144 anni fa: il 6 febbraio 1869 muore a Castagnola-Cassarate il patriota, filosofo, politico federalista e scrittore italiano Carlo Cattaneo

Carlo CattaneoEra un oriundo della Val Brembana, dove cattano vuol dire «Capitano»: evidentemente nelle sue ascendenze ci dovevano essere degli uomini d’arme. Ma suo padre, ch’era un orefice, sperava di far di lui un prete. Il ragazzo studiò benissimo, ma in seminario non volle entrarci, nemmeno dopo che il governo gli ebbe rifiutato un posto gratuito nel collegio Ghislieri di Pavia. S’iscrisse ugualmente all’Università, per mantenercisi assunse un posto d’insegnante nelle scuole municipali, e prese una brillante laurea in Legge, ma si rifiutò di far l’avvocato. «Non ho il genio delta lite» diceva. Del Diritto, gli restava soltanto il culto di chi gliel’aveva insegnato: Domenico Romagnosi, il formatore di tante coscienze italiane, cui rimase per sempre devoto.
Come lui, preferì seguitare a insegnare, sia pure in disagiatissime condizioni. Lo stipendio era di fame, nelle aule prive di riscaldamento il termometro segnava anche 12 sotto zero, e fu qui infatti ch’egli contrasse la malattia reumatica che doveva tribolarlo per tutta la vita. Ma la scuola era la sua passione, il suo sacerdozio, e anche la sua palestra rivoluzionaria. Fra gl’intellettuali del suo tempo, Cattaneo faceva infatti razza a sé. Non si era mai iscritto né a una loggia massonica, né a una vendita carbonara, e non condivideva nessuna delle grandi illusioni dei suoi coetanei: né quella di Mazzini in un moto popolare, né quella di Gioberti in una Chiesa rigeneratrice, né quella di Balbo e di D’Azeglio in una iniziativa sabauda. Secondo lui, l’Italia non si poteva fare, se prima non si facevano gl’italiani, elevando il loro livello morale e culturale. Scacciare dall’Italia l’Austria per darla in appalto a un Piemonte più retrivo dell’Austria, per lui non aveva senso. L’indipendenza non era un traguardo. Essa sarebbe venuta come inevitabile corollario di un progresso civile che desse agl’italiani la coscienza di essere italiani e la ferma volontà di affermarsi come tali. Tutto questo poteva succedere anche sotto il dominio dell’Austria, se l’Austria si tosse decisa a concedere alle sue province italiane, come a quelle slave e tedesche, che facevano parte del suo Impero, adeguati diritti di autodecisione e autogoverno, cioè se si fosse trasformata in un commonwealth. Secondo Cattaneo, l’Austria ne era capace molto più di quanto non lo fossero la Francia, fossilizzata nel suo centralismo («Si chiami Repubblica o Regno – diceva -, è composta da 86 monarchie che hanno un unico re a Parigi») e della Germania, questa «sacerdotessa della servitù».
L’impegno degl’intellettuali, secondo lui, non era dunque la cospirazione, ma un apostolato educativo, del quale forniva egli stesso il più luminoso esempio sia come insegnante che come giornalista. Per propagare le sue idee sollecitarne la realizzazione, aveva fondato un periodico il cui programma era già sottinteso nel titolo, Il Politecnico. Per disarmare la censura, si autodefiniva «Repertorio mensile di studi applicati alla prosperità e cultura sociale», e non vi trasgrediva. Gentile dice che negli studi economici e scientifici Cattaneo stampò orme profonde, ma «fu un dilettante di filosofia, non un filosofo». In realtà non si vede perché avrebbe dovuto esserlo, visto che non se lo proponeva: «Tutta la filosofia – diceva – sta in due parole: Sii un uomo» che, tutto sommato, ci sembra ancora la definizione migliore. E nessuno può negargli di aver anticipato il positivismo, che sarà magari cattiva filosofia, ma è anch’esso filosofia, e svolse una sua salutare funzione come antidoto a certi cattivi vezzi del pensiero italiano. Era proprio quest’orientamento positivista a far di lui un formidabile divulgatore. Della letteratura contemporanea italiana, rifiutava tutto, o quasi tutto: la trovava bolsa e retorica (qual era) ad eccezione di Galileo, di cui ammirava l’asciuttezza e concretezza. L’efficacia del suo stile stava proprio nel fatto che non si poneva problemi di stile. Mirava solo a dire con la massima semplicità e chiarezza ciò che voleva dire in fatto di agricoltura, finanza, industrializzazione, canalizzazione, strade, ferrovie, perché i suoi temi erano soprattutto questi. Dell’Italia non parlava mai, e non soltanto per sottrarsi agli artigli della censura. Checché ne dicano i suoi apologeti a posteriori, io credo che l’Italia per lui fosse soprattutto, se non esclusivamente, la Lombardia; e mi pare che lo confermi il programma federalistico, che poi sviluppò. Del resto, l’Italia non la conosceva, e ne mostrava poca curiosità. Conosceva molto meglio la Svizzera, di cui ammirava le autonomie locali, ed era imbevuto di cultura inglese, di cui lo seduceva lo spirito sperimentale e pragmatico. Prima che a formare una nazione, secondo lui, bisognava badare a riformare la società, cioè a darle delle strutture civili. E fu la difesa di queste tesi a fare di lui il vero padre della sociologia italiana.
