132 anni fa: il 28 gennaio 1881 (secondo il calendario giuliano) muore a San Pietroburgo lo scrittore e filosofo russo Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Il giocatoreSono finalmente tornato dopo un’assenza di due settimane. I nostri si trovavano già da tre giorni a Rulettenburg. M’immaginavo che mi aspettassero con chissà quale ansia, ma invece mi ero sbagliato. Il generale aveva un’aria estremamente indipendente, mi ha parlato guardandomi dall’alto in basso e mi ha spedito direttamente dalla sorella. È chiaro che sono riusciti a scroccare dei soldi da qualche parte. Mi è parso perfino che il generale si vergognasse un po’ dì guardarmi. Mar’ja Filippovna era terribilmente presa da certe sue faccende e mi ha parlato con aria un po’ distaccata; comunque ha preso i soldi, li ha contati ed ha ascoltato tutto il mio rapporto. Per pranzo aspettavano Mezencov, il francesino e per giunta anche un inglese: come al solito, appena ci sono soldi, ecco che t’invitano gente a pranzo, all’uso moscovita. Polina Aleksandrovna, vedendomi, mi ha chiesto perché mai ci avevo messo tanto tempo, e poi, senza aspettar risposta, se n’é andata per i fatti suoi. Naturalmente l’ha fatto apposta. Comunque bisognerà spiegarsi; troppe cose si sono accumulate.
Mi hanno assegnato una stanzetta al terzo piano. Qui tutti sanno che faccio parte del «seguito del generale». Da tutto quanto, si vede benissimo che sono riusciti a farsi conoscere anche qui. Qui tutti considerano il generale un gran signore russo, ricco sfondato. Ancora prima di pranzo, tra altre commissioni, ha trovato il tempo di mandarmi a cambiare due biglietti da mille franchi. Li ho cambiati all’ufficio dell’albergo e ora, per almeno tutta una settimana, ci considereranno come dei milionari. Volevo prendere con me Miša e Nadja e portarli a passeggio, quando già sulla scala mi hanno chiamato dicendo che il generale mi voleva: a sua eccellenza era venuto in mente d’informarsi dove li avrei condotti. Decisamente quest’uomo non è capace di guardarmi dritto negli occhi; lui magari ne avrebbe una gran voglia, ma io ogni volta lo guardo così fissamente, e cioè così poco rispettosamente, che lui finisce per cadere nell’imbarazzo. Con un lungo discorso estremamente ampolloso, infilzando a fatica una frase dopo l’altra e alla fine confondendosi del tutto,
mi ha fatto capire che io dovevo andare a passeggio con i bambini da qualche parte lontano dal casinò, nel parco. Alla fine, perdendo decisamente le staffe, ha aggiunto bruscamente:
«E lei magari sarebbe capace di portarli proprio al casinò, alla roulette! Lei mi scuserà,» ha aggiunto poi, «ma io so che lei è ancora abbastanza sconsiderato e magari sarebbe anche capace di giocare. In ogni caso, anche se io non sono certo il suo mentore e non desidero minimamente assumere una tale parte, ho comunque pur sempre il diritto di desiderare che lei, per così dire, non mi comprometta…»
«Ma il fatto è che non ho neppure del denaro,» gli ho risposto con la massima calma, «e per poter perdere al gioco bisogna averne.»
«Lei lo riceverà immediatamente,» ha replicato il generale arrossendo un po’. Quindi si è messo a frugare nella scrivania e ha consultato un taccuino scoprendo che mi doveva circa centoventi rubli.
«E ora come facciamo a regolare i conti,» ha detto allora il generale, «bisogna calcolare quanto fa in talIeri. Be’, per adesso prenda questi cento talleri, e quanto al resto stia tranquillo che non lo perderà.»
Ho preso il denaro in silenzio.
«Lei forse si sarà offeso per le mie parole, è così suscettibile… Ma se le ho fatto un’osservazione è stato soltanto, per così dire, per metterla in guardia, e del resto ne ho anche un certo diritto…»
Tornando a casa prima di pranzo con i bambini ho incontrato tutta una cavalcata: i nostri erano andati a vedere certe rovine. Avevano preso due splendidi calessi con dei magnifici cavalli. In un calesse c’era mademoiselle Blanche con Mar’ja Filippovna e Polina; il francesino, l’inglese e il nostro generale erano a cavallo.
