131 anni fa: il 25 gennaio 1882 nasce a Londra la scrittrice, saggista e attivista britannica Adeline Virginia Woolf, nata Stephen

Virginia WoolfQuesto libro è la spartizione di una somma di denaro, tre ghinee, in tre parti, insieme ai ragionamenti che accompagnano l’operazione. A Virginia Woolf era stato chiesto, da un avvocato segretario di un’associazione antifascista, di fare qualcosa per prevenire la guerra (che poi sarebbe scoppiata e sarà la seconda guerra mondiale) e per contrastare l’avanzata del fascismo in Europa. Il segretario dell’associazione nella sua lettera le suggeriva alcuni modi: sottoscrivere una lettera ai giornali, diventare membri dell’associazione, inviare a questa un contributo in danaro. Una introduzione non dovrebbe anticipare il contenuto del libro, e questo libro non è altro che la risposta di Virginia Woolf alla lettera dell’avvocato; non dirò dunque come lei risponda alle richieste che le sono state fatte. Però ho già detto di una somma che viene suddivisa in tre parti e mi pare giusto spiegare come mai un’operazione tanto semplice, tre diviso tre, risulti così laboriosa da generare un libro. Per cominciare, ricordiamo che l’inglese Virginia Woolf apparteneva ad una società che, insieme al capitalismo moderno, ha inventato i riti della religione del denaro: tre diviso tre, quando sono soldi, ha un’importanza che non ammette disinvolture o distrazioni. Questa importanza viene sottolineata da Virginia Woolf, seriamente e ironicamente insieme, perché lei, in quanto donna, non è molto addentro ai riti, nonché vantaggi, di quella religione. È una neofita appena tollerata, il che spiega la sua goffa solennità nella distribuzione delle sue ghinee. D’altronde lei, come la sorella Vanessa e la sorellastra Stella, non aveva ricevuto una regolare istruzione superiore, a differenza dei fratelli maschi; la matematica le fu insegnata dal padre, sir Leslie Stephen, che era una specie di umanista, con il risultato che, cosi dice il suo biografo, “continuò per tutta la vita a far di conto sulle dita”. Virginia Woolf, infine, aveva delle incertezze, delle domande, che la facevano esitare davanti alle richieste dell’associazione antifascista. Per capire le sue esitazioni, sarà utile ricordare le circostanze che prepararono e accompagnarono la scrittura delle Tre ghinee.
Il libro fu scritto tra la fine del 1936 e gli inizi del 1938. Virginia Woolf, allora sui cinquantacinque anni, era una scrittrice affermata, aveva già pubblicato romanzi rimasti celebri, come La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927), Orlando (1928). In quegli stessi anni il fascismo faceva progressi in Europa e ad un certo punto si cominciò a parlare di un pericolo di guerra. N ella sinistra inglese si moltiplicarono allora le iniziative contro il fascismo, in favore della pace e della libertà: comitati, convegni, lettere pubbliche, sottoscrizioni, conferenze, ecc. Virginia, le cui simpatie andavano alla sinistra benché non fosse politicamente attiva quanto il marito Leonard Woolf, laburista fabiano, era ripetutamente invitata a partecipare. Lei era in tutto e per tutto d’accordo con gli scopi generali di quelle iniziative, ma alle richieste di partecipazione rispondeva in maniera discontinua, a volte diceva di si, altre di no. Quando le capitava di aderire, ne traeva l’impressione di cose inefficaci e vuote. Era anche imbarazzata dalla sua incapacità di distinguere tra iniziative promosse da comunisti e da non comunisti, una distinzione che nel suo ambiente, di non comunisti, veniva considerata importantissima. In questi e altri casi, comunque, poteva trarsi d’impaccio consultando il marito nella cui perspicacia politica ebbe in genere fiducia.
