457 anni fa: il 16 gennaio 1556 Carlo V cede le corone di Spagna, Castiglia, Sicilia e delle Nuove Indie al figlio Filippo II

Abdicazione di Carlo V, dipinto di Louis Gallait, 1841.

Abdicazione di Carlo V, dipinto di Louis Gallait, 1841.

“Come primo e saldo fondamento del vostro governo, dovrete sempre riconoscere che ogni vostro bene e la vostra stessa esistenza vengono dall’infinita benevolenza di Dio. E alla sua volontà dovrete sottomettere i vostri desideri e i vostri atti”. Non siamo di fronte all’omelia di un assistente dell’Azione cattolica, diretta a un gruppo di deputati Dc degli Anni ’50: la frase è tratta da una lettera di un padre al proprio figlio. E il “voi” non sottintende destinatari plurimi: è solo una formula di cortesia, un tempo in uso anche fra parenti stretti.
Nel caso specifico, “un tempo” vuol dire il 18 gennaio 1548. E il pio papà di cui parliamo era Carlo V (1500-1558), sovrano del Sacro romano impero e detentore di altri titoli “minori”, come re di Spagna, re d’Italia, duca di Borgogna e arciduca d’Austria. Insomma, parliamo dell’uomo più potente d’Europa. Anzi del mondo, perché i suoi possedimenti spaziavano dall’Asia all’Africa fino all’America tanto che poteva dire a buon diritto, come faceva spesso: “Sul mio impero non tra- monta mai il Sole”.
POTERE DALL’ALTO. Ma torniamo alla lettera già citata, per aggiungere che fu spedita da Augusta (Baviera) e che è importante per due motivi. Il primo: il testo rivela che Carlo V, regista del più importante tentativo di unificare l’Europa nei 12 secoli intercorsi fra Carlo Magno e la Ue, riteneva di agire non a nome di se stesso, ma di Dio. Secondo motivo: sapendo di esser meno intramontabile del Sole sulle sue terre, l’imperatore si preoccupava di catechizzare ben bene Filippo II, suo figlio ed erede, perché continuasse l’alleanza con l’Onnipotente.
In altre occasioni Carlo era stato ancor più esplicito. Nel 1543, in procinto di muover guerra alla Francia, restìa a integrarsi nell’Europa imperiale, aveva scritto: “La mia partenza da questi regni sta ormai avvicinandosi e ogni giorno di più vedo quanto sia necessaria. Infatti solo così posso sperare di adempiere ai compiti assegnatimi da Dio”, Nel 1548 la Francia era ormai battuta ma Carlo era ancora lontano (appunto in Baviera) dopo aver ricevuto da Dio un nuovo incarico: tenere d’occhio i cristiani tedeschi, tentati da Lutero.
MIX GENETICO. Questo imperatore-messia, che si sentiva investito di tanti “compiti divini”, è spesso definito spagnolo perché aveva la reggia a Madrid; ma in realtà era nato e cresciuto a Gand (nelle Fiandre, oggi Belgio). E nel Dna aveva cromosomi di mezza Europa. Spagnoli erano solo sua madre (Giovanna la pazza) e i nonni materni, i reyes catòlicos Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, sponsor di Colombo. Ma suo padre (Filippo il Bello d’Asburgo) era nato lui pure in Belgio, da un austriaco (Massimiliano I) e da una borgognona (Maria la Ricca).
Non è tutto, perché nelle vene di Carlo scorreva anche sangue (blu) di altra origine, ereditato da ascendenti più lontani: polacco (dai Plast), italiano (dai Visconti), francese (dai Valois), inglese (dai Lancaster), tedesco (dagli Hohenstaufen). Insomma, un potpourri genetico, che per molti versi sembrava un’Europa unita fatta persona. Un potpourri di cui l’interessato si vantava ogni due per tre, con un tormentone rimasto poi celebre: “Parlo spagnolo con Dio, italiano con le donne, francese con gli uomini e tedesco con il mio cavallo”.
In realtà, però, il sovrano di quell’impero senza tramonti era più potente che poliglotta: si esprimeva bene in francese, ma nelle altre lingue era una mezza frana. Dello spagnolo pare che avesse una versione tutta sua, simile a quella di certi turisti nostrani, che da Ibiza all’Avana pretendono di farsi capire aggiungendo una “s” alle parole del dialetto veneto. Del resto, se Carlo era così, una ragione l’aveva: re di Spagna lo era diventato solo da maggiorenne; tutti i suoi anni più verdi si erano dipanati tra Gand e Digione (Francia).