I passanti si fermavano a guardare: l’effetto era pienamente raggiunto. Ma per il generale le cose si mettono male. Ho calcolato che con i quattromila franchi che ho portato, aggiungendoci quello che evidentemente erano riusciti a scroccare, adesso disponiamo di circa sette od ottomila franchi: sempre troppo poco per mademoiselle Blanche.
Anche mademoiselle Blanche è alloggiata nel nostro albergo insieme con la madre, e in non so quale stanza c’è alloggiato anche il nostro francesino. I lacchè lo chiamano monsieur le comte, e chiamano la madre di mademoiselle Blanche madame la comtesse; in fin dei conti può anche darsi che siano davvero conte e contessa.
Sapevo già da prima che monsieur le comte non mi avrebbe riconosciuto quando ci saremmo ritrovati tutti insieme a pranzo. Al
generale, naturalmente, non sarebbe mai venuto in mente di farci far conoscenza, e neppure di presentarmi a lui; quanto a monsieur le comte, lui era già stato in Russia e sapeva benissimo che quello che chiamano outchitel è un pesce piccolo. Del resto, lui mi conosce benissimo. A dire il vero, io stesso mi ero presentato a pranzo senza essere stato invitato; evidentemente il generale si era dimenticato di dare disposizioni, altrimenti mi avrebbe certo mandato a pranzare alla table d’hôte. Mi sono presentato a tavola di mia iniziativa, tanto che il generale mi ha guardato con aria scontenta. La buona Mar’ja Filippovna mi ha subito indicato il mio posto, ma l’incontro con mister Astley mi ha tolto d’impaccio e così, volente o nolente, mi sono trovato a far parte della compagnia.
Avevo incontrato per la prima volta questo strano inglese in Prussia: ci eravamo trovati seduti l’uno di fronte all’altro in un vagone ferroviario mentre io raggiungevo i nostri; poi l’avevo incontrato di nuovo entrando in Francia, e infine in Svizzera; così nel corso delle due ultime settimane l’avevo incontrato due volte, e adesso me lo trovavo davanti a Rulettenburg. Non mi è mai capitato in vita mia d’incontrare un uomo più timido di lui; è timido fino all’idiozia, ma naturalmente ne è perfettamente cosciente, giacché non è affatto sciocco. Del resto è una persona molto tranquilla e amabile. Quando l’avevo incontrato la prima volta in Prussia l’avevo costretto a chiacchierare. Mi aveva detto allora che in estate era stato a Capo Nord e che aveva molta voglia di recarsi alla fiera di Nižnij-Novgorod. Non so come abbia fatto conoscenza col generale, ma mi sembra che sia perdutamente innamorato di Polina. Quando lei è entrata, lui s’è fatto di fuoco. È stato molto contento che a tavola io gli sedessi accanto e sembra che mi consideri ormai come suo intimo amico.
A tavola era il francesino a tenere banco; si dava con tutti delle arie piene di noncuranza e di sussiego. Ma a Mosca, a quanto mi ricordo, boccheggiava come un pesce. Ora invece si riempiva la bocca di discorsi sulle finanze e sulla politica russa. Di tanto in tanto il generale si azzardava a contraddirlo, ma lo faceva con timidezza, tanto per cercare di arrestare il crollo definitivo del proprio prestigio.
Io mi trovavo in una strana disposizione di spirito; naturalmente, prima che si fosse arrivati alla metà del pranzo, mi ero già posto la mia solita ed eterna domanda: perché stavo ancora lì a perdere il tempo con quel generale e non li avevo piantati in asso già da un pezzo tutti quanti? Ogni tanto gettavo un’occhiata a Polina Aleksandrovna, ma lei nemmeno si
accorgeva della mia presenza. È andata a finire che mi sono arrabbiato e ho deciso di fare qualche impertinenza.
È cominciato così: tutt’a un tratto, di punto in bianco, ad alta voce e senza chiedere il permesso a nessuno, mi sono immischiato nella conversazione. L’essenziale era che avevo una gran voglia di attaccar briga col francesino. Così a un tratto mi sono rivolto al generale a voce alta e ben distinta e, a quanto mi sembra, tagliandogli la parola in bocca, ho osservato che quell’estate per un russo era quasi impossibile pranzare alla table d’hôte di un albergo. Il generale mi ha fissato addosso uno sguardo meravigliato.
