159 anni fa: il 31 gennaio 1854 muore a Torino lo scrittore, poeta e patriota italiano Silvio Pellico

Silvio PellicoLo stato d’animo italiano e l’evoluzione del pensiero politico dopo le delusioni dei moti di Modena del 1831 e della spedizione in Savoia del 1834 sono documentati in tre libri, la cui pubblicazione rappresentò un evento, e appunto per questo, a prescindere dal loro valore, hanno diritto ad essere ricordati: Le mie prigioni di Pellico, il Primato di Gioberti, e Le speranze d’Italia di Balbo.
Pellico, dopo lo Spielberg, era tornato a Torino, nella sua timoratissima famiglia, in cui c’era anche un fratello gesuita. Non era mai stato uomo né di grande carattere né di grande ingegno. Nella cospirazione si era lasciato attrarre più per debolezza che per convinzione, e la galera gli aveva lasciato addosso soltanto una gran paura di tornarci. Viveva in disparte, fra casa e chiesa, tirando avanti alcuni lavori letterari assolutamente disimpegnati dalla politica. Dei vecchi amici aveva serbato rapporti solo con la Marchionni che aveva seguitato a rappresentare la sua Francesca da Rimini, con Confalonieri che dallo Spielberg ordinò al suo amministratore di passargli un sussidio, e con Maroncelli che s’era rifugiato a Parigi e al quale raccomandava nelle sue lettere di tenersi alla larga dagli altri fuorusciti, “gente esaltata e avventata”.
Un giorno Maroncelli gli annunziò ‘l’intenzione di scrivere le sue memorie di prigionia. Pellico lo dissuase dicendogli che poteva essere pericoloso per lui e per gli altri. In seguito s’insinuò che aveva dato quel consiglio in mala fede, già progettando di scrivere lui quel libro. Ma non è vero. L’idea gli venne più tardi, e la spinta gliela dette un prete che, sentendogli raccontare i suoi triboli, gli disse che c’era buona materia per un’appassionante narrazione. Pellico esitava. Prima di decidersi, chiese consigli a dritta e a manca, e ne ricevette di contraddittori. Fu Balbo, entusiasta del primo capitolo, a infondergli il coraggio che gli mancava. Allora si mise di lena al lavoro (senz’avvertirne Maroncelli: e questa fu la sua scorrettezza), in pochi mesi lo fili, ma prima di presentarlo all’editore volle tutte le garanzie: quella del revisore ecclesiastico, quella del censore regio e quella dello stesso ministro Guardasigilli, Barbaroux, il quale gl’impose di cambiare il principio del racconto, là dov’egli diceva che di politica avrebbe parlato, “in tempi migliori”. No, nessun tempo poteva esser migliore di quello in cui si viveva, e quindi .di politica doveva impegnarsi a non parlare mai.
L’opera uscì alla fine del ’32, e fu il più grande successo editoriale italiano dopo I promessi sposi. Le edizioni si susseguivano a ritmo frenetico, e negli Stati in cui ne era proibita l’importazione, come Napoli e la Toscana, fu stampato clandestinamente. Presto la sua fama valicò le Alpi, e piovvero le traduzioni: in francese, in inglese, in tedesco, in russo, in spagnolo, in olandese, perfino in boemo e in bulgaro. Dall’America scrivevano che lo si trovava, con la Bibbia, fin nelle più sperdute capanne dell’Alabama.
Metternich aveva fatto di tutto per impedirlo. Appena avuto il testo fra le mani, aveva inviato una vibrata nota di protesta a Carlo Alberto, che biasimò severamente Barbaroux per aver rilasciato il visto, e ordinò il sequestro del libro, ma avvertendo l’editore che poteva seguitare a stamparlo. Il Cancelliere austriaco si rivolse anche al Papa perché lo mettesse all’Indice, ma inutilmente. Pensò anche di pubblicare una specie di “libro bianco” di confutazione a Pellico, ma si rese conto che si sarebbe risolto in pubblicità. E alla fine si contentò di proibirne la diffusione negli Stati austriaci, specie il Lombardo­-Veneto. Egli ne aveva visto chiaro l’insidia quando aveva detto: “Pellico è riuscito a fare, di un libro di calunnia, un libro di preghiera”.
Era proprio così. Le calunnie non erano affatto calunnie. Il racconto di Pellico era aderente ai fatti, privo di enfasi e di forzature: una cronaca piana, sottovoce, perfino dimessa, ma appunto per questo straordinariamente efficace, certamente l’opera migliore di Pellico, anzi l’unica sua buona, perché senza pretese letterarie, sincera, e in tutto somigliante all’autore: uomo modesto, incapace sia di grandi idee che di grandi passioni, senza estro né fantasia, ma intriso di umana pietà e quindi qualificato a suscitarne. Esso commuoveva un pubblico che, reso languido e sospiroso dalla moda romantica, chiedeva soltanto di potersi commuovere, e in quelle pagine ne trovava ampia materia. Non c’erano parole di odio. Ma non si poteva leggerlo senza provarne per l’Austria, che pure nella repressione era, stata molto meno feroce di certi Principi italiani come il Papa e Francesco IV, e i suoi prigionieri li aveva trattati meglio di loro. I reazionari levarono grida di scandalo, primo fra tutti Monaldo Leopardi, il padre di Giacomo, e Metternich definì il libro “più catastrofico di una battaglia perduta”.
Ma di critiche ne vennero anche dai patrioti, che in quelle pagine videro – e non a torto – un incoraggiamento allo scoraggiamento. e un invito alla rassegnazione. Così si espressero, indignati, il Pecchio e i fratelli Bandiera. Mazzini non disse nulla, forse per rispetto di un uomo che comunque aveva fatto dieci anni di galera. Ma nulla poteva essere più eloquente del silenzio. Colui che ci rimase più male di tutti fu forse Maroncelli, che di quel successo dovette sentirsi defraudato eppoi tentò di agganciarvisi aggiungendovi di suo dei capitoli, le Addizioni, che vennero stampate in Francia come appendice del libro. Ma non seppe approfittare della condizione di favore in cui si trovava lì a Parigi, lontano da pericoli di persecuzione. Poté dire molte cose che Pellico era stato costretto a tacere, ma lo stile enfatico e pretenzioso tolse loro qualsiasi efficacia: come scrittore, era sempre stato men che mediocre, e ora la sua mente stava per essere oscurata dalla follìa.
Sebbene di modesto livello letterario, Le mie prigioni furono un’opera di capitale importanza perché arrivarono al vasto pubblico e ne toccarono il cuore. È vero che non vi suscitarono fremiti di vendetta e di rivolta. Ma appunto per questo ebbero tanto successo. Alla vendetta e alla rivolta, dopo le delusioni del ’31, gl’italiani avevano rinunciato, consideravano disturbatori della pubblica quiete coloro che seguitavano a perseguirle, e in quel libro tutto rugiada di lacrime e niente squilli di tromba trovavano il loro vangelo letterario.

Se volete approfondire la vita di Silvio Pellico potete farlo sfogliando il libro di Indro Montanelli L’Italia del Risorgimento prelevandolo dalla biblioteca dell’Antica Frontiera.

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