutile arricciar le code ai sette e ai nove – ripigliò mia madre in un altro scoppio di pianto, che di nuovo l’interruppe.
– Così ti ammalerai – disse la signora Betsey – e sai che non sarà bene né per te, né per la mia figlioccia. Su, ché non sta bene.
Quest’argomento contribuì a calmare mia madre, ma il suo malessere che aumentava v’ebbe forse una parte maggiore. Vi fu un intervallo di silenzio, rotto soltanto dalle esclamazioni della signora Betsey, che stando coi piedi sull’alare, diceva ogni tanto: «Ah!».
– Davide, col suo denaro – essa disse, dopo un poco – s’era costituita una rendita vitalizia, a quanto so. Che cosa ti ha lasciato?
– Mio marito – disse mia madre, rispondendo con qualche difficoltà – ebbe tanta considerazione e fu così buono per me da assicurarmene la successione di una parte.
– Quanto? – chiese la signora Betsey.
– Centocinque sterline all’anno – disse mia madre.
– Avrebbe potuto far peggio – disse mia zia. La parola era appropriata al momento. Mia madre aveva tanto peggiorato che Peggotty, entrando col vassoio del tè e le candele, e vedendo a un’occhiata come stava la padrona – la signora Betsey se ne sarebbe accorta prima, se ci fosse stata abbastanza luce – la trasportò in gran fretta nella camera del primo piano, e mandò immediatamente Cam Peggotty, suo nipote, che da alcuni giorni era rimasto nascosto in casa, all’insaputa di mia madre, come speciale messaggero in caso di necessità, a chiamare l’infermiera e l’ostetrico.
Queste potenze alleate furono alquanto meravigliate, arrivando a pochi minuti di distanza l’una dall’altra, di trovare seduta, accanto al fuoco una signora sconosciuta, di sinistro aspetto, che aveva il cappellino legato intorno al braccio sinistro, e si tappava le orecchie con dell’ovatta. Stava nel salotto come una specie di mistero, perché Peggotty non sapeva nulla di lei, e mia madre non le aveva detto nulla: e il fatto che ella portava in tasca un magazzino di ovatta, e se la ficcava a quel modo nelle orecchie, non diminuiva la solennità della sua presenza.
Il dottore, salito un momento su e tornato giù, e persuaso, forse, di dover lui e quella ignota signora rimaner probabilmente lì a faccia a faccia per alcune ore, si dispose a esser cortese e socievole. Egli era il più mite e il più dolce degli ometti: usciva ed entrava di lato in una stanza, per occupar meno spazio; camminava con la leggerezza dello Spettro nell’Amleto e con maggiore lentezza; portava la testa da una banda, un po’ per una timida speranza di propiziarsi gli altri. È nulla affermare che non avrebbe detto una cattiva parola a un cane: non avrebbe detto una parola a un cane arrabbiato. Avrebbe potuto dirgliene una gentile, o una metà, o un frammento, perché aveva le parole lente, come i passi; ma non si sarebbe mostrato con esso rude, né più svelto, per nessuna ragione al mondo.
Il signor Chillip, guardando dolcemente mia zia con la testa da un lato, e facendole un inchino, disse, alludendo all’ovatta, e toccandosi pianamente l’orecchio:
– Un po’ d’irritazione locale, signora?
– Che cosa? – rispose mia zia, tirandosi il cotone da un orecchio come avrebbe fatto con un turacciolo.
Il signor Chillip fu così sorpreso da quella durezza – com’egli dopo raccontò a mia madre – che fu un miracolo se non perse la calma. Ripeté con dolcezza:
– Un po’ d’irritazione locale, signora?
– Che discorsi! – rispose mia zia, e si tappò di nuovo, con rapido gesto.
Il dottor Chillip dopo questo non poté far altro che sedere e guardarla timidamente, mentre essa sedeva e fissava il fuoco, finché non fu richiamato su. Dopo un quarto d’ora d’assenza, ritornò.
– Bene? – chiese mia zia, togliendosi il cotone dall’orecchio più vicino ai dottore.
– Bene, signora – rispose il signor Chillip; – stiamo… stiamo progredendo lentamente.
– Ba… a-ah! – disse mia zia, interrompendolo con quell’ espressione di disprezzo. E si tappò come prima.
Veramente… veramente – come disse il signor Chillip a mia madre – egli, parlando soltanto sotto l’aspetto professionale, era quasi indignato. Pur tuttavia continuò a guardarla per quasi due ore seduta a contemplare il fuoco, finché non fu chiamato su di nuovo. Dopo, ritornò.
– Bene? – disse mia zia, cavandosi di nuovo l’ovatta dallo stesso lato.
– Bene, signora – rispose il signor Chillip – stiamo… stiamo progredendo lentamente, signora. .
– Ah… h… h! – disse mia zia, con un ringhio tale, che il dottore non poté assolutamente sopportarlo. Pareva che ella avesse assolutamente lo scopo di farlo uscir dai gangheri, come narrò dopo. Egli preferì d’andarsene al piano di sopra e sedersi al buio e in una impetuosa corrente di aria, in attesa d’una nuova chiamata.
Cam Peggotty, che frequentava la scuola nazionale ed era attentissimo alla lezione di catechismo, e perciò testimone degno di fede, narrava il giorno appresso che egli, un’ora dopo, avendo fatto per caso capolino alla porta del salotto, era stato immediatamente scorto dalla signora Betsey, la quale passeggiava su e giù in grande agitazione, e abbrancato da lei rudemente prima di potersela svignare. Che giungevan di su di tanto in tanto grida e scalpiccìo di piedi che l’ovatta – egli argomentava – non riusciva ad escludere dall’udito della signora, tanto vero che era stato da lei acchiappato come una vittima sulla quale sfogare la sua straordinaria agitazione nel momento in cui le grida s’eran fatte più acute. Che ella, tenendolo stretto per il bavero della giacca, lo aveva fatto marciare innanzi e indietro (come se avesse preso troppo laudano), e a volte scotendolo, scompigliandogli i capelli, gualcendogli la camicia, e tappandogli le orecchie, come, se fossero state le proprie, e malmenandolo in tutti i modi. Questo in parte venne confermato da sua zia, che lo vide all’una dopo mezzanotte, non appena libero, e osservò che in quel momento egli era più rosso di me.
Il mite dottor Chillip non poteva in una simile occasione serbar rancore per nessuno, se mai ne fosse stato capace. Entrò di sbieco nel salotto non appena poté, e, nel suo tono più dolce, disse a mia zia:
– Bene, signora, son felice di farvi le mie congratulazioni.
– Per che cosa? – disse rigidamente mia zia.
Il signor Chillip fu di nuovo sorpreso dall’estrema severità delle maniere di mia zia; così le fece un piccolo inchino e le rivolse un sorriso, per addolcirla.
– Misericordia! Che cosa fa quell’uomo? – esclamò mia zia. – Non può parlare?
– Un po’ di calma, mia cara signora – disse il signor Chillip, col suo accento più dolce – Non v’è più ragione di agitarsi, signora. Calma!
Il fatto che mia zia non scrollasse il dottore fino a cavargli di bocca ciò che aveva da dire, è stato considerato straordinario. Soltanto si mise a scuotere il capo con uno sguardo da farlo impallidire.
– Bene, signora – ripigliò il signor Chillip, tosto che ebbe ripreso coraggio; – son felice di farvi le mie congratulazioni. Tutto è finito, signora, e finito bene.
Nei cinque minuti all’incirca che il signor Chillip dedicò a questo discorso, mia zia lo tenne selvaggiamente di mira.
– E lei come sta? – disse mia zia, piegando le braccia, e tenendo il cappellino ancora sospeso al polso sinistro.
– Bene, signora, tra poco lei starà bene, spero – rispose il signor Chillip. – Sta come non si potrebbe desiderar meglio per una giovane madre in queste melanconiche circostanze domestiche. Non c’è più alcuna ragione di rimanervene qui, signora. Andate a vederla. Può farle bene.
– E «lei»? Come sta «lei»? – disse mia zia, rigida.
Il signor Chillip sporse la testa un po’ più di lato, e guardò mia zia con l’atto d’un grazioso uccello.
– La bambina – disse mia zia: – come sta la bambina?
– Signora – rispose il signor Chillip – credevo che lo sapeste. È un maschio.
Mia zia non disse una parola, ma prese per i nastri il cappellino, a guisa d’una fionda, ne mirò un colpo alla fronte del signor Chillip, se lo mise ammaccato in testa, uscì dal salotto e non si vide più. Svanì come una fata malcontenta; o come uno di quegli esseri soprannaturali che il vicinato credeva io fossi destinato a vedere: e non apparve mai più. No, non apparve mai più. Io giacevo nella mia culla, e mia madre nel suo letto; ma Betsey Trotwood Copperfield era rimasta per sempre nel paese dei sogni e delle ombre, in quella formidabile regione dove io avevo poco prima viaggiato; e la luce che illuminava la finestra della nostra camera splendeva sulla meta terrestre dei viaggiatori miei pari e sul poggetto che copriva le ceneri di colui senza il quale non sarei mai stato.