«Una persona che abbia un po’ di amor proprio,» ho continuato io imperterrito, «si troverà immancabilmente ad essere oggetto d’insolenze e dovrà sopportare delle straordinarie mortificazioni. A Parigi, sul Reno e perfino in Svizzera alle tables d’hôte ci sono tanti di quei polaccucci e di francesini simpatizzanti che per un russo non c’è possibilità di dire una parola.»
Avevo detto questo in francese. Il generale mi guardava perplesso, non sapendo bene se dovesse arrabbiarsi con me oppure soltanto meravigliarsi che io avessi trasceso fino a quel punto.
«Significa che da qualche parte ha trovato qualcuno che le ha dato una lezione,» ha osservato il francese con aria di sprezzante noncuranza.
«A Parigi ho attaccato briga con un polacco,» ho risposto io, «e poi con un ufficiale francese che appoggiava il polacco. Ma poi una parte dei francesi presenti è passata dalla mia parte quando ho raccontato che volevo sputare nel caffè di un monsignore.»
«Sputare?» ha chiesto il generale con dignitosa e scandalizzata meraviglia, guardandosi perfino intorno.
Il francesino mi ha gettato un’occhiata incerta.
«Proprio così,» ho risposto io. «Siccome per due giorni interi ero convinto che probabilmente avrei dovuto fare un salto a Roma per i nostri affari, mi sono recato alla cancelleria dell’ambasciata del Santo Padre a Parigi per farmi vistare il passaporto. Là sono stato ricevuto da un abatino sui cinquant’anni, asciutto come un chiodo e dalla fisionomia gelida, il quale dopo avermi ascoltato mi ha pregato cortesemente ma freddamente di aspettare. Sebbene avessi fretta, naturalmente mi sono seduto ad aspettare, ho tirato fuori ‹L’Opinion nationale› e mi sono messo a leggere le più terribili insolenze contro la Russia. Intanto ho sentito che qualcuno, passando dalla stanza accanto, veniva introdotto da monsignore e ho visto
il mio abatino che si profondeva in inchini. Allora mi sono rivolto a lui ripetendo la mia richiesta, e di nuovo lui mi ha pregato seccamente di aspettare. Poco dopo è entrato un altro sconosciuto, evidentemente per qualche faccenda, un austriaco: è stato ascoltato e subito è stato accompagnato di sopra. Allora mi sono seccato sul serio; mi sono alzato, sono andato dall’abate e gli ho detto con decisione che dal momento che monsignore riceveva, poteva sbrigare anche la mia faccenda. L’abate allora si è scostato da me guardandomi con straordinaria meraviglia; evidentemente per lui era assolutamente incomprensibile che un qualsiasi russo da quattro soldi osasse paragonarsi agli ospiti di monsignore. Col tono più insolente, quasi si rallegrasse di potermi offendere, mi ha misurato con un’occhiata dalla testa ai piedi e ha gridato: ‹E così lei s’immagina che monsignore lascerà per lei il suo caffè?› Allora io mi son messo a gridare più forte di lui: ‹Allora sappia che io ci sputo dentro al caffè del vostro monsignore! E se lei non mi vista immediatamente il passaporto, andrò io stesso da lui.›
«Come! Proprio nel momento in cui c’è da lui un cardinale!» ha gridato l’abatino scostandosi da me inorridito; quindi si è precipitato sulla porta allargando le braccia a formare una croce, esprimendo con tutto il suo aspetto la risoluzione di morire piuttosto che lasciarmi passare.
Allora gli ho risposto che io sono un eretico e un barbaro, «que je suis hérétique et barbare», e che per me tutti quegli arcivescovi, cardinali, monsignori, eccetera, eccetera, non valevano un fico secco. Insomma gli ho fatto capire che non avrei desistito. Allora l’abate mi ha fissato con una rabbia indescrivibile, poi mi ha strappato il passaporto di mano e se l’è portato di sopra. Un minuto più tardi il passaporto era già vistato. «Eccolo qui, non volete darci un’occhiata?» E così dicendo ho tirato fuori il passaporto e ho mostrato il visto papale.
