130 anni fa: il 20 dicembre 1882 a Trieste viene impiccato dagli Austriaci il patriota e irredentista italiano Guglielmo Oberdan

Gugliemo OberdanLa penisola balcanica era in rivolta contro il giogo turco, la Russia era intervenuta in favore dei ribelli, e dopo una guerra-lampo aveva imposto alla Turchia un trattato che rivoluzionava tutto l’equilibrio europeo. Austria, Francia e Inghilterra si sentirono minacciate dall’avanzata del gigante slavo, e per un momento sembrò che si fosse alla vigilia di una guerra di Crimea. Fu Bismarck a salvare la situazione, o per meglio dire ad approfittarne, convocando a Berlino un Congresso in cui si presentò da « onesto sensale», e di cui diventò l’arbitro.
Esso si svolse e si concluse nello spazio di un mese, fra il giugno e il luglio del ’78, e l’Italia vi fu rappresentata dal suo nuovo Ministro degli Esteri, Corti, anche lui lombardo e diplomatico di carriera, quindi piuttosto esperto di negoziati, ma senza base politica. Il Congresso era imperniato sul problema delle « compensazioni» cioè del bottino da spartire fra le altre Potenze a spese dei turchi in modo ch’esse potessero controbilanciare i guadagni russi. L’Austria si era già assicurata la Bosnia-Erzegovina, e gl’irredentisti italiani reclamavano ch’essa, in compenso, cedesse all’Italia qualche boccone di Trentino e di Venezia Giulia.
Irredentista anche lui, il nuovo Presidente del Consiglio, Cairoli, era costretto ad avallare questa pretesa. Ma si arrese alla minaccia di di­ missioni di Corti che non la condivideva affatto. Corti non si oppose all’occupazione austriaca della Bosnia-Erzegovina; esigette solo che non fosse tramutata in annessione. Ma quando l’Inghilterra a sua volta si assicurò Cipro, fu bombardato da Cairoli di tali telegrammi che dovette correre dal vice-Bismarck, von Bülow, per chiedere anche lui qualche compenso. Von Bülow gli propose la Tunisia. « Volete farci litigare con la Francia?» rispose Corti spaventato. E che l’intenzione dei tedeschi fosse proprio questa lo dimostra il fatto che pochi giorni prima la stessa offerta Bismarck l’aveva fatta alla Francia. Ma Corti non lo sapeva, e forse non lo sapeva nemmeno Bülow.
Il Ministro italiano qualificò la propria azione come «politica delle mani nette». Ma la pubblica opinione la chiamò « delle mani vuote», e Crispi parlò di «umiliazione nazionale». Corti a Milano fu quasi lapidato, e poco dopo diede le dimissioni in segno di protesta contro le violente dimostrazioni antiaustriache che si susseguivano nel Paese. Bismarck, che voleva legare sempre più l’Austria al suo carro, ne aizzò la reazione. « Questi italiani – disse a Vienna – hanno un magnifico appetito, ma pessimi denti.» Vienna rinforzò le sue guarnigioni nel Trentino, il che diede esca in Italia a nuove dimostrazioni.
Fu mentre si scatenava questa rabbia nazionalista che il console italiano a Tunisi, Macciò, diede inizio a una sua guerra privata contro il collega francese: il che fece credere a Parigi che l’Italia si preparasse a qualche azione su quella terra. I motivi non sarebbero mancati perché in Tunisia l’Italia aveva una colonia e degl’interessi molto più forti di quelli francesi. Ma a Berlino ci aveva rinunziato, mentre Parigi, che sotto banco aveva avuto da Bismarck la stessa offerta, si era riservata di decidere. Ora, scambiando l’iniziativa di Macciò per un’iniziativa di Roma, Parigi si affrettò a comunicare a Cairoli ch’essa considerava la Tunisia sfera d’influenza francese. Conscio dell’impotenza italiana a impedirne l’occupazione, Cairoli rispose che l’Italia aveva in Tunisia un solo interesse: il mantenimento dello status qua, cioè della situazione com’era. Ma Macciò insisté nella sua guerra privata, chiamando a Tunisi armatori e imprenditori italiani ad accaparrarsi posizioni di privilegio. E la Francia, spinta da Bismarck ben contento di acuire il contrasto fra essa e l’Italia, rispose nell’aprile del 1880 ordinando alle sue truppe stanziate ad Algeri di sconfinare in Tunisia e di occuparla,
A Roma la reazione fu tale che Cairoli dovette dimettersi e lasciare il posto nuovamente a Depretis. Come sempre rumoroso e velleitario, il nazionalismo italiano si sfogò in dimostrazioni contro la Francia. Sebbene mezzo paralizzato, Garibaldi, che in aiuto della Francia si era arruolato volontario nel ’70 e per la Francia aveva combattuto le sue ultime battaglie, pronunciò contro di essa parole terribili, avallando col suo prestigio il furore popolare. Depretis avrebbe voluto calmare le acque, ma non era uomo da sfidare gli umori della piazza quando si mettevano a tempesta. Anche alla Camera la polemica era rovente e produsse effetti sconvolgenti sugli schieramenti tradizionali. Tre autore­ voli esponenti della Destra – Lanza, Bonghi e Peruzzi  – fecero coraggiosamente stecca nel coro delle invettive contro l’antico alleato dicendo che lo smacco l’Italia lo doveva solo a se stessa. A loro fecero eco, dai banchi dell’Estrema, Cavallotti e Imbriani. Ma la schiacciante maggioranza, sia di Destra che di Sinistra, esigeva la rappresaglia. E la rappresaglia non poteva essere che un colpo di barra in direzione degl’Imperi Centrali, Austria e Germania.