L’idea di scrivere Le tre ghinee le venne in questa situazione, complicata da un episodio che forse fu praticamente determinante. Nell’aprile 1935 lo scrittore suo amico E. M. Forster, allora molto impegnato nelle iniziative antifasciste, la informò che nel comitato da lui promosso le donne non sarebbero state ammesse; le signore, spiegò Forster, nei comitati rappresentano più che altro un elemento di disturbo. Il libro, che Virginia aveva vagamente in progetto, prese allora un titolo, che poi fu modificato: si sarebbe intitolato On being despised, cioè “Sull’essere disprezzati-disprezzate”. Sicuramente Forster, denigrando il contributo politico delle donne, non intendeva offendere la sua interlocutrice, in altra occasione infatti le chiese con molta insistenza di partecipare a una conferenza di scrittori antifascisti. Per lei faceva una implicita quanto ovvia eccezione. Virginia nondimeno fu ferita da quelle parole. Non voleva essere una eccezione tra le donne e in un certo senso non poteva esserlo, per una fragilità che il successo letterario non aveva sanato e che le impediva di abituarsi alla normale durezza dei rapporti sociali.
Sempre nel 1935 Virginia Woolf era occupata a scrivere un romanzo, Gli anni, non poté quindi mettersi al lavoro per sviluppare la sua idea sul fascismo minacciante e le donne disprezzate. Poté farlo quando il romanzo fu ultimato, verso la fine del 1936, mentre ne aspettava la pubblicazione. Ma era agitata, come sempre le succedeva al termine di un’ opera che l’aveva molto impegnata. Ancor peggiore che l’estenuante fatica dello scrivere, era per lei l’attesa della pubblicazione, quando sarebbero arrivate le reazioni dei critici e del pubblico. Nell’inverno tra il 1936 e il 1937 ebbe momenti di dolorosa tensione che le fecero temere il ritorno della follia – come noto, Virginia dalla adolescenza in avanti fu soggetta a periodiche crisi di follia. Aveva fantasie di ludibrio, di vergogna, di umiliazione impotente; si immaginava, per esempio, di essere un coniglio accecato da fari di luce. In questo caso fu aiutata a superare la crisi soprattutto dal lavoro di riflessione e scrittura delle Tre ghinee, che procedeva con relativa facilità e la portò senza incidenti gravi oltre la primavera del 1937, quando il romanzo Gli anni fu accolto favorevolmente dalla critica e dal pubblico.
In seguito, nell’estate dello stesso anno, Virginia sospese la stesura del saggio per assistere la sorella Vanessa, colpita dalla morte del figlio Julian. Julian Bell era stato ucciso nella guerra di Spagna dove era andato a combattere volontario contro i fascisti. La disperazione di Vanessa impedì a Virginia di ammirare incondizionatamente l’eroismo del nipote, che comportava fatalmente, senza che ciò fosse messo in conto, l’involontario sacrificio della madre. Quando poi riprese a scrivere la risposta all’avvocato che le chiedeva di fare qualcosa contro il fascismo e in favore della pace, nella sua riflessione erano entrati anche gli interrogativi suscitati dalla morte di Julian.