Quello che avete letto è il primo capitolo del romanzo di Charles Dickens David Copperfield. Come quasi tutti i lavori di Dickens, il romanzo è stato pubblicato a puntate mensili fra il 1849 e il 1850 su un giornale di proprietà dello scrittore, riscuotendo un successo enorme. Molti elementi del romanzo si ispirano ad eventi accaduti all’autore; esso, infatti, si può considerare l’autobiografia romanzata della vita del grande scrittore ottocentesco. L’opera inoltre viene considerata una industrial novel, perché in essa si riflette la miseria vissuta durante la rivoluzione industriale, quando era molto diffuso lo sfruttamento delle donne e dei bambini nelle fabbriche. L’illustratore della prima edizione fu Phiz, uno dei più importanti illustratori delle opere di Dickens.
Se volete continuare a leggerlo potete trovarlo nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

A Charles Dickens è stata dedicata una lapide al Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna che ricorda la visita del 1844 dello scrittore inglese al cimitero.
Il Comune di Bologna, in occasione del bicentenario della nascita, ha ricordato lo scrittore con una serie di eventi, fra cui l’interessante mostra Sulle tracce di Dickens. Libri e opere grafiche della Biblioteca dell’Archiginnasio che, visto il suo grande successo, è stata prorogata fino al 2 marzo.

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