«Lei, comunque…» cominciava a dire il generale.
«Lei è stato salvato dal fatto di dichiararsi un barbaro e un eretico,» ha osservato sogghignando il francesino. «Cela n’était pas si bête.»
«Dovrei forse fare come questi nostri russi? Loro se ne stanno seduti lì senza osar di fiatare e magari sono pronti a negare di essere russi. Per conto mio ho notato che a Parigi nel mio albergo hanno cominciato a trattarmi con molto più riguardo quando ho raccontato a tutti del mio scontro con l’abate. Un grasso «pan» polacco, che mi era più ostile di tutti alla table d’hôte, ha cominciato da allora a scendere in secondo piano. I francesi dell’albergo sono addirittura arrivati a tollerarmi quando ho
raccontato che due anni prima avevo visto un uomo su cui un soldato francese del corpo dei cacciatori nell’anno 1812 aveva sparato un colpo di fucile al solo scopo di scaricare l’arma. A quell’epoca quell’uomo era un bambino di dieci anni e la sua famiglia non aveva fatto a tempo ad abbandonare Mosca.»
«Questo non può essere!» è scattato su allora il francesino. «Un soldato francese non sparerà mai su un bambino!»
«Eppure è successo,» ho replicato io. «Me l’ha raccontato un rispettabile capitano a riposo e io stesso ho visto la cicatrice della pallottola sulla sua guancia.»
Il francese allora si è messo a parlare molto e in fretta. Il generale ha cominciato a dire qualcosa per appoggiarlo, ma io gli ho consigliato di leggere almeno, ad esempio, dei passi delle «Memorie» del generale Perovskij che nell’anno 1812 era stato prigioniero dei francesi. Alla fine Mar’ja Filippovna si è messa a dire qualcosa per troncare quella conversazione. Il generale era evidentemente molto scontento di me, giacché tanto io che il francese ci eravamo quasi messi a gridare. Ma a quanto pare la mia discussione col francese è piaciuta molto a mister Astley, che alzandosi da tavola mi ha proposto di bere un bicchierino con lui. La sera, come c’era da aspettarsi, sono riuscito a parlare per un quarto d’ora con Polina Aleksandrovna. La nostra conversazione si è svolta durante la passeggiata. Erano tutti andati nel parco, verso il casinò. Polina si è seduta su una panchina davanti alla fontana e ha mandato Naden’ka a giocare poco lontano con gli altri bambini. Anch’io ho permesso a Miša di andare alla fontana e così finalmente siamo rimasti soli.
Dapprima, naturalmente, abbiamo cominciato a parlare di affari. Polina si è addirittura arrabbiata quando le ho consegnato in tutto settecento fiorini. Lei era convinta che, impegnando i suoi brillanti, le avrei portato da Parigi almeno duemila fiorini, e forse anche di più.
«Mi occorrono dei denari a qualsiasi costo,» mi ha detto «e bisogna procurarseli; altrimenti sono semplicemente perduta.»
Ho preso a interrogarla su ciò che era successo durante la mia assenza.
«Praticamente nulla, a parte il fatto che da Pietroburgo sono giunti due dispacci: dapprima che la nonna stava molto male e, due giorni dopo, che – a quanto sembra – era già morta. Questa notizia viene da Timofej Petroviè,» aggiunse Polina, «e quello è un tipo molto preciso. Si attende un ultimo, definitivo messaggio.»
«E così qui tutti sono in aspettativa?» ho chiesto.
«Naturalmente, tutti e tutto; per mezzo anno intero non hanno fatto altro che sperare in questo.»
«E anche lei spera?» ho chiesto ancora.
«Ma io non le sono affatto parente, sono soltanto la figliastra del generale. Tuttavia so con certezza che lei si ricorderà di me nel testamento.»
«Ho l’impressione che lei riceverà parecchio,» ho affermato io con sicurezza.
«Sì, mi voleva bene; ma perché proprio lei ha questa impressione?»
«Mi dica un po’,» ho detto io, replicando a mia volta con una domanda, «anche il nostro marchese, a quanto pare, dev’essere bene informato su tutti i segreti di famiglia, vero?»
«E a lei cosa gliene importa?» ha replicato Polina seccamente, fissandomi con uno sguardo severo.