Da quella riflessione è risultato un libro strano, forse senza precedenti nella letteratura politica, perché esso nasce da un sentimento di inadeguatezza, e in politica di solito il sentirsi inadeguati, incompetenti, genera silenzio, disinteresse, passività. Quando fu pubblicato, nel giugno 1938,. piacque subito a molte donne che scrissero all’autrice per esprimere il loro consenso; una, la disoccupata Agnes Smith, le scrisse per criticare che non si era tenuto conto del punto di vista delle operaie (Virginia le rispose riconoscendo di aver avuto in mente le donne della sua condizione, e così le due continuarono a scriversi). Ma gli amici e conoscenti di Virginia, in parte gli stessi che la sollecitavano ad intervenire nella politica, restarono per lo più spiacevolmente sorpresi. Giudicarono Le tre ghinee un libro confuso, sbagliato, perché pretendeva di innestare la causa delle donne sul problema, considerato ovviamente più grave e urgente, del fascismo minacciante. In effetti nelle Tre ghinee si parla molto di donne e di uomini, più che di guerra e fascismo. Ma i critici di Virginia non compresero una cosa elementare, che lei non si era sforzata di congiungere i due argomenti (denuncia della oppressione sessista, lotta al fascismo), sarebbe più giusto dire il contrario, che si era sforzata di tenerli separati e di concentrarsi unicamente sul problema da tutti intorno a lei ritenuto più urgente, senza però riuscirci. Forse, se fosse stata una esperta militante politica, avrebbe rispettato la gerarchia delle urgenze, ma le politiche militanti e competenti allora, come oggi, erano una esigua minoranza e lei, inutile dirlo, non era nel numero. Dalla sua scarsa padronanza del discorso politico deriva così un testo pieno di deviazioni, intermezzi, parentesi, ed è questo l’altro tratto singolare del libro, un ragionare che continuamente perde il filo, senza per altro perderlo realmente mai. Nel 1928, invitata a parlare su “le donne e il romanzo” davanti a un pubblico di studentesse universitarie, Virginia Woolf evitò di affrontare il tema centrale – perché, disse, su quello si sapeva incapace di giungere a una conclusione significativa – ed espose al posto una sua opinione su una questione secondaria: una donna, se vuole scrivere, deve avere soldi e una stanza tutta per sé. Così fece poi con Le tre ghinee. Ma questo, si obietterà, è soltanto un artificio retorico: dire di meno per dire di più, dichiarare la propria incompetenza, considerare la parte invece di considerare il tutto, sono figure retoriche. Lo sono, certamente, ma a Virginia Woolf sono essenziali. Se il lettore si lascia prendere dall’idea che il linguaggio particolare di questo libro sarebbe un ornamento letterario superfluo, il libro è perduto, tutto quanto. Per parte mia non penso che la elaborata costruzione linguistica sia una specialità delle Tre ghinee o di una limitata categoria di libri; mi pare che molte evidenze che si crede di apprendere attraverso la comunicazione più diretta possibile siano invece in qualche misura effetto di preziose invenzioni linguistiche. Comunque sia, la retorica delle Tre ghinee è essenziale a ciò che vuole affermare Virginia Woolf, qui lo spirito vive nella sua lettera, non è un’idea ma un percorso, non è una verità ma una sequenza di segni, non è una sintesi ma una discontinuità (“balbettio senza senso” lo ha definito la stessa Virginia Woolf, ma anche “la cosa che volevo dire”). Il suo procedimento non si lascia possedere come immediata evidenza ma chiede di essere ripercorso e soltanto attraverso una ripetizione attuale – che certo non esclude l’introduzione di possibili varianti – produce il suo senso più vero e profondo. Di questo libro si dice, giustamente, che ha anticipato alcuni fondamentali contenuti del movimento delle donne, ma le coincidenze colte eliminando la ricerca, rischiano di essere delle semplificazioni. È una semplificazione, per esempio, immaginare una Virginia Woolf che avrebbe preferito la causa delle donne al problema dell’antifascismo. Lei conclude in favore di una politica separata delle donne attraverso una riflessione in cui va scoprendo quanto e come una donna possa essere avversa al fascismo, per ragioni mai dette prima e ben più profonde di quelle che condivideva con i suoi amici di sinistra, le ragioni in più che