INVESTIMENTO PRECOCE. Ma si sa: per far carriera spesso gli avi che si vantano contano più delle lingue che si parlano. E, come si è visto, Carlo vantava un pedigree ricco di ascendenti illustri, quindi anche di potenziali blasoni ereditari. L’eredità degli Asburgo, che era già la dinastia più potente d’Europa, gli spettava per linea diretta; invece il resto dell’impero gli capitò per caso, perché i casati di Castiglia, Aragona e Borgogna si estinsero, consegnando i loro domini nelle mani del fortunato nipotino dal cognome mitteleuropeo, loro erede indiretto.
Fu così che Carlo divenne il più grande degli Asburgo. E inizio la carriera prestissimo, a soli sei anni. Infatti suo padre Filippo morì anzitempo nel 1506 e lui diventò il primo erede al trono (austriaco) di suo nonno Massimiliano e a quello (borgognone) che era stato di sua nonna, scomparsa da tempo. Ovvio che un regno non si dà a un bimbo, quindi tutto restò in frigorifero fino alla maggiore età dell’interessato, che comunque fu dichiarata con largo anticipo su quella dei comuni mortali, cioè a circa 14 anni, il giorno dell’Epifania 1515.
INCETTA DI TITOLI. Sul capo di Carlo adolescente calò subito la prima coroncina, quella da duca di Borgogna. A quel diadema, l’enfant prodige dell’aristocrazia europea aggiunse poi tutti gli altri, con un ritmo impressionante: nel 1516 ereditò dal nonno materno i regni di Aragona e di Napoli; nel 1517 ottenne quello di Castiglia al posto della madre, colpita da turbe psichiche; nel 1519, alla morte del nonno paterno, ereditò il trono austriaco; e infine, qualche mese più tardi, ottenne anche la carica di imperatore, che a quei tempi era ancora (almeno formalmente) elettiva.
Così, in pochi anni, mezza Europa si era unificata. E Carlo nel resto della vita coltivò il progetto di unificare anche l’altra metà, cercando di ridurre all’obbedienza chi gli resisteva, cioè l’Impero turco a est e la Francia a ovest. Se il piano fosse riuscito, la storia europea avrebbe preso una piega molto diversa da quella che poi fu: lo storico medievalista Franco Cardini arriva a sostenere che nell’800 non ci sarebbe stata la grande stagione degli Stati nazionali e nel ‘900 si sarebbero evitate le due guerre mondiali.
PRIMA EUROPA? Carlo V fu dunque un precursore dell’Unione europea? Sì e no, ma più no che sì, perché la sua Europa non era di certo un’unione fra Stati liberi e sovrani. «L’unità politica alla quale riferirsi non poteva che essere quella dell’Impero romano, filtrata e trasformata da Carlo Magno nell’esperienza del Sacro romano impero, che aveva accolto i valori morali e spirituali del cristianesimo» precisa Cardini. «Tutto ciò era stato espresso da Dante nel De Monarchia e aveva trovato conferma negli scritti di Erasmo da Rotterdam».
La tesi di Dante era che “l’autorità del monarca imperiale è versata su di lui senza mediatori dalla fonte dell’autorità universale“, perifrasi che sta per Dio. Carlo V si poneva sulla stessa linea: il suo impero era voluto dall’Onnipotente e doveva includere non solo l’Europa, ma tutto il mondo cristiano, bypassando lo stesso papa. Come quella di Dante, la Monarchia di Carlo aveva la “M” maiuscola, perché fotocopia terrena del “Regno dei cieli”.
SU TUTTI I FRONTI. Partendo da queste premesse, l’impero dell’Asburgo diventò la più grande teocrazia mai vista in Occidente, con tutte le conseguenze (bifronti) del caso: con Carlo V e suo figlio Filippo II la fede cattolica fu il motore di tutto, dalle esplorazioni (vedi missioni dei Gesuiti in Sud America) alle più bieche repressioni del dissenso (tramite l’Inquisizione), dalla creazione di capolavori d’architettura (come il monastero dell’Escorial di Madrid) ai genocidi dei conquistadores (Hernan Cortés in Messico nel 1519-21 e  Francisco Pizarro in Perù nel 1532-33) .
Va detto che l’Inquisizione spagnola non fu un’invenzione di Carlo V, ma dei suoi nonni materni, Ferdinando e Isabella. Lui si limitò a usarla ed esportarla: in Sicilia, per esempio, fu lui a imporre come grande inquisitore don Bartolomeo Sebastiàn, il Torquemada dell’isola. Analogamente, i macelli connessi alla conquista dell’America erano iniziati già ai tempi di Colombo; ma fu l”’imperatore senza tramonti” a nominare Pizarro governatore del Perù e a premiare Cortés col titolo di “viceré della Nuova Spagna” , cioè signore del Messico.