«Sfido io! Se non mi sbaglio, il generale deve aver già fatto in tempo a farsi prestar dei soldi da lui.»
«Lei indovina molto esattamente.»
«Ma certo! Avrebbe forse dato i denari se non avesse saputo della nonnina? Lei avrà notato che a tavola, parlando della nonna, tre o quattro volte lui l’ha chiamata ‹nonnina›: ‹la baboulinka›. Oh, che rapporti intimi e affettuosi!»
«Sì, lei ha ragione. Non appena lui saprà che anche a me toccherà qualcosa per testamento, subito chiederà la mia mano. Era questo che voleva sapere?»
«Soltanto allora chiederà la sua mano? Ma io credevo che già da un pezzo l’avesse chiesta!»
«Lei sa benissimo che non l’ha fatto!» esclamò con fuoco Polina. «Dove ha conosciuto quell’inglese?» aggiunse, dopo un minuto di silenzio.
«Sapevo già che mi avrebbe chiesto di lui.»
Così le ho raccontato dei miei precedenti incontri in viaggio con mister Astley.
«È un tipo timido e facile ad innamorarsi; naturalmente è innamorato di lei?»
«Sì, è innamorato di me,» ha risposto Polina.
«E naturalmente lui è dieci volte più ricco del francese. Ma il francese poi, possederà davvero qualcosa? Non c’è qualche dubbio in proposito?»
«Nessun dubbio. Lui ha un cháteau. Ancora ieri il generale me ne ha parlato con assoluta sicurezza. Ebbene, è soddisfatto adesso?»
«Al suo posto, io sposerei senz’altro l’inglese.»
«E perché?» ha chiesto Polina.
«Il francese è più bello, ma è più vile; l’inglese invece, oltre al fatto che è un uomo d’onore, è anche dieci volte più ricco,» ho risposto.
«Sì, ma in compenso il francese è marchese ed è anche più intelligente,» ha risposto Polina con la massima calma.
«Ma questo è poi vero?» ho continuato io nello stesso tono.
«Assolutamente vero.»
A Polina davano terribilmente fastidio le mie domande, ed io mi accorgevo che lei aveva una gran voglia d’irritarmi con il tono e il carattere paradossale delle sue risposte; così gliel’ho detto subito.
«Ebbene?» ha replicato lei. «Io mi diverto davvero a vedere che lei va su tutte le furie. Già per il solo fatto che le permetto di far tali domande e avanzare tali supposizioni, bisognerà bene che gliela faccia pagare.»
«In realtà io mi considero nel pieno diritto di farle qualsiasi domanda,» ho risposto io con la massima calma, «e proprio perché sono pronto a pagare per questo nel modo che le parrà più opportuno; ormai non do più nessun valore alla mia vita.»
Polina scoppiò a ridere:
«La volta scorsa, sullo Schlangenberg, lei mi ha detto che a una mia sola parola era pronto a gettarsi a capofitto disotto, e là sembra che il precipizio sia profondo mille piedi. Una volta o l’altra io pronuncerò quella parola unicamente per vedere se lei saprà pagare il debito, e stia pur sicuro che farò fino in fondo la mia parte. Lei mi è odioso proprio per il fatto che le ho permesso tanto, e mi è ancora più odioso per il fatto che mi è così necessario. Ma per ora ho bisogno di lei e devo risparmiarla.»
Intanto si era alzata. Il suo tono era molto irritato. Negli ultimi tempi Polina concludeva ogni conversazione con me con irritazione e con rabbia, con vera, autentica rabbia.
«Mi permetta una domanda: che roba è questa mademoiselle Blanche?» le ho chiesto allora, perché non volevo lasciarla andare senza una spiegazione.
«Lei stesso sa benissimo che roba è mademoiselle Blanche. Da allora non c’è stato nulla di nuovo. mademoiselle Blanche diventerà probabilmente generalessa, naturalmente a patto che le voci sulla morte della nonna siano confermate, giacché tanto mademoiselle Blanche quanto
la sua mammina e il marchese cousin in terzo grado sanno tutti quanti benissimo che noi siamo sul lastrico.»
«E il generale è irrimediabilmente innamorato?»
«Adesso non si tratta di questo. Ascolti e tenga bene a mente: prenda questi settecento fiorini e vada a giocare, vinca per me alla roulette quanto più può: ora ho bisogno di denaro a qualsiasi costo.»