la società si rifiutava di mettere a nudo, a costo di ripercorrere indefinitamente il ciclo della morte. Così la sua incompetenza e impotenza si trasformano in principio di sapere e di politica. Non è, questa trasformazione, effetto di una qualche magica dialettica, ma di una pratica determinazione che vorrei esplicitare perché non compare apertamente nel testo, benché ne sia l’evidente presupposto. Ed è che Virginia non dà alle proprie manchevolezze il rimedio offertole di una mobilitazione di sé capace di coprire le deficienze altrui. In parole povere, lei non porta al confuso antifascismo inglese il supporto di una adesione che la sua inferiorità politica – perché donna, perché incompetente – avrebbe dovuto rendere tanto più volonterosa. E questo non esserci, non ritrovarsi, non starei, che mai prende la figura del rifiuto perché gli basta essere una constatazione e gli dà forza l’aver trovato delle parole per dirsi, articolarsi in positivo, diventerà il fondamento della politica delle donne, la loro strada per cambiare una condizione che, in pratica come in teoria, si perpetua anche in forza del loro starei e soddisfarsi colmando di sé le altrui mancanze. La loro strada, nello stesso tempo, per cambiare una società che si perpetua anche grazie alla cancellazione delle donne nella funzione materno-femminile. Virginia Woolf conosceva questo annientamento perché lo aveva osservato da vicino nella vicenda della madre e della sorellastra Stella. Tra le circostanze che prepararono la scrittura delle Tre ghinee bisognerebbe in effetti mettere anche l’infanzia di Virginia, trascorsa all’ombra protettrice di una madre che si consumò letteralmente nella devozione al marito, ai figli e ai bisognosi in genere, morendo quando Virginia aveva tredici anni. E poi accanto a un padre smarrito dalla vedovanza e reclamante i servizi delle figlie; ottenne appieno quelli di Stella, la cui sacrificata esistenza terminò dopo pochi mesi di un matrimonio che per lei rimase una promessa di felicità. Trascorreva intanto una fanciullezza che Virginia, desiderosa di leggere e imparare, doveva spartire tra gli studi e le occupazioni mondane, a lei odiose ma allora obbligatorie per una giovane della sua condizione. Mentre scrive Le tre ghinee quelle lontane vicende le sono presenti con un’intensa prossimità, quasi che gli anni funzionassero non come una prospettiva ma come una lente di ingrandimento.
Questo particolare modo di ricordare c’entra molto con quello che stiamo dicendo. Si ricava, dalla lettura delle Tre ghinee, che attraverso le comunissime ingiustizie della condizione femminile – discriminazioni, esclusioni, obblighi, divieti, ecc. – Virginia è passata senza dimenticare né Scusare nulla, senza elaborare delle giustificazioni, senza sminuire né esagerare, senza interiorizzare l’immagine svalorizzata del suo sesso, senza compensarsi, senza consolarsi. Osserva, annota e ricorda ogni gesto, parola, emozione, le infinite Cose che in questa società segnalano alla bambina come alla donna giovane o alla vecchia, la secondarietà del sesso femminile, e che di suo tendono a saldarsi nel cemento del dato naturale, lei le va registrando distintamente senza trovarle ovvie, trascurabili o inevitabili. A questa pura memoria dobbiamo se Le tre ghinee sono in sostanza un libro breve, esso infatti non si dibatte nel labirinto delle rappresentazioni provocate da una inferiorità insieme subita e negata, l’essere, il valere di più non è il termine estremo del suo sentimento, forse lo è stato per Virginia Woolf il cui pensiero si è liberato nel momento in cui ha smesso di ridursi a quella estremità insopportabile. In tal caso la sua lucida memoria delle cose sarebbe non una facoltà innata ma il ritrovamento, la reintegrazione di una parte del suo essere, quella parte che non aveva esistenza nel sistema del potere e del valore.
La vera grande economia di questo libro sta nel passaggio diretto che compie tra constatazione della inferiorità delle donne e affermazione in positivo della loro diversità, saltando ogni posizione in termini di parità, cioè di emancipazione del sesso considerato inferiore. Per prima, credo, Virginia Woolf ha compreso che l’inferiorità sociale può essere combattuta dalle donne trascrivendola in positivo come differenza mediante una loro politica separata.