Originale di Carlo V fu invece l’idea del Concilio di Trento (1545-1563), la lunga assise di vescovi che avviò la Controriforma cattolica, risposta allo scisma protestante (1520). Benché duro con Lutero (che “processò” e tentò di far abiurare) Carlo V capiva che il monaco ribelle non aveva tutti i torti nell’attaccare la Santa Sede; perciò premeva perché la Chiesa si facesse un “esame di coscienza”. Ma papa Clemente VII faceva melina e non si piegò neanche quando (1527) una torma di lanzichenecchi imperiali saccheggiò Roma e lo costrinse a fuggire a Orvieto, travestito con gli abiti del suo maggiordomo.
Ma dice un adagio che “le vie del Signore sono infinite”: in questo caso transitarono da un piatto di Amanita phalloides, fungo velenosissimo, che nel 1534 fece passare Clemente VII a miglior vita. Pochi anni dopo il meno rigido successore Paolo III aprì il concilio. Che portò a termine i suoi lavori a singhiozzo, rispettando l’andamento degli impegni bellici dell’imperatore, il quale invocava un “legittimo impedimento” d’epoca: non poteva seguire contemporaneamente le guerre e il “suo” concilio.
NEMICI GIURATI. E di guerre Carlo V ne fece molte. Eppure Cardini osserva: «Dai suoi scritti emerge che secondo lui la finalità della monarchia era la pace per tutta la cristianità, considerata fine ultimo dell’attività del sovrano e sua massima aspirazione». Come spiegare la contraddizione? Il diretto interessato nel 1548 rispondeva, candido: “So bene, per esperienza, che evitare la guerra non è sempre nelle possibilità di chi lo desidera, specie per chi ha tanti e tanto grandi Stati, alcuni lontani, come Dio nella sua bontà mi ha dato”.
Fra i nemici che l’imperatore era “costretto” a combattere, il più ovvio per un messia benedetto da Dio era l’Impero ottomano. Che nel Mediterraneo era incarnato da un ammiraglio berbero, Khair El-Din detto Barbarossa, contro cui Carlo V battagliò dal 1530 al 1541, con risultati alterni nell’immediato ma con un effetto politico-militare duraturo: il radicamento a Malta dei Cavalieri di San Giovanni, destinati a governare l’isola per secoli e a diventare i gendarmi contro gli “infedeli”.
AVVERSARI STORICI. Aspra fu anche l’inimicizia che oppose Carlo V alla Francia e al suo re Francesco I, che pure non era affatto “infedele”. La rivalità fra i due, causa di ben quattro guerre (tra il 1521 e il 1544), nasceva in parte da rancori personali (Francesco era un ex candidato alla corona imperiale, che Carlo aveva battuto), ma la ruggine tra Francia e Impero era più antica: già Massimiliano I, in un testo maccheronico del 1513, aveva definito i francesi “anchiens et naturelz ennemis de notre maison“, cioè” antichi e naturali nemici del nostro casato”.
La verità è che dietro le guerre franco-imperiali, formalmente scoppiate per l’egemonia sul Nord Italia, c’era uno scontro fra due culture politiche inconciliabili: da un lato ci si batteva per la prima globalizzazione della storia moderna; dall’altro per la difesa delle autonomie nazionali. Andò a finire che la Francia perse tutte le guerre. E che in un caso il suo re fu addirittura catturato sul campo di battaglia. Ma alla lunga Carlo V fu il vero perdente, perché il suo progetto di globalizzazione cattolica si fermò a metà.
IN RITIRO. Ma chi o cosa fu capace di fermare l’imperatore che aveva dalla sua parte Dio? Non Francesco I, non Lutero e tanto meno papa Clemente VII, scomparsi rispettivamente nel 1547, 1546 e 1534. Ad avviare al declino il sovrano- messia furono un eccesso di sicurezza e un’alleanza improbabile. L’eccesso fu dello stesso Carlo, che nel 1552 partì alla riconquista della Lorena, occupata dai luterani. L’alleanza improbabile fu quella che il nuovo re francese Enrico II strinse con tutti gli altri protagonisti dell’epoca: il papa, i turchi e i protestanti.
Arrivò così l’anno nero di Carlo V, il 1552: la spedizione in Lorena finì davanti alle mura di Metz, assediata inutilmente per mesi, e l’alleanza franco-turca portò alla perdita della flotta imperiale, distrutta a Ponza. Era un doppio fallimento. Il più grande degli Asburgo ne prese atto e nel 1556 abdicò cedendo tutte le corone al fratello Ferdinando e al figlio Filippo. Poi si ritirò in un convento di Yuste nell’Estremadura (Spagna) dove restò fino alla morte. Narrano che le sue ultime parole sia­ no state: “Sto arrivando, Signore!“.

Quello che avete appena letto è l’interessante articolo di Nino Gorio sulla vita di Carlo V. Se volete approfondire potete farlo sfogliando le pagine 44-50 del n. 43 di Focus Storia nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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