Ma, oltre che in queste idee, la sua singolarità stava nel suo carattere di «italiano antico» come dice giustamente Gentile: semplice, integro, frugale, nemico di ogni ostentazione ed esibizionismo. Esso si rispecchiava anche nel fisico di biondo atleta, che fece girar la testa a una ragazza inglese di nobili lombi, discendente per parte di madre da Milton. Nonostante l’opposizione della famiglia, essa lo sposò, condivise con orgoglio la modestia della sua condizione economica e sociale, e fu il suo sostegno nei momenti difficili.
Quando scoppiò la rivolta, Cattaneo ci vide soltanto l’occasione per dare avvìo a un quotidiano che con maggiore efficacia e continuità diffondesse le sue idee, e che nelle sue intenzioni doveva chiamarsi non L’Italiano, come qualcuno proponeva, ma Il Cisalpino, e la scelta di questo titolo è significativa. All’insurrezione attribuiva un carattere soltanto lombardo, voleva che lo conservasse, ma non credeva affatto nei suoi metodi. Buttò giù il primo articolo in cui sosteneva la sua vecchia tesi che cacciar l’Austria con le barricate era impossibile: al suo esercito bisognava contrapporre un altro esercito, cioè una milizia cittadina. E andò a portarlo in tipografia. Per strada incontrò un amico che gli chiese cosa intendeva fare. «Nulla – rispose -. Quando i ragazzi scendono in piazza, gli uomini vanno a casa.» Ma a casa lo raggiunsero Cernuschi, Dandolo, Bertani e molti altri a sollecitare la sua collaborazione. Cattaneo esitò. Si sentiva vocato più a una parte di suggeritore che di attore, e non credeva nel successo. «Con che forze – rispose – volete assalire una massa di ventimila uomini, che non desidera altro che di fare un macello?» Eppoi diffidava di Casati che – disse – «vuol far la rivoluzione d’accordo con l’Imperatore», ma il giorno in cui si accorgerà ch’è impossibile, «vi farà mitragliare tutti».
A fargli cambiare idea furono i fatti. Una volta scesi in piazza, «i ragazzi» si comportavano da uomini, e che uomini! Sebbene non avessero in tutto che quattrocento fucili da caccia, alcune pistole e le vecchie spade e alabarde saccheggiate nel museo Uboldo, stavano snidando i ventimila austriaci – che poi erano quattordicimila – dalle case in cui si erano asserragliati e respingendoli verso la periferia. «I gioven di Milan – han comincia’ la guerra – col fazzoletto in man» cantavano a squarciagola sotto la poggia battente e le pallottole che battevano ancora più della pioggia.
Tutto questo dovette farlo riflettere. Non si era forse sbagliato nel sostenere che una rivoluzione non si poteva fare senza un esercito e che un esercito non si poteva fare senza una società in grado di organizzarlo a presidio delle proprie civili istituzioni? I milanesi stavano dimostrando che questa logica andava invertita: solo con le barricate si potevano conquistare delle libere e civili istituzioni, che avrebbero consentito anche la formazione di un esercito. E ora avevano bisogno di capi che li guidassero appunto su questa strada.
Non sappiamo se i suoi pensieri erano questi, ma egli agì come se lo fossero. Del tutto dimentico del Cisalpino, che non vide mai la luce, il 20 egli si trasferì nel quartier generale di Via Bigli, e subito la sua parola pesò come quella di un capo. Si stava discutendo se fosse il caso di costituire un governo provvisorio, i pareri erano discordi, Casati esitava. Cattaneo riassunse i termini del problema senza tanti complimenti. Se in questo governo – disse – includiamo le personalità più in vista, che sono poi i cortigiani che fin qui hanno servito l’Austria (l’allusione a Casati era chiara), i combattenti se ne sentirebbero offesi. Se le escludiamo, si dà l’impressione ch’esse parteggino col nemico: il che forse è vero, ma non deve trapelare. Contentiamoci di un Consiglio di Guerra, composto di pochi uomini, ma i più risoluti. E il più risoluto di tutti ormai era lui.

Se volete approfondire la vita di Carlo Cattaneo e i moti delle Cinque giornate di Milano potete farlo sfogliando il libro di Indro Montanelli L’Italia del Risorgimento prelevandolo dalla biblioteca dell’Antica Frontiera.

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