È di qui che prese avvio la nuova politica estera italiana. Sia Depretis che il suo Ministro degli Esteri Mancini non ne erano affatto con­ vinti, ma non trovarono la forza di opporvisi. Nell’ottobre del 1881 mandarono il Re in visita a Vienna che gli fece un’accoglienza incoraggiante. Bismarck invece nicchiava. Ma quando si sparse la notizia di segreti accordi tra la Francia e la Russia, anche lui, che viveva nell’incubo dell’accerchiamento, si dichiarò disponibile ad accogliere l’Italia nel patto d’alleanza che già lo legava all’ Austria. Cosi la Duplice diventò Triplice.
Il trattato fu firmato a Vienna nel maggio dell’ ’82. Esso impegnava le tre Potenze al reciproco aiuto nel caso in cui una fosse aggredita e alla benevola neutralità nel caso che aggredisse. Inoltre Austria e Germania dichiaravano di disinteressarsi del problema del Papa, considerandolo un affare interno italiano.
Quest’ultima clausola fu, insieme alla fine dell’isolamento, il grande vantaggio che l’Italia trasse dal patto, ma niente altro. Essa non vi era entrata su un piede di parità con le consocie. Aveva semplicemente acceduto all’alleanza che già legava le altre due, le quali restavano per così dire le padrone di casa, e Bismarck non perse occasione di farcelo sentire. Diceva che l’unico contributo che si aspettava dall’Italia in caso di guerra era « un caporale con la bandiera, un tamburino e la fronte rivolta verso la Francia invece che verso l’Austria»: tale era la sua opinione del nostro esercito. Fece anche subito capire, senza mezzi termini, che «la via tra Roma e Vienna passava per Berlino», e cioè che anche i nostri rapporti con l’Austria dovevano essere regolati da lui.
Su questo non ebbe bisogno d’insistere perché tali rapporti tornarono subito a guastarsi in seguito a un incidente che sembrava fatto apposta per stuzzicare l’emotività italiana. La polizia austriaca arrestò a Trieste un giovane intellettuale, Guglielmo Oberdan, mentre si preparava a lanciare una bomba contro l’imperatore Francesco Giuseppe in visita alla città. Oberdan, che la stampa clericale chiamava Oberdank per farlo passare da slavo e togliergli l’alone del patriottismo, aveva disertato dall’esercito austriaco e, rifugiato a Roma, aveva militato nelle file dell’irredentismo più acceso, dove aveva maturato il suo gesto. Condannato e avviato al capestro, era morto gridando: « Viva l’Italia! Viva Trieste italiana!».
Ce n’era quanto bastava per fare nuovamente divampare le passioni risorgimentali. Carducci tuonò contro « l’imperatore degl’impiccati». Cavallotti affermò che « con la salma del pallido martire, penzola dal capestro l’onore italiano». Insomma l’alleanza era appena conclusa che già entrava in crisi. Nessuno del resto ne sapeva nulla. Firmandola, i tre governi si erano impegnati al più assoluto segreto, e infatti il suo contenuto fu rivelato solo nel 1920. Le voci che circolavano su di essa trovavano nell’incidente di Oberdan una smentita, e un’altra ne ebbero subito dopo, quando parve che la Francia si disponesse a occupare il Marocco. Memore delle reazioni che aveva provocato l’operazione di Tunisi, Mancini si rivolse a Bismarck facendogli presente che il rafforzamento delle posizioni francesi in Mediterraneo andava a tutto danno degl’interessi italiani. Il Cancelliere rispose sgarbatamente che l’Italia in Mediterraneo non aveva interessi, solo s’immaginava di averne. Ma Depretis, che non voleva far la fine di Cairoli, aveva messo sul piede di guerra un corpo di spedizione da sbarcare a Tripoli per far da contrappeso all’iniziativa francese. Per fortuna questa non si concretò perché la crisi marocchina si risolse senza colpi di forza.

Se volete approfondire il contesto storico in cui si consumò il sacrificio del giovane Oberdan potete farlo sfogliando le pagine del 7° volume di Indro Montanelli Storia d’Italia  nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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