65 anni fa: il 22 dicembre 1947 l’Assemblea Costituente approva la Costituzione della Repubblica Italiana

Il Capo dello Stato, Enrico De Nicola, firma la Costituzione italiana. 22 dicembre 1947

Il Capo dello Stato, Enrico De Nicola, firma la Costituzione italiana. 22 dicembre 1947

L’Assemblea lavorò per un anno e mezzo. La “Costituzione provvisoria” del 1946 prevedeva (in base a un accordo politico che venne sostanzialmente rispettato, anche se l’Assemblea non rinunciò formalmente a rivendicare una piena sovranità) che essa si limitasse a deliberare la nuova Costituzione, e che per il resto avesse competenza solo per le leggi in materia costituzionale, elettorale e di trattati internazionali (c’era infatti da approvare il Trattato di pace). La legislazione ordinaria restava di competenza del Governo, che operava con decreti legislativi, solo sentendo il parere di commissioni dell’Assemblea. In più, quest’ultima eleggeva il Capo provvisorio dello Stato, e accordava e revocava la fiducia ai Governi. Essa aveva dunque due volti: di consesso destinato a disegnare i lineamenti essenziali del nuovo Stato (su questo si volle che essa concentrasse la sua attenzione), e di assemblea parlamentare in cui la politica dei Governi trovava origine e sede di confronto.
Durante il periodo costituente la vita politica non fluì senza traumi. Mentre in un primo tempo il Governo restò affidato a una coalizione dominata dai tre maggiori partiti (presidente del Consiglio sempre Alcide De Gasperi), due crisi, nel febbraio e poi nel maggio del 1947 – a seguito della scissione del partito socialista, da cui si staccarono i socialdemocratici capeggiati da Giuseppe Saragat, e nel clima della crescente contrapposizione internazionale fra gli occidentali e l’Unione Sovietica – portarono a un radicale mutamento: al Governo restò la Democrazia cristiana con gli alleati minori del centro, mentre i due partiti della sinistra marxista finirono all’opposizione. Iniziò allora l’era del “centrismo”, che caratterizzò l’Italia fino ai primi anni Sessanta.
Si sarebbe potuto pensare che un così profondo mutamento politico portasse a rivedere su basi nuove anche il lavoro di preparazione della Costituzione, ma così non fu. In realtà al momento della crisi di Governo il progetto di Costituzione era già interamente definito, e l’Assemblea ne proseguì l’esame. Inoltre la rottura fra il centro e la sinistra non fece venir meno la volontà di pervenire a una scelta costituente unitaria, che rappresentasse una premessa comune per il confronto fra partiti e schieramenti. L’ispirazione unitaria, che già si era espressa nella scelta concordata del presidente dell’Assemblea (prima il socialista Giuseppe Saragat, poi il comunista Umberto Terracini) e del Capo provvisorio dello Stato (fu eletto l’avvocato liberale, di fede monarchica, Enrico De Nicola), resistette all’inasprimento della contrapposizione politica. La Costituzione rappresentò così il frutto più maturo di questa ispirazione.
Subito dopo la sua elezione, l’Assemblea costituente nominò al proprio interno la Commissione per la Costituzione, detta “dei settantacinque” dal numero dei suoi componenti, incaricata di redigere il progetto della nuova Carta, e presieduta da Meuccio Ruini. A sua volta la Commissione si suddivise in tre sottocommissioni, destinate ad occuparsi rispettivamente dei diritti e doveri dei cittadini, dell’ordinamento della Repubblica e dei diritti e doveri economico-sociali. Esse elaborarono e approvarono il progetto, presentato all’Assemblea nel febbraio 1947. Dal marzo al dicembre 1947 ebbe luogo il dibattito in aula, prima sul progetto in generale, poi sui singoli titoli e articoli. Su alcuni temi (Regioni, Corte costituzionale) il progetto venne modificato anche profondamente, ma l’impianto complessivo rimase invariato. In occasione dell’approvazione di alcuni articoli le divisioni furono esplicite, il confronto vivace, e si formarono diverse maggioranze anche ristrette. Così il richiamo ai Patti lateranensi del 1929 per la disciplina dei rapporti fra Stato e Chiesa cattolica passò col voto dei democristiani e del partito comunista, che per ragioni di strategia generale appoggiò il testo voluto dai cattolici, mentre furono contrari i socialisti; il richiamo alla indissolubilità del matrimonio non venne accolto per pochi Noti; in tema di composizione del Senato prevalse, sulla tesi democristiana che avrebbe voluto la rappresentanza delle Regioni e delle professioni, la tesi dell’elezione a suffragio universale; l’ordinamento regionale, sia pure con l’attenuazione di alcuni aspetti, venne approvato con l’appoggio di democristiani e repubblicani, superando le diffidenze della sinistra e dei liberali. Ma alla fine tutte le maggiori forze politiche si riconobbero, sia pure ciascuna mantenendo le proprie riserve su questo o quell’aspetto, nel risultato complessivo, che esprimeva il punto più alto di accordo raggiunto nella fase costituente. La deliberazione finale, il 22 dicembre 1947, vide l’approvazione del testo con 453 voti favorevoli, 62 contrari e nessun astenuto, su 515 presenti e votanti. Proprio in chiusura della discussione il deputato democristiano Giorgio La Pira, che aveva proposto di premettere in un preambolo l’invocazione a Dio, ritirò la sua proposta quando si rese conto che essa sarebbe stata motivo di divisione. Promulgata dal Capo dello Stato il 27 dicembre 1947, la Costituzione è entrata in vigore il 1° gennaio 1948: una copia del testo, come prevedeva l’ultima (XVIII) delle disposizioni transitorie e finali, è rimasta esposta nella sala comunale di ogni Comune della Repubblica per tutto l’anno 1948, “affinché ogni cittadino possa prenderne cognizione”.

Se volete approfondire la nascita e i contenuti della nostra carta fondamentale potete farlo sfogliando le pagine del saggio di Valerio Onida La Costituzione  nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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