220 anni fa: il 21 gennaio 1793 Luigi XVI viene ghigliottinato a Parigi in Piazza della Rivoluzione

Luigi XVI ghigliottinatoL’esecuzione era fissata per le ore undici del giorno 21 in Place de la Révolution, come era stata ribattezzata Place Louis XV (oggi de la Concorde). La statua equestre del Bien-Aimé era stata abbattuta e al suo posto, su un palco alto due metri, ecco la ghigliottina con accanto il boia Henri Sanson. Luigi aveva appena trentotto anni, sebbene per i mali patiti ne mostrasse il doppio: una maschera di dolore immortalata in quegli ultimi giorni dal pittore Joseph Ducreux. Dopo la comunione, Luigi affidava a Cléry l’anello nuziale e l’orologio da tasca in cui si celava un sigillo reale da trasmettere al figlio insieme a delle ciocche di capelli. Quando Santerre si presentava a reclamarlo, egli, con voce ferma, impartiva il suo ultimo comando: «Signore, andiamo!».
Per impedire qualsiasi sommossa, le porte di Parigi erano state chiuse. Lungo il tragitto erano schierati milleduecento soldati, mentre a ogni angolo di strada c’erano uomini armati e pronti a intervenire al minimo tafferuglio. La preoccupazione era grande perché la sera del 20, in una taverna del Palais Royal, un’ex guardia di Luigi XVI, Philippe Nicolas Depâris, aveva assassinato il deputato montagnardo Louis-Michel Le Peletier marchese di Saint-Fargeau, reo di aver votato a favore della pena di morte.
Migliaia erano i francesi accorsi a vedere Luigi di Borbone salire sul patibolo. Nessuno sembrava far caso al freddo pungente e alla nebbia che saliva dalle rive della Senna. Un patetico quanto inutile tentativo di difendere il sovrano era compiuto dal barone Jean-Pierre de Batz con il marchese de La Guiche e Monsieur Devaux, al grido: «A nous, ceux qui veulent sauver leur roi!». Ma erano subito aggrediti dalla turba e costretti alla fuga.
Ecco il racconto dell’esecuzione dalle colonne della rivista «Magicien républicain»: «La carrozza arrivò alle dieci e un quarto ai piedi del patibolo eretto in Place de la Révolution, già Place Louis XV, di fronte al piedistallo su cui era stata innalzata e poi abbattuta la statua del tiranno di tal nome. Le strade di accesso erano difese da numerosi pezzi d’artiglieria. Arrivato a quel luogo terribile, Luigi Capeto fu consegnato ai carnefici. Questi si impadronirono di lui, gli tagliarono i capelli, lo spogliarono e gli legarono le mani dietro la schiena. Poi gli domandarono per tre volte consecutive se avesse ancora qualcosa da dire o da dichiarare al suo confessore. Poiché continuava a rispondere di no, l’abate lo abbracciò e, lasciandolo, gli disse: “Andate, figlio di San Luigi, il Cielo vi attende”.
«Allora fu fatto salire sul patibolo, dove diede una gomitata al boia che stava alla sua sinistra, riuscendo così ad avanzare fin sull’orlo del palco palesando il desiderio di pronunciare un discorso ai cittadini e nella speranza che le sue parole riuscissero a impietosirli e a fargli ottenere la grazia, o sperando che i suoi amici si sarebbero trovati lì in gran numero per soccorrerlo. Volle cominciare la sua arringa e fece segno ai tamburi di tacere, per farsi udire. Scoppiò un’agitazione fra tutti i cittadini armati, alcuni dei quali domandavano che lo si lasciasse parlare, mentre altri, seccati dalle lungaggini che la cosa aveva già causato, si opponevano.
«Questo contrasto di opinioni fece aumentare l’agitazione, e già si temeva un tumulto, che sarebbe stato dei più funesti per le inevitabili sventure che ne sarebbero conseguite. Allora il comandante Santerre ordinò saggiamente e prudentemente che i tamburi continuassero a rullare e che i boia compissero il loro dovere, visto che il criminale aveva dichiarato ai piedi del patibolo di non aver più nulla da dire. «L’ordine fu subito eseguito. I carnefici lo afferrarono, lo condussero alla tavola fatale, ma egli pronunciò con voce alta e chiara queste parole: “Muoio innocente dei delitti di cui mi si accusa. Perdono coloro che mi uccidono. Che il mio sangue non ricada mai sulla Francia!”. La lama vendicatrice piombava sul suo capo colpevole, staccandoglielo».
Mentre a Roma Pio VI già parlava di una beatificazione del re in una lacrimosa apologia, la Quare lacrymae, Vincenzo Monti fissava quel tragico istante cantando: «Alla caduta dell’acciar tagliente / s’aprì tonando il cielo, e la vermiglia / terra si scosse e il mare orribilmente. / Tremonne il mondo, e per la maraviglia / e pel terror dal freddo al caldo polo / palpitando i potenti alzar le ciglia. / Tremò levante e occidente. Il solo / barbaro celta, in suo furor più saldo, / del ciel derise e della terra il duolo; / e di sua libertà spietato e baldo / tuffò le stolte insegne e le man ladre / nel sangue del suore fumante e caldo, / e si dolse che misto a quel del padre / quello pur anco non scorreva, ahi rabbia!, / del regal figlio e dell’augusta madre».
Louis-Sébastien Mercier, testimone all’esecuzione, aggiungeva: «Il sangue del re scorreva ancora e alcuni vi intingevano le dita, le piume o pezzi di carta. Qualcuno lo assaggiò e disse: “Il est bougrement salé“, alludendo a quello dei bovini allevati negli stagni salmastri del Sud. Un aiutante del boia vendeva sui gradini del patibolo pacchetti di capelli del sovrano e nastri per tenerli legati. Ogni confezione conteneva anche qualche frammento di vestito e altri souvenir. Vidi gente che passeggiava sottobraccio ridendo e scherzando amabilmente, come se si trovassero a una festa». Nei locali già si sorbiva il caffè in graziose tazzine di porcellana sulle quali era raffigurato il boia con la testa di Luigi XVI fra le mani.
Il corpo del «cittadino Capeto» era portato nel cimitero della Madeleine e interrato senza nome in una fossa assai profonda per evitare profanazioni. Non una lapide, non una croce. Di lì a pochi mesi lo avrebbero raggiunto Maria Antonietta e Madame Elisabetta, Madame du Barry e lo stesso Philippe Egalité. Ma anche Danton e Robespierre, Marat e Saint-just. Infine, l’ultimo delfino di Francia.
Il sole di Versailles era tramontato per sempre e più nessuno sarebbe stato in grado di farlo risorgere, nemmeno il grande Napoleone; Luigi Augusto di Borbone era stato l’ultimo Monarca Cristianissimo, il Restauratore della Libertà, il Re dei Francesi, infine il Maiale di Varennes e il Delinquente del Tempio.

Se volete approfondire la vita del monarca francese potete farlo sfogliando la biografia di Antonio Spinosa Luigi XVI L’ultimo sole di Versailles nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

 

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