Quello che nella società è iscritto come inferiorità, arretratezza, inadeguatezza, viene riconosciuto da lei come cancellazione della diversità, come forzatura delle donne dentro il sistema patriarcale e il suo ordine simbolico. Nel fare questa scoperta fu sostenuta, come si è detto, da quella pura memoria che registrava l’esperienza della condizione femminile senza caricarla di interpretazioni accomodanti. Il valore assoluto, quello che si presenta come tale (tipo: sapere, cultura, libertà politica), viene confrontato al fatto che però non è stato condiviso, né si è voluto che lo fosse, dalle donne. Come si può chiamare assoluta una cosa che vale per lui e non per me, come si può chiamare valore ciò che ispira o comunque non vieta il gesto della sopraffazione? Virginia dunque, aiutata dal suo lucido sguardo, coglie il momento in cui le belle trafile logiche dei valori, degli impegni e delle giuste cause, si interrompono, si accecano, per schiacciare qualcosa, qualcuno. Lei non ne fa una questione “etica,” cioè non reagisce all’esclusione reclamando il proprio diritto a essere inclusa, perché pensa che il fatto dell’esclusione – mentre chiama a gran voce degli aspiranti, degli imitatori o delle imitatrici – svela però suo malgrado una parzialità, degli interessi particolari, dei limiti. Se lei si mettesse in fila per farsi ammettere, non farebbe che favorire la loro copertura. Limiti dell’antifascismo inglese ispirato all’amore per una patria imperialista, limiti dei discorsi sociologici che a seconda della congiuntura economica predicano l’emancipazione o le virtù domestiche evocando d’autorità questo o quel bisogno femminile, limiti dei gruppi politici che scoprono la parità dei sessi quando c’è da rischiare la vita, o più banalmente da guadagnare consensi. Questo ci riporta al punto di partenza, cioè alla fondamentale decisione di non starei, di non soddisfarsi colmando le altrui mancanze. Per arrivarci, Virginia Woolf deve aver scoperto che si può esistere, che una donna può esistere a parte. Secondo me, lei lo ha scoperto in sé ma non completamente, lo si indovina da tante circostanze. In altre donne ha trovato la conferma di questa possibilità, infatti Le tre ghinee sono piene di riferimenti alle spontanee rivolte come alle lotte politiche delle donne, di cui Virginia Woolf ricostruisce la logica interna per cogliere, attraverso il “balbettio confuso,” la cosa che volevano dire. Lei stessa, del resto, sapeva che il balbettio è in certi casi la più esatta espressione possibile di ciò che si vuol dire. Ma la conferma l’ ha trovata anche in quelle donne che non si sono rivoltate, come sua madre che rivive nella signora Ramsey di Gita al faro. Virginia ha visto ii suo silenzio, non lo ha interpretato, non lo ha riempito di parole, perché sapeva, come nessuno al suo tempo e pochi ancor oggi, che non si inventano parole per conto di chi tace; ma lo ha descritto, disegnato, gli ha fatto uno spazio rompendo la compattezza di un ordine simbolico che di suo tende a estendersi su tutto, o al massimo si ferma per saldarsi su qualche nome proprio, tipo Dio, nulla, ineffabile, grande A. Quello invece è semplicemente il silenzio di una madre ultradisponibile, il cui enigma Virginia ha saputo congiungere con la sua pura mente che non concedeva nulla a nessuno; da questa congiunzione, credo, le è venuto di aver capito qualcosa:
“Allora non occorreva più ch’ella pensasse a qualcun altro. Allora poteva essere se medesima e appartenere a se medesima. Da qualche tempo ella provava spesso il bisogno di riflettere un io’. forse non proprio di riflettere; ma di tacere, di star sola. Allora l’esistenza e l’azione, espansive, luccicanti, vocali, evaporavano in lei, e il senso di sé, in modo quasi augusto, si riduceva a un segreto cuneo d’ombra, a qualcosa d’occulto per gli altri. Pur continuando a scalzettare, impettita sulla sedia, ella si sentiva così trasformata; e il suo io, scisso da ogni legame, era libero per le più strane avventure. “

Quella che avete letto è l’introduzione di Luisa Muraro al libro Le tre ghinee di Virginia Woolf. Pubblicato nel giugno 1938, quando in Europa si annunciava una nuova, grande guerra, l’autrice  scrisse questo lungo saggio immaginando che un’associazione pacifista maschile le avesse chiesto un contributo per finanziare iniziative che scongiurassero le minacce di guerra. Possedendo tre ghinee, la Woolf decide di ripartirle in tre opere di beneficenza che potrebbero ottenere il risultato di prevenire la guerra. Se volete continuare a leggere potete trovare questo testo nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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