Detto ciò, ha chiamato Naden’ka e si è avviata verso il chiosco della musica dove si è riunita a tutto il resto della compagnia. Io invece ho svoltato a sinistra per il primo vialetto che mi è capitato davanti, assorto in una stupita meditazione. L’ordine di andare a giocare alla roulette mi aveva lasciato stordito come se avessi ricevuto una mazzata in testa. Strana cosa: avevo anche troppe cose a cui pensare, e invece mi sono immerso tutto nell’analisi dei miei sentimenti verso Polina. È vero che mi ero sentito più leggero in quelle due settimane di assenza che non adesso che ero appena tornato, sebbene durante il viaggio fossi divorato dalla nostalgia come un pazzo, mi dimenassi come un ossesso e perfino in sogno me la vedessi continuamente davanti. Una volta (mi trovavo in Svizzera) mi ero addormentato in treno e, a quanto pare, mi ero messo a parlare ad alta voce con Polina, cosa che aveva fatto ridere tutti i viaggiatori che sedevano nello stesso scompartimento. E adesso di nuovo mi ponevo la domanda: l’amavo o non l’amavo? E di nuovo mi sentivo incapace di rispondervi o, per meglio dire, per la centesima volta di nuovo mi rispondevo che l’odiavo. Sì, mi era odiosa. C’erano degl’istanti (specialmente alla conclusione di tutte le nostre conversazioni) che avrei dato la metà della mia vita per poterla strangolare! Giuro che se mi fosse stata data la possibilità di affondare lentamente un coltello affilato nel suo petto, ebbene io l’avrei fatto con vero godimento. Eppure allo stesso tempo – lo giuro per tutto ciò che c’è di più sacro – se sullo Schlangenberg, su quella vetta alla moda, lei mi avesse davvero detto: ‹si butti di sotto›, ebbene io mi sarei immediatamente buttato, e perfino con piacere. Questo lo sapevo. In un modo o nell’altro la questione andava risolta. Lei comprendeva benissimo tutto ciò, e il pensiero che io avevo la più chiara e piena coscienza di quanto lei fosse per me inaccessibile e di come mi fosse impossibile realizzare le mie fantasie, ebbene questo pensiero – ne sono convinto – le arrecava uno straordinario piacere; altrimenti avrebbe mai potuto lei, intelligente e prudente com’era, intrattenere con me dei rapporti così franchi e intimi? Mi sembra che lei si comportasse con me come
quell’antica imperatrice che si spogliava in presenza del suo schiavo, non considerandolo un uomo. Sì, molte volte lei non mi considerava un uomo…
Comunque avevo ricevuto un suo ordine: vincere alla roulette a qualsiasi costo. Non avevo il tempo di starci a pensar su o di chiedermi perché mai fosse così necessario e urgente vincere al gioco e quali nuove idee fossero spuntate in quella testa eternamente assorta in nuovi calcoli. Evidentemente in quelle due settimane a tutto il resto si era aggiunta una quantità di fatti nuovi di cui io non avevo ancora l’idea. Bisognava indovinare e penetrare tutti questi fatti, e al più presto. Ma ora come ora non c’era tempo: bisognava andare a giocare alla roulette.

Quello che avete letto è il primo capitolo del romanzo di Fëdor Dostoevskij Il giocatore. Fu dettato in un mese ad Anna Grigorievna Snitkina (che diventerà in seguito sua moglie) e pubblicato nel 1866. Scritto per necessità (lo scrittore doveva pagare dei debiti di gioco), pressato dagli editori ai quali aveva promesso questo romanzo, contemporaneo di Delitto e castigo, Il giocatore è comunque diventato un capolavoro e un punto di riferimento della narrativa russa dell’Ottocento. Dostoevskij analizza il gioco d’azzardo in tutte le sue forme con i diversi tipi di giocatori, dai ricchi nobili europei, ai poveretti che si giocano tutti i loro averi, ai ladri tipici dei casinò. È anche uno studio delle diverse peculiarità delle popolazioni europee: la severità del barone tedesco, la vanità del conte italiano, il ricco gentleman inglese e il francese manipolatore.
Se volete continuare a leggerlo potete trovarlo nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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